A Ro­ma

L’abi­ta­zio­ne di Benedetta Lu­che­ri­ni e Car­lo Be­rar­duc­ci è un gran­de spazio sen­za di­vi­sio­ni che si af­fac­cia sul verde. Co­me un an­fi­tea­tro

ELLE Decor (Italy) - - CONTENTS - Di Ro­sa­ria Zuc­co­ni — fo­to di Al­ber­to Stra­da

Nel se­gno dell’ar­te, l’abi­ta­zio­ne af­fac­cia­ta sul verde di Benedetta Lu­che­ri­ni e Car­lo Be­rar­duc­ci

Ar­chi­tet­tu­ra, Ar­te e Ci­ne­ma. Mon­di di­ver­si e pa­ral­le­li han­no at­tra­ver­sa­to, de­ter­mi­nan­do­la, la vi­ta del­la cop­pia for­ma­ta da Benedetta Lu­che­ri­ni, press agent di ci­ne­ma, e Car­lo Be­rar­duc­ci, ar­chi­tet­to di re­spi­ro in­ter­na­zio­na­le. La pas­sio­ne per l’ar­te, ere­di­tà fa­mi­lia­re per en­tram­bi, li ha fat­ti co­no­sce­re. La promessa tra i due di uno scam­bio di un Boet­ti per uno Schi­fa­no ha avu­to una lun­ga ge­sta­zio­ne, tra ce­ne fre­quen­ti e pia­ce­vo­li di­scus­sio­ni. Con un ri­sul­ta­to a sor­pre­sa: nes­su­no dei due ce­de­rà la pro­pria ope­ra ma in­sie­me go­dran­no di un Boet­ti e di uno Schi­fa­no. Benedetta, lau­rea­ta in Sto­ria dell’ar­te, ha la­vo­ra­to con Achil­le Bo­ni­to Oli­va al me­mo­ra­bi­le pro­get­to ‘Aper­to ’93’ all’Ar­se­na­le del­la Bien­na­le di Ve­ne­zia. “Achil­le mi ha in­se­gna­to l’ar­te, An­ni­na No­sei a ven­der­la”, ri­cor­da Benedetta. “I cinque an­ni nel­la sua gal­le­ria a New York so­no sta­ti en­tu­sia­sman­ti. Di ri­tor­no a Ro­ma mi dedico ad Ali­ghie­ro Boet­ti, pur­trop­po nel suo ul­ti­mo an­no di vi­ta. Quan­do mio zio En­ri­co mi ha coin­vol­to nel mon­do del ci­ne­ma ero pron­ta a nuo­ve av­ven­tu­re. Da 20 an­ni la­vo­ro al suo fian­co e, con Gian­lu­ca Pi­gna­tel­li, ci oc­cu­pia­mo del­la co­mu­ni­ca­zio­ne di film ita­lia­ni e in­ter­na­zio­na­li e di star di tutto il mon­do”. Nel vil­li­no do­ve abi­ta­no, pro­get­ta­to nel 1969 dall’ar­chi­tet­to Francesco Be­rar­duc­ci, pa­dre di Car­lo, il re­gi­sta Elio Pe­tri ha gi­ra­to le sce­ne clou del film ‘In­da­gi­ne su un cit­ta­di­no al di so­pra di ogni so­spet­to’. In via Col­li del­la Far­ne­si­na, nel com­pren­so­rio de­gli ex sta­bi­li­men­ti Ti­ta­nus, l’edi­fi­cio è un pez­zo im­por­tan­te di ar­chi­tet­tu­ra bru­ta­li­sta a Ro­ma, sim­bo­lo di una nuo­va mo­da­li­tà co­strut­ti­va. Car­lo rac­con­ta la sto­ria del­la pa­laz­zi­na, l’ap­par­ta­men­to al se­con­do pia­no do­ve è vis­su­to e il pia­no ter­ra do­ve ades­so abi­ta con Benedetta e i lo­ro fi­gli. “Se il pro­get­to, nel trat­ta­men­to dei ma­te­ria­li e nel­la strut­tu­ra a vi­sta, ha i suoi pre­ce­den­ti in Le Cor­bu­sier e Paul Ru­dol­ph, l’ele­men­ta­ri­tà e la sem­pli­ci­tà dell’im­pian­to strut­tu­ra­le ri­cor­da­no Mies van der Ro­he, men­tre il rap­por­to con l’oro­gra­fia del ter­re­no e la na­tu­ra cir­co­stan­te è cer­ta­men­te or­ga­ni­co e wrightia­no. Ma è an­che un pro­get­to ric­co di idee d’avan­guar­dia, co­me l’in­te­gra­zio­ne del verde nell’ar­chi­tet­tu­ra e il suo uti­liz­zo per mi­glio­ra­re la ven­ti­la­zio­ne na­tu­ra­le. Nell’ap­par­ta­men­to al se­con­do pia­no do­ve ho vis­su­to, l’in­ter­no era bru­ta­li­sta ed es­sen­zia­le co­me l’ester­no: un open space con mat­to­ni di­pin­ti di bian­co e ce­men­to a vi­sta, mol­te ope­re d’ar­te con­tem­po­ra­nea e ar­re­di di design im­por­tan­te, gra­zie all’ami­ci­zia tra mio pa­dre e Di­no Ga­vi­na che ave­va rea­liz­za­to per lui gli ar­re­di del­la se­de Rai di via­le Maz­zi­ni. Il pri­vi­le­gio di na­sce­re e cre­sce­re in am­bien­ti aper­ti, lu­mi­no­si, vis­su­ti in­for­mal­men­te, e so­prat­tut­to mo­der­ni, ha eser­ci­ta­to una for­te in­fluen­za sul mio mo­do di in­ten­de­re lo spazio e l’ar­chi­tet­tu­ra. Non po­trei pen­sa­re di vi­ve­re in abi­ta­zio­ni ot­to­cen­te­sche con cor­ri­doi e spa­zi chiu­si, non co­mu­ni­can­ti tra lo­ro e con l’ester­no, bui e pie­ni di co­se. Nel­la ri­strut­tu­ra­zio­ne del pia­no ter­ra ho eli­mi­na­to tut­te le par­ti­zio­ni per fa­re di sog­gior­no, pran­zo e cucina un uni­co spazio aper­to in con­ti­nui­tà con la ter­raz­za e il giar­di­no. Un se­gno oriz­zon­ta­le, sen­za por­te ma so­lo con pan­nel­li scor­re­vo­li bian­chi co­me le pa­re­ti, at­tra­ver­sa per 24 me­tri l’ap­par­ta­men­to se­pa­ran­do la zo­na not­te. E di­ven­ta spazio espo­si­ti­vo per le ope­re d’ar­te”. —

Sul­lo sfon­do dell’ope­ra in ce­ra di Ales­san­dro Pian­gia­mo­re, Benedetta Lu­che­ri­ni e Car­lo Be­rar­duc­ci, uni­ti dal­la pas­sio­ne per l’ar­te. Pa­gi­na ac­can­to, la li­bre­ria, uni­co spazio ap­par­ta­to nell’open space. A pa­re­te ope­ra di Ma­rio Schi­fa­no, sul pia­no del­la scri­va­nia ‘V per Ven­det­ta’ di Adrian Tran­quil­li. Sul di­va­no in pelle ope­ra fo­to­gra­fi­ca di Rä di Mar­ti­no.

“Cre­sce­re in spa­zi pro­get­ta­ti e rea­liz­za­ti da mio pa­dre, in­for­ma­li nel mo­do di es­se­re vis­su­ti, aper­ti e lu­mi­no­si, è sta­to un gran­de pri­vi­le­gio” Car­lo Be­rar­duc­ci

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