Ai gio­va­ni

Lo so­stie­ne una psi­co­lo­ga ame­ri­ca­na nel suo nuo­vo, pro­vo­ca­to­rio sag­gio. Per col­pa del cel­lu­la­re gli ado­le­scen­ti di og­gi so­no apa­ti­ci, an­sio­si, im­pre­pa­ra­ti a di­ven­ta­re gran­di. È dav­ve­ro così? Lo ab­bia­mo chie­sto a 5 esper­ti ita­lia­ni

Donna Moderna - - SOMMARIO - di Sil­via Cal­vi - @si_­cal­vi

Più connessi = me­no fe­li­ci?

Si in­ti­to­la iGen il sag­gio di Jean M. Twen­ge, psi­co­lo­ga e do­cen­te dell’uni­ver­si­tà di San Die­go, che sta di­vi­den­do ge­ni­to­ri ed edu­ca­to­ri ne­gli Usa, e non so­lo. Il mo­ti­vo è rias­sun­to nel sot­to­ti­to­lo: “Per­ché i ra­gaz­zi su­per­con­nes­si di og­gi stan­no cre­scen­do me­no ri­bel­li, più tol­le­ran­ti, me­no fe­li­ci e com­ple­ta­men­te im­pre­pa­ra­ti a di­ven­ta­re adul­ti”. Il libro trac­cia l'iden­ti­kit del­la ge­ne­ra­zio­ne suc­ces­si­va ai mil­len­nials: i nati do­po il 1995 e nei pri­mi an­ni del 2000, cre­sciu­ti con lo smart­pho­ne in ma­no, un ac­count In­sta­gram fin dal­le scuo­le me­die e sen­za me­mo­ria di un’epo­ca in cui In­ter­net non esi­ste­va. Tee­na­ger che, se­con­do la psi­co­lo­ga ame­ri­ca­na, non han­no fret­ta di stac­car­si dal­la fa­mi­glia o di pren­de­re la patente - tan­to mamma e pa­pà li ac­com­pa­gna­no ovun­que - né il de­si­de­rio di cer­ca­re un la­vo­ret­to per ren­der­si in­di­pen­den­ti o di viag­gia­re da so­li. So­no gio­va­ni me­no ri­bel­li, os­ses­sio­na­ti dal­la si­cu­rez­za e quin­di an­sio­si e dif­fi­den­ti, nar­ci­si­sti e un po’ bac­chet­to­ni: non fu­ma­no, non ama­no gli ec­ces­si, non so­no im­pa­zien­ti di fa­re ses­so. Ma so­prat­tut­to, af­fer­ma l’au­tri­ce, so­no più infelici e ten­den­zial­men­te de­pres­si.

Vi­vo­no in­col­la­ti al te­le­fo­no. Ad aver cam­bia­to le co­se, se­con­do Twen­ge, è sta­to il te­le­fo­ni­no. «Ha let­te­ral­men­te di­strut­to una ge­ne­ra­zio­ne, ren­den­do­la fra­gi­le e men­tal­men­te in­sta­bi­le» scri­ve l’au­tri­ce. «Non è un’esa­ge­ra­zio­ne di­re che gli ado­le­scen­ti di og­gi so­no sull’or­lo del­la peg­gio­re cri­si di sa­lu­te men­ta­le de­gli ul­ti­mi de­cen­ni e ipo­tiz­za­re che gran par­te di que­sta si­tua­zio­ne pos­sa es­se­re ri­con­dot­ta ai lo­ro cel­lu­la­ri. Gli iGen si sen­to­no a pro­prio agio più in camera lo­ro, da so­li, che a una fe­sta. Han­no mag­gio­re tem­po li­be­ro ri­spet­to alla ge­ne­ra­zio­ne pre­ce­den­te, ma che co­sa ci fan­no? Stan­no al te­le­fo­no, nel­la lo­ro stanza». Que­ste abi­tu­di­ni han­no cam­bia­to an­che la vi­ta sen­ti­men­ta­le dei tee­na­ger. «Nel 2015 so­lo il 56% di chi fre­quen­ta l’ul­ti­mo an­no del­le su­pe­rio­ri ha avu­to de­gli ap­pun­ta­men­ti, nel­la Ge­ne­ra­zio­ne X era l’85%. Ades­so, del re­sto, par­te del cor­teg­gia­men­to av­vie­ne at­tra­ver­so le chat e non è det­to che poi si ar­ri­vi a un in­con­tro rea­le: i 18en­ni di og­gi agi­sco­no co­me dei 15en­ni e quel­li di 15 an­ni so­no più si­mi­li a ra­gaz­zi­ni di 13».

Ma non so­cia­liz­za­no. «Si po­treb­be pen­sa­re che gli ado­le­scen­ti si com­por­ti­no così per­ché que­sto li ren­de fe­li­ci. Ma la mag­gior par­te dei da­ti sug­ge­ri­sce che non è ve­ro» ri­flet­te Twen­ge. E ri­por­ta le ci­fre sul co­stan­te au­men­to di sui­ci­di tra ra­gaz­zi, e so­prat­tut­to ragazze, a par­ti­re dal 2011-2012. Se­con­do l’ul­ti­mo rap­por­to del­le Pe­dia­tric Aca­de­mic So­cie­ties, la per­cen­tua­le di ri­schio è pas­sa­ta dal­lo 0,67% del 2008 all’1,79%

del 2015. Il 65% dei ra­gaz­zi ri­co­ve­ra­ti in ospe­da­li pe­dia­tri­ci de­gli Usa per au­to­le­sio­ni­smo o ten­ta­ti­vi di sui­ci­dio (qua­si 60.000 ca­si) ha tra i 15 e i 17 an­ni. La con­tro­mi­su­ra? La psi­co­lo­ga in­vi­ta i ge­ni­to­ri a spin­ge­re i fi­gli a usci­re di ca­sa e fa­re espe­rien­ze nel­la vi­ta rea­le. A “sbuc­ciar­si le gi­noc­chia”. Ma non ba­sta. «Dob­bia­mo sfor­zar­ci di com­pren­de­re co­me que­sto nuo­vo grup­po di gio­va­ni stia cre­scen­do. La fa­mi­glia, le scuo­le e le uni­ver­si­tà pos­so­no es­se­re di aiu­to, edu­can­do­li e gui­dan­do­li. Al­lo stes­so tem­po, gli iGen de­vo­no ca­pi­re se stes­si, im­pa­ra­re a spie­ga­re le pro­prie opi­nio­ni e co­sa vo­glio­no agli adul­ti. Per­ché do­ve van­no lo­ro va la no­stra Na­zio­ne. E il mondo». Dav­ve­ro la si­tua­zio­ne è così cri­ti­ca co­me la de­scri­ve Twen­ge? Lo ab­bia­mo chie­sto a 5 per­so­nag­gi au­to­re­vo­li, che co­no­sco­no be­ne i gio­va­ni di og­gi.

“A cau­sa de­gli smart­pho­ne, gli ado­le­scen­ti tra­scor­ro­no mol­to me­no tem­po con i lo­ro ami­ci. Fan­no me­no in­con­tri ro­man­ti­ci e me­no ses­so, han­no me­no son­no e mag­gio­ri pro­ba­bi­li­tà di sen­tir­si so­li. Van­no al­le fe­ste, ma poi pas­sa­no il tem­po a po­sta­re fo­to sui social, sen­za go­der­si il momento” Jean M. Twen­ge da iGen (Atria Books)

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