Le cri­si in Ma­ce­do­nia e Ko­so­vo, ere­di­tà dei pas­si fal­si oc­ci­den­ta­li

Corriere della Sera - - Esteri - Di Ser­gio Ro­ma­no

Le cri­si fra gli Sta­ti scop­pia­no ge­ne­ral­men­te quan­do due Pae­si aspi­ra­no al­lo stes­so ter­ri­to­rio o uno di es­si ri­tie­ne di es­se­re mi­nac­cia­to dal­le am­bi­zio­ni dell’al­tro. Ma vi so­no an­che le cri­si «iden­ti­ta­rie», pro­vo­ca­te dal­la pre­te­sa del pri­mo di usa­re un no­me che il se­con­do ri­ven­di­ca co­me pro­prio. Vi­ste dall’ester­no que­ste cri­si ri­cor­da­no «La sec­chia ra­pi­ta», il poe­ma eroi­co­mi­co in cui Ales­san­dro Tas­so­ni, agli ini­zi del XVII° se­co­lo, rac­con­tò la sto­ria di un con­flit­to fra bo­lo­gne­si e mo­de­ne­si per una sec­chia di le­gno che i guer­rie­ri di Mo­de­na ave­va­no ru­ba­to ai guer­rie­ri di Bo­lo­gna. In que­sto ca­so la sec­chia ra­pi­ta è il no­me, «Ma­ce­do­nia», con cui è chia­ma­ta una re­gio­ne dei Bal­ca­ni me­ri­dio­na­li in­ca­sto­na­ta fra Ser­bia, Bul­ga­ria e Gre­cia. Ap­par­te­ne­va al­la Ju­go­sla­via mul­ti­na­zio­na­le, na­ta do­po la fi­ne del­la Gran­de guer­ra, e con­ser­vò il no­me quan­do di­ven­ne in­di­pen­den­te do­po la di­sin­te­gra­zio­ne del­lo Sta­to ju­go­sla­vo a Day­ton (Usa), nel 1995. Ma­ce­do­nia, tut­ta­via, è an­che il no­me di una re­gio­ne gre­ca che det­te i na­ta­li ad Ales­san­dro Ma­gno. Per evi­ta­re sgra­de­vo­li con­fu­sio­ni il go­ver­no di Ate­ne, per mol­ti an­ni, ha im­pe­di­to al­la Ma­ce­do­nia ex ju­go­sla­va di en­tra­re con quel no­me nel­la Unio­ne Eu­ro­pea e nel­la Na­to. Do­po un lun­go ne­go­zia­to il pro­ble­ma è sta­to ri­sol­to re­cen­te­men­te con un com­pro­mes­so: lo Sta­to ma­ce­do­ne si chia­me­rà Ma­ce­do­nia del Nord e la Gre­cia ri­nun­ce­rà al suo ve­to. Ma i due li­ti­gan­ti non ave­va­no fat­to i con­ti con gli elet­to­ri ma­ce­do­ni che, chia­ma­ti ad ap­pro­va­re il com­pro­mes­so con un re­fe­ren­dum, han­no in buo­na par­te di­ser­ta­to le ur­ne e an­nul­la­to il ri­sul­ta­to del­la con­sul­ta­zio­ne. Die­tro que­sta

Ra­gio­ni

Tutto è ac­ca­du­to af­fin­ché la Na­to esten­des­se il suo om­brel­lo e l’eu­ro­pa ac­co­glies­se nuo­vi mem­bri

vi­cen­da vi è pro­ba­bil­men­te la stra­te­gia di quei ma­ce­do­ni, so­ste­nu­ti dal­la Rus­sia, che non vo­glio­no en­tra­re nel­la Na­to. Qual­co­sa del ge­ne­re sta ac­ca­den­do nel Ko­so­vo, un al­tro Sta­to bal­ca­ni­co na­to dal­la di­sin­te­gra­zio­ne del­la Ju­go­sla­via. An­che il Ko­so­vo vuo­le en­tra­re nel­la Unio­ne Eu­ro­pea e nel­la Na­to. Ma il suo go­ver­no de­ve an­zi­tut­to ac­cor­dar­si con la Ser­bia sul­lo sta­tus e sui di­rit­ti dei ser­bi ri­ma­sti con i lo­ro an­ti­chi mo­na­ste­ri in ter­ri­to­rio ko­so­va­ro. Og­gi, do­po la fu­ga in Ser­bia di cir­ca due ter­zi del­la po­po­la­zio­ne, so­no sol­tan­to 100.000, ma i mo­na­ste­ri or­to­dos­si so­no la sto­ri­ca cul­la del­la pa­tria ser­ba.

Que­sti pro­ble­mi non esi­ste­reb­be­ro, na­tu­ral­men­te, se i ser­bi del ge­ne­ra­le Mla­dic non aves­se­ro uc­ci­so 8.000 mu­sul­ma­ni bo­snia­ci a Sre­bre­ni­ca nel lu­glio del 1995, se gli ac­cor­di di Day­ton del no­vem­bre 1995 non aves­se­ro fran­tu­ma­to la Ju­go­sla­via, se la Na­to non aves­se bom­bar­da­to la Ser­bia per due me­si nel 1999 e se il Ko­so­vo, con il be­ne­pla­ci­to del­le de­mo­cra­zie oc­ci­den­ta­li, non aves­se pro­cla­ma­to la pro­pria in­di­pen­den­za nel 2008. Tutto è ac­ca­du­to per­ché la Na­to esten­des­se il suo om­brel­lo all’in­te­ra pe­ni­so­la bal­ca­ni­ca e l’eu­ro­pa ac­co­glies­se una mez­za doz­zi­na di nuo­vi mem­bri: due fat­to­ri che han­no il dop­pio in­con­ve­nien­te di peg­gio­ra­re i rap­por­ti con la Rus­sia e di ren­de­re la Ue an­co­ra più dif­fi­cil­men­te go­ver­na­bi­le.

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