E le pa­ro­le di Di Ma­io met­to­no a ri­schio il pia­no del Te­so­ro per la com­pa­gnia

Corriere della Sera - - Primo Piano - di An­to­nel­la Bac­ca­ro

Si può an­che spe­gne­re un mi­cro­fo­no in­cau­ta­men­te a un mi­ni­stro dell’eco­no­mia di buon ca­rat­te­re co­me Gio­van­ni Tria. Si pos­so­no per­si­no cor­reg­ger­gli le ci­fre del­la manovra di­chia­ra­te in com­mis­sio­ne par­la­men­ta­re, al­me­no fin­ché non sa­ran­no fis­sa­te nel­la leg­ge di Sta­bi­li­tà. Ma poi esi­ste una di­plo­ma­zia nell’eco­no­mia che è fat­ta di si­len­zi, di at­te­se, di cau­te ma­no­vre per non far sal­ta­re il ban­co, cui nean­che una per­so­na pa­zien­te co­me il re­spon­sa­bi­le del Te­so­ro, può ri­nun­cia­re.

Le an­ti­ci­pa­zio­ni fat­te dal vi­ce­pre­mier Lui­gi Di Ma­io ve­ner­dì, che han­no al­za­to il ve­lo sull’ope­ra­zio­ne Ali­ta­lia ri­ve­lan­do ci­fre e stra­te­gie ri­schia­no di fa­re usci­re fuo­ri pi­sta l’en­ne­si­mo sal­va­tag­gio di Ali­ta­lia. Era già suc­ces­so un’al­tra vol­ta, ed era sta­to un al­tro espo­nen­te del M5S a par­la­re trop­po: il mi­ni­stro dei Tra­spor­ti, Da­ni­lo To­ni­nel­li, che ave­va ven­ti­la­to l’in­gres­so dell’azio­ni­sta pub­bli­co in Ali­ta­lia al 51%, for­nen­do al­tre in­for­ma­zio­ni che sa­reb­be sta­to me­glio te­ne­re ri­ser­va­te. An­che per que­sto mo­ti­vo il dos­sier Ali­ta­lia era pla­na­to dal ta­vo­lo del mi­ni­stro dei Tra­spor­ti a quel­lo dell’eco­no­mia, sul qua­le in que­sti gior­ni si sta­va cer­can­do di strin­ge­re su un pun­to de­li­ca­to: la re­sti­tu­zio­ne al­lo Sta­to del pre­sti­to-pon­te da 900 mi­lio­ni che do­vreb­be rea­liz­zar­si en­tro il 15 di­cem­bre pros­si­mo.

L’aper­tu­ra di un’in­da­gi­ne da par­te dell’unio­ne eu­ro­pea è in­dub­bia­men­te una gra­na per il fu­tu­ro di Ali­ta­lia, so­prat­tut­to per­ché ac­cre­sce­reb­be i co­sti pub­bli­ci dell’ope­ra­zio­ne. Se il pre­sti­to ve­nis­se con­si­de­ra­to aiu­to di Sta­to, i 900 mi­lio­ni di euro più in­te­res­si sa­reb­be­ro da con­si­de­ra­re de­fi­ni­ti­va­men­te bru­cia­ti sull’al­ta­re dell’ex com­pa­gnia di ban­die­ra. Il fat­to è che chi ri­tie­ne che quel pre­sti­to sia un aiu­to di Sta­to ba­sa, tra l’al­tro, le sue con­si­de­ra­zio­ni sul fat­to che que­sto sia sta­to mol­to con­si­sten­te e sia du­ra­to trop­po a lun­go (un an­no e mez­zo gra­zie a una pro­ro­ga) sen­za che, nel frat­tem­po sia sta­to an­co­ra pre­sen­ta­to al­cun pia­no di ri­strut­tu­ra­zio­ne che lo giu­sti­fi­chi.

Pro­prio per que­sto il mi­ni­ste­ro dell’eco­no­mia ha esclu­so di chie­der­ne un’ul­te­rio­re pro­ro­ga per gua­da­gna­re tem­po sul­la co­stru­zio­ne dell’ope­ra­zio­ne, pre­fe­ren­do strin­ge­re sul­la pro­ce­du­ra. Che in ef­fet­ti è a una svol­ta: do­ma­ni si apri­rà la da­ta­room per con­sen­ti­re a chi ha fat­to una ma­ni­fe­sta­zio­ne d’in­te­res­se di ac­qui­si­re mag­gio­ri in­for­ma­zio­ni sul­lo sta­to di sa­lu­te del­la com­pa­gnia.

In un mo­men­to de­li­ca­to co­me que­sto, l’ul­ti­ma co­sa che si do­ve­va fa­re era sve­la­re par­ti­co­la­ri del pia­no del go­ver­no. In par­ti­co­la­re la mos­sa che avreb­be fat­to sal­ta­re i ner­vi a Tria è sta­ta quel­la di par­la­re di un’ipo­te­si di con­ver­sio­ne del pre­sti­to-pon­te in equi­ty che rea­liz­ze­reb­be l’in­gres­so del Te­so­ro in Ali­ta­lia, in que­sto mo­do sca­val­can­do il ver­det­to di Bru­xel­les. La via mae­stra, au­spi­ca­ta dal mi­ni­stro dell’eco­no­mia, per da­re a tutto l’in­ter­ven­to la par­ven­za di un’ope­ra­zio­ne di mer­ca­to, sa­reb­be in­ve­ce quel­la che Ali­ta­lia re­sti­tuis­se il pre­sti­to al­lo Sta­to e che que­sto en­tras­se ex no­vo nel ca­pi­ta­le del­la nuo­va com­pa­gnia (new­co) li­be­ra­ta dal far­del­lo dei de­bi­ti tra­mi­te una bad com­pa­ny. Di que­sto il mi­ni­ste­ro dell’eco­no­mia sta­va di­scu­ten­do con i com­mis­sa­ri eu­ro­pei quan­do è ar­ri­va­to l’an­nun­cio di Di Ma­io a scom­bi­na­re i gio­chi.

Il tem­pi­smo Tria sta­va di­scu­ten­do la sua ipo­te­si con i com­mis­sa­ri Ue quan­do il lea­der M5S ha par­la­to

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