Char­lie Cro­wn

Ha char­me e sen­so dell’umo­ri­smo. Si lan­cia nel­le bat­ta­glie con im­pe­to, le sue ester­na­zio­ni fan­no ar­rab­bia­re ar­chi­tet­ti e ca­pi di Sta­to. Cam­bie­rà quan­do avrà la co­ro­na? Per­ché il pas­sag­gio di con­se­gne è già ini­zia­to, co­me rac­con­ta una nuo­va bio­gra­fia...

ELLE (Italy) - - Ottobre 2017 - di SILVIA LOCATELLI

Ine­di­to ri­trat­to del Prin­ci­pe Car­lo d’in­ghil­ter­ra

È LO ZIMBELLO del­la stam­pa da de­cen­ni. Per le orec­chie grandi. Per­ché è sempre eclis­sa­to da qual­cun altro: dal ca­ri­sma di Dia­na pri­ma e dal Wil­liam & Ka­te show ora. Per­ché crea un fon­do per sal­va­re lo sco­iat­to­lo ros­so. Per­ché è l’eter­no “fu­tu­ro re”...

E se sua ma­dre re­si­stes­se ol­tre ogni re­cord pro­prio per amor suo? Una co­sa è chia­ra do­po aver visto la pri­ma sta­gio­ne del­la se­rie The Cro­wn: quan­te ri­nun­ce Eli­sa­bet­ta II ha pa­ti­to per la ra­gion di Sta­to. E se vo­les­se ri­spar­mia­re, il più pos­si­bi­le, al pri­mo­ge­ni­to, il tro­no?

Di­ven­ta­re re do­po la so­vra­na più ama­ta del­la sto­ria è co­me so­sti­tui­re Cri­stia­no Ro­nal­do nella fi­na­le dei mon­dia­li. “Po­ve­ro Car­lo” dav­ve­ro. Fos­se sta­to un com­mo­ner, pro­ba­bil­men­te sa­reb­be un agro­no­mo sin­gle che tra­scor­re le va­can­ze in un mo­na­ste­ro in­dui­sta. Ma Char­les non ave­va op­zio­ni. La sua stra­da, per vo­le­re di­vi­no, porta drit­to ver­so quei se­di­ci chi­li di ornamenti che do­vrà in­dos­sa­re il gior­no dell’in­co­ro­na­zio­ne, con tan­to di cal­zo­ni al­la zua­va, cal­za­ma­glia e cap­pa di er­mel­li­no... La “tran­si­zio­ne” è già ini­zia­ta da due o tre an­ni. Il suo sa­rà una sor­ta di in­ter­re­gno, tra Eli­sa­bet­ta e Wil­liam. Un re­cord l’ha già bat­tu­to: è l’ascen­den­te al tro­no più vec­chio del­la sto­ria. Non re­gne­rà a lun­go, ma sa­rà re.

Fra­gi­le? Sì, era un bam­bi­no fra­gi­le, sen­si­bi­le. «Ha la ten­den­za a pen­sa­re trop­po», sen­ten­ziò Win­ston Chur­chill quan­do Car­lo ave­va nean­che 4 an­ni. Il rap­por­to coi ge­ni­to­ri era di­stac­ca­to. Si in­con­tra­va­no

do­po co­la­zio­ne e all’ora del tè. L’amore non c’en­tra, era­no i co­stu­mi dell’up­per class. Quan­do tor­na­va da un tour di sei me­si nel­le ex co­lo­nie, la re­gi­na lo sa­lu­ta­va con una stret­ta di ma­no. Qua­rant’an­ni do­po, Dia­na fa­rà una cor­sa me­mo­ra­bi­le per riab­brac­cia­re i fi­gli do­po un viag­gio e ses­sant’an­ni do­po la prin­ci­pes­si­na Char­lot­te ru­ba la sce­na ai ge­ni­to­ri con un in­chi­no all’am­ba­scia­to­re di Ber­li­no. È cam­bia­to il mon­do. La re­gi­na twit­ta. Car­lo un po’ si ade­gua, ma è sempre con­vin­to che la tec­no­lo­gia sia il ma­le. Nei suoi pan­ta­lo­ni di vel­lu­to a co­ste e le giac­che di tweed, pre­di­ca con­tro i dan­ni dell’il­lu­mi­ni­smo e dell’in­du­stria­liz­za­zio­ne che han­no al­lon­ta­na­to l’uo­mo dal­la na­tu­ra. “È un gen­ti­luo­mo di cam­pa­gna del 18° se­co­lo”, han­no scrit­to di lui. Quan­do ab­brac­cia una cau­sa, che sia l’omeo­pa­tia o i cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci, ha le mi­glio­ri in­ten­zio­ni ma spes­so gli man­ca il sen­so del­la real­tà. Co­sì, nella sua in­fi­ni­ta guer­ra con­tro “le tor­ri dell’ar­ro­gan­za ar­chi­tet­to­ni­ca” (odia i grat­ta­cie­li e rea­liz­za un vil­lag­gio mo­del­lo nel Dor­set: Poundbury) ci­ta le ba­rac­co­po­li di Bom­bay co­me “esem­pio di so­ste­ni­bi­li­tà ur­ba­na”. Quan­do boi­cot­ta un pro­get­to a Chel­sea, gli ar­chi­tet­ti Frank Geh­ry, Ren­zo Pia­no e Nor­man Fo­ster gli chie­do­no di “non osta­co­la­re più il pro­ces­so de­mo­cra­ti­co del­la pro­get­ta­zio­ne”.

LE COCCOLE DEL­LA NON­NA

Da piccolo, la sua sal­vez­za è non­na Eli­za­be­th, la re­gi­na ma­dre. Con lei fa il pie­no di ab­brac­ci. In­sie­me van­no a tea­tro, ai bal­let­ti, ai con­cer­ti, lei gli tra­smet­te l’amore per l’ita­lia e per l’ar­te, lo coc­co­la quan­do ha il mor­bil­lo e la mam­ma è in In­dia per la­vo­ro. Fi­lip­po? Tro­va il fi­glio un po’ trop­po ti­mo­ro­so. Co­sì lo iscri­ve a Gor­don­stoun, uno dei col­le­gi più du­ri. Doc­ce fred­de all’al­ba e at­ti di bul­li­smo. Se la non­na è l’amore, il pro­zio Dic­kie Mount­bat­ten è una spe­cie di non­no, una gui­da, un con­si­glie­re. Un ca­na­le di co­mu­ni­ca­zio­ne coi ge­ni­to­ri.

“Fos­se sta­to an­co­ra in vi­ta Mount­bat­ten”, ha con­fi­da­to un ex as­si­sten­te del prin­ci­pe, “Car­lo non avreb­be mai spo­sa­to Dia­na”, si leg­ge nella bio­gra­fia Prin­ce Char­les, di Sal­ly Be­dell Smi­th (Pen­guin) che cer­ca di rac­con­ta­re l’ere­de al tro­no al di là de­gli ste­reo­ti­pi. Rien­tra nell’ope­ra di ria­bi­li­ta­zio­ne di Car­lo e Ca­mil­la, in cor­so da an­ni. Il 2017 l’ha mes­sa a du­ra pro­va. Ri­cor­re­va l’an­ni­ver­sa­rio del­la mor­te di Dia­na, Wil­liam e Har­ry si so­no riap­pro­pria­ti del­la sua me­mo­ria e han­no gi­ra­to un do­cu­men­ta­rio che ha fat­to ar­rab­bia­re tut­ta la fa­mi­glia. Il 2018 si pre­an­nun­cia pu­re peg­gio: Ryan Mur­phy ha vo­lu­to, co­me se­con­da sta­gio­ne del­la se­rie an­to­lo­gi­ca Feud, de­di­ca­ta al­le grandi ri­va­li­tà del­la sto­ria (la pri­ma era su Bet­te Da­vis e Joan Cra­w­ford) la sto­ria di Car­lo e Dia­na. Il fu­tu­ro re avrà bi­so­gno di tut­to il so­ste­gno del­la mo­glie. E del suo san­tua­rio per­so­na­le, a Hi­gh­gro­ve Hou­se, nel Glou­ce­ster­shi­re, il suo ve­ro re­gno.

1972. Ca­mil­la non è bella, ma Car­lo è su­bi­to at­trat­to dal­la sua vi­va­ci­tà. Han­no lo stes­so sen­so dell’umo­ri­smo un po’ ir­ri­ve­ren­te, en­tram­bi ama­no di­pin­ge­re e fa­re giar­di­nag­gio. “Era al­le­gra, una crea­tu­ra cal­da e ma­ter­na, con un enor­me sex ap­peal”, co­sì vie­ne de­scrit­ta. È fi­dan­za­ta con An­drew Par­ker Bo­w­les, mag­gio­re del­la guar­dia rea­le. Con l’ere­de al tro­no na­sce un’in­ti­ma ami­ci­zia. Ma l’an­no do­po lei si spo­sa. Certo, non cor­ri­spon­de­va al pro­fi­lo del­la mo­glie idea­le per il

fu­tu­ro re che, pe­ral­tro, a 24 an­ni, non pen­sa­va al ma­tri­mo­nio. Ca­mil­la “had a sto­ry” per dir­la con un eu­fe­mi­smo, non era “vir­gi­na­le” co­me ri­chie­sto dal­le con­ven­zio­ni. Ma Car­lo è de­va­sta­to.

QUEL­LA FRA­SE RIVELATORIA...

Co­min­cia­no in que­sto pe­rio­do i suoi scat­ti di ner­vi. Si sen­te so­lo, non ha un ruolo pre­ci­so. Ha ini­zia­to a fa­re qual­che “bal­co­ny job” di rap­pre­sen­tan­za, ma vuo­le qual­co­sa di suo. E co­sì na­sce The Prin­ce Tru­st che in 40 an­ni aiu­te­rà mi­glia­ia di gio­va­ni a col­ti­va­re i pro­pri ta­len­ti, a far­si una for­ma­zio­ne, a tro­va­re la­vo­ro.

Nel 1978 Ca­mil­la tor­na. Men­tre il prin­ci­pe cer­ca mo­glie, “più con la te­sta che col cuo­re”. In real­tà, né con l’una né con l’altro. Fa­rà una scelta av­ven­ta­ta. Pen­sa che un gior­no po­trà ama­re Dia­na. Non ha fat­to i con­ti con la sua fra­gi­li­tà emo­ti­va... È in­de­ci­so. Fi­lip­po lo met­te al­le stret­te con una let­te­ra. Il sen­so è: ne va del­la sua re­pu­ta­zio­ne, de­ci­di­ti. La paura di de­lu­de­re tut­ti ha la me­glio. Quan­do an­nun­cia­no il ma­tri­mo­nio, un gior­na­li­sta gli chie­de se è innamorato. «Of cour­se», ri­spon­de lui. E ag­giun­ge: «Wha­te­ver in lo­ve means», qual­sia­si co­sa si­gni­fi­chi... Non han­no ami­ci o pas­sio­ni in co­mu­ne. Lui è fe­li­ce nella na­tu­ra, quan­do par­la al­le pian­te, ra­du­na il greg­ge, pian­ta le pa­ta­te, è tal­men­te fie­ro del­le sue col­ti­va­zio­ni or­ga­ni­che a Hi­gh­gro­ve che si sdra­ia sot­to le fi­ne­stre per sen­ti­re i com­men­ti dei vi­si­ta­to­ri. Di­pin­ge­re en plain air lo tra­spor­ta in un’al­tra di­men­sio­ne, gli “rin­fre­sca l’ani­ma”; e si com­muo­ve quan­do ve­de un bran­co di ze­bre in Bo­tswa­na. Dia­na ha 19 an­ni, è cre­sciu­ta sen­za ma­dre, con un pa­dre de­pres­so, sof­fre di bu­li­mia, ha cri­si di pian­to e sbal­zi d’umo­re, pro­ble­mi che Car­lo non sa ge­sti­re. L’om­bra di Ca­mil­la peg­gio­ra le co­se. Il re­sto è no­to. L’im­pe­gno di Dia­na ver­so i ma­la­ti è ge­nui­no: si sen­te uti­le aiu­tan­do chi sof­fre, di do­lo­ri fi­si­ci e, spes­so, psi­chi­ci. Di­ven­ta una trend­set­ter men­tre Car­lo ama la tra­di­zio­ne. Non ha mai fat­to shop­ping. Sa­vi­le Row gli porta i tes­su­ti da sce­glie­re. Con­ser­va­no le sue mi­su­re sot­to il no­me di Char­les Smi­th. I val­let­ti gli pre­pa­ra­no gli abi­ti. Se una ca­mi­cia non è di suo gra­di­men­to, Car­lo suo­na il cam­pa­nel­lo e lo­ro la cam­bia­no. Una vol­ta as­su­me un col­la­bo­ra­to­re so­lo per­ché ha un pa­io di scar­pe con un “rat­top­po” (si­gni­fi­ca che dà va­lo­re al­le co­se ben fat­te). È sin­ce­ra­men­te in­te­res­sa­to al­la gen­te ma è più for­ma­le di Dia­na, me­no em­pa­ti­co. È un bra­vo pa­dre, af­fet­tuo­so e ri­spet­to­so: do­po la mor­te di Dia­na i fi­gli di­ven­ta­no la prio­ri­tà. Ca­mil­la sa aspet­ta­re... Il suo san­tua­rio a Hi­gh­gro­ve aiu­ta. È un mo­na­ste­ro in mi­nia­tu­ra a for­ma di cro­ce, sen­za lu­ce elet­tri­ca, con te­sti gre­co-or­to­dos­si e ico­ne bi­zan­ti­ne. Car­lo è un pa­la­di­no del dia­lo­go tra re­li­gio­ni. Una vol­ta chie­se a Geor­ge Bu­sh di spo­sta­re un in­con­tro di ca­pi di Sta­to per­ché ca­de­va du­ran­te il Ra­ma­dan.

Eli­sa­bet­ta non ab­di­che­rà mai: ha giu­ra­to che ser­vi­rà il suo po­po­lo fi­no al­la fi­ne e co­sì sa­rà. Pa­re ab­bia già di­spo­sto che se non fos­se più in gra­do di go­ver­na­re, quel suo fi­glio che si en­tu­sia­sma per una ra­ris­si­ma pian­ta sco­va­ta in Ro­ma­nia e che ri­ci­cla l’ac­qua del­la va­sca per ba­gna­re l’or­to di­ven­te­reb­be prin­ci­pe reg­gen­te fi­no al­la sua mor­te. Che re­gnan­te sa­rà? Con gli an­ni ha am­mor­bi­di­to la ve­na po­le­mi­ca (la That­cher una vol­ta gli dis­se: “So­no io a go­ver­na­re que­sto Pae­se”) e l’eter­no bi­so­gno di es­se­re ri­co­no­sciu­to si è pla­ca­to. Mol­to han­no fat­to le noz­ze con Ca­mil­la. La re­gi­na ha ca­pi­to che la nuo­ra rap­pre­sen­ta per Car­lo la so­li­di­tà che Fi­lip­po ha da­to a lei. For bet­ter, for wor­se... Do­po Car­lo, sa­rà la vol­ta di Will e Ka­te. Con la gol­den cou­ple all’oriz­zon­te, Eli­sa­bet­ta è tran­quil­la. In­na­mo­ra­ti, im­pec­ca­bi­li, un ter­zo fi­glio in ar­ri­vo, “vi­ta no­io­set­ta” – si la­men­ta la stam­pa. La re­gi­na ve­de una con­ti­nui­tà in chia­ve con­tem­po­ra­nea con lei e Fi­lip­po. È l’“opa­ci­tà” ne­ces­sa­ria per ali­men­ta­re il mi­ste­ro. Nel mez­zo, quel fi­glio “in­fi­ni­ta­men­te ec­cen­tri­co” con la sua Ca­mil­la (sa­rà re­gi­na? Pa­re di sì) che, una co­sa è cer­ta, in­sie­me si di­ver­to­no tan­to. Co­me due ra­gaz­zi­ni che l’han­no com­bi­na­ta gros­sa, spes­so non rie­sco­no a trat­te­ne­re le ri­sa­te men­tre un in­di­ge­no si esi­bi­sce in un sa­lu­to biz­zar­ro o in una dan­za buf­fa.

Al­cu­ne im­ma­gi­ni d’ar­chi­vio del prin­ci­pe Car­lo: ama gli abi­ti sar­to­ria­li, la na­tu­ra, il po­lo, è af­fa­sci­na­to dal­le po­po­la­zio­ni in­di­ge­ne ed è le­ga­to al­la tra­di­zio­ne.

In sen­so ora­rio: con Dia­na, coi ge­ni­to­ri e la so­rel­la An­na, a cui è le­ga­tis­si­mo. Con la non­na ma­ter­na. E coi fi­gli. La sua smor­fia nel guar­da­re il te­le­fo­ni­no espri­me bene la sua dif­fi­den­za nei con­fron­ti del­la tec­no­lo­gia.

Da si­ni­stra. Car­lo che di­pin­ge all’aria aper­ta; la sua in­co­ro­na­zio­ne a Prin­ci­pe di Gal­les; con la mo­glie Ca­mil­la a una ce­ri­mo­nia uf­fi­cia­le; in giac­ca e kilt.

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