RESTARE O ANDARSENE? DIPENDEÉ

Cosmopolitan (Italy) - - Youniverse -

Eme­glio rom­pe­re

In­se­pa­ra­bi­li. È così che tut­ti de­fi­ni­va­no me e Gio­van­ni, il mio ra­gaz­zo ai tem­pi dell’uni­ver­si­tà. Fin dall’ini­zio ab­bia­mo con­di­vi­so tut­to. Man­gia­va­mo insieme, an­da­va­mo al­le fe­ste insieme, una vol­ta ab­bia­mo an­che fatto lo sci­vo­lo insieme sul­le sca­le dell’Uni­ver­si­tà. Ma al­la fi­ne di quel pri­mo an­no co­min­ciai a sen­tir­mi sof­fo­ca­ta dal­la sua pre­sen­za co­stan­te. Un gior­no era­va­mo ab­brac­cia­ti sul let­to nel­la sua stan­za, quan­do all’im­prov­vi­so mi sor­pre­si a de­si­de­ra­re di ave­re i miei spa­zi, col­ti­va­re ami­ci­zie in­di­pen­den­te­men­te da lui. Pro­po­si di pren­der­ci una pau­sa, ma Gio­van­ni ci ri­ma­se ma­lis­si­mo, e io fe­ci mar­cia in­die­tro. Mi era sempre stato det­to che ci vuo­le im­pe­gno per far fun­zio­na­re una re­la­zio­ne, così aspet­tai: im­ma­gi­na­vo che col tem­po mi sa­rei cal­ma­ta e avrei smes­so di sen­tir­mi op­pres­sa da quel no­stro le­ga­me clau­stro­fo­bi­co. Tre an­ni do­po, fu lui a la­sciar­mi. «Non sei mai con­ten­ta», mi dis­se. Vo­le­va usci­re con al­tre ra­gaz­ze. An­dai a sta­re in un’al­tra ca­sa insieme a del­le ami­che, e poco do­po mi iscris­si a un cor­so di scrit­tu­ra crea­ti­va, poi en­trai in una band… Ama­vo la mia nuova vi­ta, e al­lo stes­so tem­po ero fu­rio­sa, non con Gio­van­ni, ma con me stes­sa. Se non aves­si mes­so i suoi sen­ti­men­ti da­van­ti ai miei, avrei po­tu­to trovare quel­la gio­ia tre an­ni pri­ma. In­ve­ce, senza vo­ler­lo ave­vo fe­ri­to en­tram­bi. Così, im­pa­rai a mie spe­se che chiu­de­re una re­la­zio­ne può essere do­lo­ro­so, ma tra­sci­nar­la troppo avan­ti quan­do è chia­ro che non fun­zio­na è peg­gio. In­ve­ce di ve­de­re una rot­tu­ra come un fal­li­men­to, con­si­de­ra­la una scelta ra­gio­na­ta, e perfino li­be­ra­to­ria. Certo, non è fa­ci­le la­scia­re un ra­gaz­zo con cui hai una rou­ti­ne ras­si­cu­ran­te per l’in­cer­tez­za di una vi­ta da sin­gle, ma l’in­cer­tez­za, ho scoperto, apre la por­ta a mol­te op­por­tu­ni­tà. E non sot­to­va­lu­te­rò mai più il po­ten­zia­le del­lo sta­re da so­la. An­na Va­le la pe­na di in­si­ste­re

Nel­le mie pas­sa­te re­la­zio­ni, so­no sempre sta­ta il ti­po che se ne va sbat­ten­do la por­ta. La mia ti­pi­ca mos­sa do­po un li­ti­gio era met­ter­mi a dormire sul di­va­no, così avrei po­tu­to gua­da­gna­re l’usci­ta più ra­pi­da­men­te. Poi ho in­con­tra­to Da­rio. Con lui, le mie strategie di fu­ga non fun­zio­na­va­no. Se pro­va­vo ad ac­cam­par­mi sul di­va­no, sem­pli­ce­men­te, e dol­ce­men­te, mi pren­de­va in brac­cio e mi por­ta­va a let­to. Le co­se tra noi an­da­va­no al­la gran­de, fi­no a qual­che an­no fa, quan­do ho ini­zia­to un nuovo la­vo­ro molto stres­san­te. All’im­prov­vi­so, Da­rio e io ab­bia­mo smes­so di parlare di qua­lun­que co­sa non fos­se il mio la­vo­ro, e su tut­to il re­sto erano li­ti­ga­te a non fi­ni­re: lui mi ac­cu­sa­va del poco tem­po che pas­sa­va­mo insieme, del ses­so che non fa­ce­va­mo, del fatto che non la­va­vo mai i piat­ti, e io lo rim­pro­ve­ra­vo di non ca­pi­re quan­to la mia car­rie­ra fos­se im­por­tan­te per me. Do­po quei li­ti­gi, mi sdra­ia­vo sul di­va­no dan­do­gli le spal­le, e lui mi la­scia­va lì e se ne an­da­va in ca­me­ra da let­to da so­lo. Sem­bra­va pro­prio che la re­la­zio­ne stes­se nau­fra­gan­do, e io non sa­pe­vo come im­pe­dir­lo. «Non pos­sia­mo an­da­re avan­ti così», mi dis­se Da­rio un gior­no. Sen­ten­do quel­le pa­ro­le, pen­sai che fos­se ar­ri­va­to il mo­men­to di fa­re fa­got­to, ma lui non ave­va nes­su­na in­ten­zio­ne di la­sciar­mi an­da­re via: era de­ci­so a far fun­zio­na­re la no­stra re­la­zio­ne, e si aspet­ta­va che per me fos­se lo stes­so. «Io vo­glio sta­re con te», dis­se. «Tu vuoi sta­re con me?». Do­vet­ti am­met­te­re che sì, lo vo­le­vo. «Al­lo­ra dob­bia­mo mettere noi due al pri­mo po­sto», con­clu­se. Da al­lo­ra, cam­biai at­teg­gia­men­to. Smi­si di trat­ta­re ogni mail di la­vo­ro come una que­stio­ne di vi­ta o di mor­te e di sta­re sempre col te­le­fo­no in ma­no, e ri­pre­si a fa­re con­ver­sa­zio­ne con Da­rio du­ran­te la ce­na. Le li­ti ces­sa­ro­no e la no­stra re­la­zio­ne si ri­mi­se in car­reg­gia­ta. Se aves­si mol­la­to, non ci sa­rem­mo spo­sa­ti un an­no do­po, non ci sa­rem­mo tra­sfe­ri­ti insieme in un’al­tra città do­po altri sei me­si, e ades­so non sa­rei qui nel­la no­stra nuova ca­sa ad aspet­ta­re che lui tor­ni dal­la sua mis­sio­ne al ta­kea­way giap­po­ne­se con i no­stri ma­ki pre­fe­ri­ti. Ali­ce

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