DAL MAN­GA AL WALK­MAN

Dove - - Dossier Giappone -

Il no­stro quo­ti­dia­no, per un cer­to ver­so, è per­mea­to dal de­si­de­rio di giap­po­ne­si­tà. A vol­te lo ap­pa­ghia­mo at­tra­ver­so le pa­ro­le (ori­ga­mi, sudoku, ban­zai, ha­ra­ki­ri…); al­tre vol­te, con l’as­si­mi­la­zio­ne di ri­ti lai­ci, dal rior­di­no zen di Ma­rie Kon­do al ri­spar­mio or­ga­niz­za­to del ka­ke­bo. “For­se è pro­prio que­sto il se­gre­to del fa­sci­no del Giap­po­ne: die­tro un’ap­pa­ren­za mo­der­na od oc­ci­den­ta­le, con­ser­va di fat­to uno spi­ri­to ori­gi­na­rio, coe­so e pro­tet­ti­vo ver­so le pro­prie tra­di­zio­ni. del re­sto, i giap­po­ne­si stes­si ama­no sen­tir­si uni­ci, in­com­pren­si­bi­li, e ta­ta­miz­zar­si non ser­ve per en­tra­re in con­tat­to con lo­ro. Per­so­nal­men­te, so­lo quan­do ho im­pa­ra­to a de­ci­fra­re la lo­ro scrit­tu­ra ho avu­to la chia­ve per in­ter­pre­ta­re la ma­gia del­la lo­ro so­cie­tà”. Una so­cie­tà che An­to­niet­ta Pa­sto­re, scrit­tri­ce e tra­dut­tri­ce, tra gli al­tri, di uno de­gli au­to­ri di cul­to con­tem­po­ra­nei, Ha­ru­ki Mu­ra­ka­mi, nei suoi li­bri (l’ul­ti­mo è Mia ama­ta Yu­ri­ko, ei­nau­di, 2016) de­scri­ve an­co­ra se­con­do un im­ma­gi­na­rio tra­di­zio­na­le. I ki­mo­no che fa­scia­no le don­ne, gli in­chi­ni a ma­ni giun­te, l’ita­da­ki­ma­su re­ci­ta­to all’ini­zio del pran­zo, il suo­no

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