«Re­ste­rà la gio­ia più bel­la di sem­pre»

Corriere dello Sport Stadio (Emilia) - - Tennis - G.m. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Al­la fi­ne, do­po l'esul­tan­za, i fe­steg­gia­men­ti, es­se­re por­ta­to in trion­fo dai suoi stes­si com­pa­gni, la gio­ia ir­re­fre­na­bi­le, i mil­le ab­brac­ci, aver con­so­la­to gli av­ver­sa­ri, il più fe­li­ce, e in­cre­du­lo, è pro­prio lui. Che fa­ti­ca a tro­va­re le pa­ro­le per espri­me­re la sua con­ten­tez­za. Che sgra­na gli oc­chi co­me chi vuo­le ac­cer­tar­si di non star so­gnan­do. Si guar­da at­tor­no co­me se non fos­se sta­to lui, An­dy Mur­ray, a cor­re­re e lot­ta­re per qua­si tre ore con­tro Da­vid Gof­fin per con­qui­sta­re il ter­zo e de­ci­si­vo pun­to nel­la fi­na­le di Cop­pa Da­vis.

«Sin­ce­ra­men­te non pos­so an­co­ra cre­de­re che ce l'ab­bia­mo fat­ta - le pa­ro­le a cal­do di Mur­ray - È paz­ze­sco, una sen­sa­zio­ne in­cre­di­bi­le. For­se è la vit­to­ria più emo­zio­nan­te che ab­bia mai vis­su­to. Quel­lo che è suc­ces­so do­po il mat­ch-point, la sca­ri­ca di adre­na­li­na, l'esul­tan­za con i com­pa­gni, so­no la co­sa più in­ten­sa che ab­bia mai pro­va­to su un cam­po da tennis. Fa­ti­co an­co­ra a cre­de­re che ab­bia­mo vin­to que­sta com­pe­ti­zio­ne. Se mi guar­do in­die­tro, ve­do a che pun­to ci tro­va­va­mo fi­no a po­chi an­ni fa. E og­gi sia­mo i mi­glio­ri al mon­do. È una si­tua­zio­ne ina­spet­ta­ta ma an­che pie­na­men­te me­ri­ta­ta. Per­ché tut­ti ab­bia­mo da­to il 101% per es­se­re qui ades­so. Ri­cor­de­re­mo tut­ti que­sto an­no per il re­sto del­le no­stre vi­te, a pre­scin­de­re da quel­lo che ac­ca­drà in fu­tu­ro al­le no­stre car­rie­re. Nes­sun al­tro trion­fo po­trai mai es­se­re pa­ra­go­na­to al­la vit- to­ria di que­sta Da­vis».

Ca­pa­ce, una vol­ta di più, di re­ga­la­re emo­zio­ni e at­mo­sfe­re uni­che e im­pa­reg­gia­bi­li. Un tennis di­ver­so, più cal­ci­sti­co e par­te­ci­pa­to. Ma for­se an­che più sen­ti­to da­gli stes­si in­ter­pre­ti.

«Pen­so che nel cor­so del­la sta­gio­ne non ci ca­pi­ti mai di gio­ca­re in si­mi­li con­te­sti, nel mez­zo di que­sta at­mo­sfe­ra. Ma que­sto suc­ce­de quan­do c'è di mez­zo la tua na­zio­na­le. Non gio­chi più so­lo per te ma rap­pre­sen­ti la tua na­zio­ne e ine­vi­ta­bil­men­te la gen­te si sen­te più coin­vol­ta e lo stes­so va­le per i gio­ca­to­ri».

A pro­po­si­to dell'ul­ti­mo mat­ch con­tro Gof­fin, lu­ci­da l'ana­li­si del­lo scoz­ze­se.

« Ho spin­to fin dall'ini­zio, fin dal pri­mo pun­to ho cer­ca­to di es­se­re il più ag­gres­si­vo pos­si­bi­le. E non ho mai avu­to ca­li se non for­se ad ini­zio ter­zo set quan­do mi ha tol­to il ser­vi­zio. È un gran­de or­go­glio aver vin­to tut­ti i mat­ch che ho gio­ca­to que­st'an­no e aver con­tri­bui­to al­la con­qui­sta del­la Cop­pa».

La svol­ta di que­sta sto­ri­ca im­pre­sa, più an­co­ra che in fi­na­le è ar­ri­va­ta nei quar­ti, bat­ten­do la Fran­cia.

«Se ci ri­pen­so, è sta­to il mat­ch più du­ro per­ché an­che lo scor­so an­no i fran­ce­si era­no ar­ri­va­ti in fi­na­le e han­no quat­tro gio­ca­to­ri tra i ven­ti mi­glio­ri. Quan­do li ab­bia­mo bat­tu­ti, ho pen­sa­to dav­ve­ro che po­tes­si­mo far­ce­la».

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