Io bal­lo da so­lo

Bel­lo e ir­re­quie­to, il “Ja­mes Dean del­la dan­za” è uno dei mi­glio­ri bal­le­ri­ni al mon­do. Si è di­mes­so dal Royal Bal­let, ha in­ter­pre­ta­to Ta­ke me to Chur­ch per Da­vid La­cha­pel­le in un vi­deo di­ven­ta­to vi­ra­le. E ora che è free­lan­ce Ser­gei Po­lu­nin fa an­che l’at­to

ELLE (Italy) - - Ottobre 2017 - te­sto VALENTINA MARIANI fo­to LORENZO AGIUS

In­con­tro con Ser­gei Po­lu­nin, il Ja­mes Dean del­la dan­za clas­si­ca

DAL­LA STANZA

ac­can­to ar­ri­va il ru­mo­re del­le pun­te che si ap­pog­gia­no de­ci­se sul par­quet sul­le no­te di Tchai­ko­v­sky. Si­len­zio. La porta si apre e, da­van­ti a me, c’è Ser­gei Po­lu­nin. Oc­chi ce­le­sti, am­pio sor­ri­so e mo­di pa­ca­ti. Sem­bra un an­ge­lo, e ci met­to un po’ a col­le­gar­lo all’im­ma­gi­ne del bad boy del­la dan­za clas­si­ca che si porta die­tro. Sia­mo nei ca­me­ri­ni di un vec­chio tea­tro a nord di Lon­dra do­ve vie­ne a eser­ci­tar­si. E do­ve si sen­te a ca­sa. Ba­sta­no po­chi ge­sti per com­pren­de­re che la ti­mi­dez­za na­sce da un’in­fan­zia di di­sci­pli­na e ri­go­re. È uno dei bal­le­ri­ni più fa­mo­si del no­stro tem­po e mol­ti l’han­no sco­per­to gra­zie a Dan­cer, un do­cu­men­ta­rio sul­la sua vi­ta. Un in­ten­so ri­trat­to del­la sua car­rie­ra, ini­zia­ta nel pae­si­no in Ucrai­na do­ve è na­to.

Ha ini­zia­to a bal­la­re a tre an­ni. Ha mai la sen­sa­zio­ne di es­ser­si per­so qual­co­sa?

Non ho tan­ti ri­cor­di le­ga­ti a que­gli an­ni, a par­te il sen­so di leg­ge­rez­za e di li­ber­tà che pro­va­vo quan­do en­tra­vo in sa­la da bal­lo. Già da bam­bi­no ama­vo im­prov­vi­sa­re, e la dan­za è sta­ta il mez­zo per espri­me­re me stes­so. So­no for­tu­na­to. Tan­te per­so­ne non lo tro­va­no mai...

“SALIRE SUL PAL­CO? È CO­ME TOR­NA­RE A CA­SA DO­PO UN VIAG­GIO”

A 14 an­ni, la bu­sta del­la Royal Bal­let School... Ero sta­to am­mes­so, ma non ave­va­mo i sol­di per gli stu­di. Mi ha aiu­ta­to la Ru­dolf Nu­reyev Foun­da­tion.

Ê im­pe­gna­to con i ra­gaz­zi non uden­ti del cor­po di bal­lo An­ge­ly Na­de­zh­dy e con i bam­bi­ni ma­la­ti di can­cro. Quan­to con­ta il so­cia­le?

So­no for­tu­na­to e vor­rei che lo fos­se­ro tut­ti quel­li che han­no un do­no. Con il tea­tro Sad­ler’s Wells di Lon­dra è na­to il Pro­ject Po­lu­nin: vo­glia­mo coin­vol­ge­re ar­ti­sti con­tem­po­ra­nei per crea­re nuo­ve ope­re. La dan­za ha bi­so­gno di aria fre­sca. A vol­te ho la sen­sa­zio­ne che tut­to sia ri­ma­sto fer­mo al XIX se­co­lo, eser­ci­zi sempre ugua­li tra sbar­ra e spec­chio. Vor­rei che la dan­za si evol­ves­se, per smet­te­re di as­so­mi­glia­re all’eser­ci­to e ini­zia­re ad as­so­mi­glia­re all’ar­te.

È que­sto per lei?

A vol­te la vi­vo co­me un sa­cri­fi­cio, al­tre co­me un gran­de amore. Da bam­bi­no la con­si­de­ra­vo il mez­zo per te­ne­re uni­ta la mia fa­mi­glia. I miei era­no se­pa­ra­ti e si ri­tro­va­va­no quan­do ve­ni­va­no a ve­de­re un mio spet­ta­co­lo. Og­gi cre­do sia un lin­guag­gio po­ten­tis­si­mo. Che non si può spie­ga­re a parole, ma vi­ve ne­gli oc­chi di chi la guar­da e di chi la vi­ve.

Il suo ruolo pre­fe­ri­to?

Al­bre­cht in Gi­sel­le. È il bal­let­to con la più dol­ce com­bi­na­zio­ne tra dan­za e re­ci­ta­zio­ne. Mi emo­zio­na sempre.

L’ob­ser­ver l’ha de­fi­ni­ta il bal­le­ri­no più do­ta­to di que­sta ge­ne­ra­zio­ne. Da do­ve vie­ne il suo ta­len­to?

Da tan­to im­pe­gno e vo­lon­tà. Nei mo­men­ti dif­fi­ci­li, ave­re un so­gno e ri­cor­dar­mi per­ché so­no qui mi sal­va sempre.

Co­sa so­gna?

Di bal­la­re per le Na­zio­ni Uni­te, rac­con­ta­re la mia dan­za e fa­re qual­co­sa di uti­le per i Pae­si in dif­fi­col­tà...

Co­sa fa­reb­be se po­tes­se?

To­glie­rei i con­fi­ni. Non tro­vo giu­sto che le per­so­ne deb­ba­no chie­de­re il per­mes­so per pas­sa­re da un Pae­se all’altro. An­ni fa so­no ar­ri­va­to a Lon­dra con un visto di stu­dio e la­vo­ro. Se aves­si smes­so di la­vo­ra­re, non avrei più po­tu­to re­sta­re qui. Que­sto mi ha fat­to sen­ti­re per lun­go tem­po uno stra­nie­ro in un Pae­se fat­to di per­so­ne che mi ave­va­no ac­col­to con amore.

Cos’è l’amore per lei?

Un te­ma che mi coin­vol­ge mol­to. So­prat­tut­to ul­ti­ma­men­te, per­ché ho la­vo­ra­to al­le co­reo­gra­fie di Nar­cis­sus and Echo, una fa­vo­la che par­la d’amore in tut­te le sue for­me. Vor­rei che nes­su­no si sen­tis­se stra­nie­ro, mal­trat­ta­to, giu­di­ca­to... Sa­reb­be bel­lo se fos­si­mo tut­ti più tol­le­ran­ti.

Sul pal­co si è innamorato di Na­ta­lia Osi­po­va...

Sì. An­ni bel­lis­si­mi. Non stia­mo più in­sie­me ma ci vo­glia­mo bene. Com’è la sua don­na idea­le?

Non ho sche­mi. Una per­so­na in gra­do di far­mi sta­re bene, che mi la­sci li­be­ro di an­da­re, per ca­pi­re che so­lo co­sì tor­ne­rei sempre da lei.

Co­sa ama di se stes­so?

La for­za, la di­sci­pli­na, l’am­bi­zio­ne e la spi­ri­tua­li­tà... As­sas­si­nio sull’orient Ex­press di

Ê nel ca­st di Ken­ne­th Bra­na­gh...

Ado­ro la te­le­ca­me­ra pun­ta­ta, ma de­vo im­pa­ra­re a non in­ner­vo­sir­mi quan­do de­vo ri­co­min­cia­re da ca­po. Nel film so­no un bal­le­ri­no fa­mo­so che vie­ne coin­vol­to in una ris­sa.

Il vi­deo gi­ra­to da Da­vid La­cha­pel­le do­ve bal­la­vi sul­le no­te di Ta­ke Me To Chur­ch do­ve­va es­se­re il suo ad­dio al­la dan­za. E poi?

Men­tre bal­la­vo ho ca­pi­to che io so­no la dan­za e la dan­za è me.

Nella sua vi­ta c’è sta­to co­mun­que un gran­de ad­dio. Al Royal Bal­let....

Vo­le­vo sco­pri­re il mon­do, ero af­fa­ma­to e cu­rio­so. Ma non ero pre­pa­ra­to. Ho ri­ce­vu­to tal­men­te tan­te pro­po­ste da non es­se­re in gra­do di de­ci­de­re co­sa fos­se me­glio. E mi sen­ti­vo so­lo...

Co­sa pro­va pri­ma di salire sul pal­co di un tea­tro gre­mi­to di gen­te?

La stes­sa sen­sa­zio­ne che hai quan­do rien­tri a ca­sa do­po un lun­go viag­gio. Un mi­sto tra sol­lie­vo e con­for­to. E un po’ di stress, una pic­co­la an­sia da pre­sta­zio­ne che non ti ab­ban­do­na mai...

Ha paura di sba­glia­re?

Mi pia­ce sba­glia­re. La dan­za è co­me la vi­ta, e con gli er­ro­ri sem­bra più ve­ra. Ho im­pa­ra­to a go­der­mi an­che gli sba­gli e le pic­co­le im­per­fe­zio­ni.

Qual è la co­sa più dif­fi­ci­le per lei?

Men­ti­re, non mi rie­sce. La se­con­da è cer­ca­re di spie­ga­re la mia vi­sio­ne artistica al mon­do, ora che so­no un bal­le­ri­no free­lan­ce. Ser­ve una gran­de pa­zien­za per spie­ga­re qual­co­sa di im­pal­pa­bi­le, che non c’en­tra con i nu­me­ri e i fal­do­ni...

La chia­ma­no il bad boy del­la dan­za clas­si­ca. Sa­rà for­se per tut­ti quei ta­tuag­gi?

Pro­ba­bil­men­te sì. In real­tà so­no sta­ti fat­ti in mo­men­ti di­ver­si del­la mia vi­ta: scel­te im­pul­si­ve, nul­la di pia­ni­fi­ca­to. Li guar­do ogni gior­no e li amo tut­ti.

Pen­sa­vo fos­se­ro un at­to di ri­bel­lio­ne ver­so il sistema...

For­se è co­sì. Non mi pia­ce scen­de­re a com­pro­mes­si. Non amo se­gui­re le re­go­le im­po­ste da chi pen­sa che la dan­za sia un pro­dot­to da ven­de­re. Vo­glio in­ter­pre­ta­re ruo­li che non mi por­ti­no lon­ta­no dal­la mia ve­ra na­tu­ra.

Che in tre parole de­fi­ni­reb­be...

Leg­ge­ra, flut­tuan­te, in evo­lu­zio­ne. Co­me un bal­lo in­te­rio­re che non fi­ni­sce mai.

Ser­gei Po­lu­nin, 27 an­ni, è na­to in Ucrai­na. In que­ste fo­to in­dos­sa abi­ti John Ri­ch­mond.

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