«Io, cam­pio­ne in 20 mi­nu­ti»

Tri­po­di de­but­tò nel fi­na­le a Bo­lo­gna do­po il trion­fo del ‘74: «Fu la squa­dra a vo­ler­lo»

Corriere dello Sport (Lazio) - - Speciale - CEN­TRO STU­DI NO­VE GEN­NA­IO MILLENOVECENTO

pri­mo scu­det­to la­zia­le vin­se an­che un tri­co­lo­re con l’Un­der 23: «Con la La­zio ho col­le­zio­na­to an­che una pre­sen­za in Cop­pa Ita­lia, a To­ri­no, con­tro la Ju­ve. Ri­cor­do un pa­io di panchine in Cop­pa Ue­fa. Era un cal­cio di­ver­so, in pan­chi­na c’era­no po­chi po­sti». Da­van­ti a sè ave­va mo­stri sa­cri co­me Fru­sta­lu­pi e Re Cec­co­ni. Il cal­cio, in real­tà, ri­schiò di la­sciar­lo da ven­ten­ne: «Mae­strel­li mi vi­de gio­ca­re a Cer­ve­te­ri, in una ami­che­vo­le tra ri­ser­ve del­la Pri­ma­ve­ra e una rap­pre­sen­ta­ti­va del Sud. Ero lì per caso, sta­vo per la­scia­re il Fran­co Tri­po­di du­ran­te un al­le­na­men­to con la La­zio nel cen­tro di Tor di Quin­to: al­le sue spal­le si ri­co­no­sce un di­ver­ti­to Ren­zo Gar­la­schel­li Fran­co Tri­po­di è na­to a Ro­ma il 12 mag­gio 1953. Ol­tre al­la La­zio, ha gio­ca­to an­che con Reg­gi­na, Pe­sca­ra, Brin­di­si, La­ti­na, Avez­za­no e Sul­mo­na. cal­cio do­po un pre­sti­to al Sul­mo­na. Mi chia­mò Ales­san­dro Gio­ia, di­ri­gen­te dell’epo­ca, mi in­vi­tò a par­te­ci­pa­re a quel­la par­ti­ta, fu la svol­ta». Le gran­di sto­rie ini­zia­no sem­pre per caso: «Gio­ca­vo in stra­da, ave­vo 10 an­ni, mi scel­se la Pro Ro­ma. A 14 an­ni fui no­ta­to dal­la La­zio. Ini­ziai da cen­tra­van­ti, ar­ri­vai in Pri­ma­ve­ra, poi Fla­mi­ni mi dis­se che mi ve­de­va mez­za­la. Per­si il po­sto, pen­sai di la­scia­re, mi cad­de il mon­do ad­do­so. Fu Ca­ro­si, il Ba­ro­ne, a ri­ge­ne­rar­mi da mez­za­la. Poi ar­ri­vò an­che la glo­ria». se­gna­to due gol che po­treb­be cu­cir­si al pet­to co­me due mo­stri­ne. L’in­com­ple­to e ma­lin­co­ni­co Lecco ha im­pen­sie­ri­to i bian­caz­zur­ri fi­no a quan­do la par­ti­ta non è co­min­cia­ta. Poi la sua di­men­sio­ne inof­fen­si­va e il suo sta­to d’ani­mo ras­se­gna­to han­no la­scia­to al­la La­zio tut­ta la re­spon­sa­bi­li­tà di im­po­sta­re, svi­lup­pa­re, de­co­ra­re e de­ci­de­re la par­ti­ta, vir­tual­men­te sen­za che ve­des­se mai sor­ge­re nell’al­tro cam­po una pal­li­da idea di con­trad­dit­to­rio, un im­prov­vi­so sus­sul­to di di­spe­ra­zio­ne. La La­zio ave­va già con­qui­sta­to a Lecco la sua uni­ca vit­to­ria sta­gio­na­le in tra­sfer­ta. Ma, sia pu­re in Cop­pa Ita­lia, si era vi­sta ri­pa­ga­re a Ro­ma con un col­po di ma­no dei la­ria­ni che par­ve im­por­tan­te pro­prio per i ri­fles­si psi­co­lo­gi­ci ed ago­ni­sti­ci che avreb­be eser­ci­ta­to quan­do le due squa­dre, an­co­ra qui a Ro­ma, si fos­se­ro in­con­tra­te di nuo­vo, sta­vol­ta per il “ri­tor­no” del cam­pio­na­to. Que­sti ri­fles­si in­ve­ce non si so­no vi­sti, la par­ti­ta ha in­fi­la­to il sen­so uni­co e la La­zio ha im­pres­so due svol­te bru­sche e net­te, una già al­la mezz’ora e l’al­tra al de­ci­mo mi­nu­to del­la ri­pre­sa, cioè pro­prio nel­le due fa­si de­ci­si­ve, quan­do il rap­por­to dei va­lo­ri si de­li­nea e quan­do si ren­de ne­ces­sa­rio ri­ba­di­re un van­tag­gio già ac­qui­si­to per chiu­der­lo in cas­set­ta di si­cu­rez­za.

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