SABRINA IMPACCIATORE

ELLE (Italy) - - Cinema - S.L.

Ro­ma­na, si di­vi­de tra ci­ne­ma e tea­tro. Sa­rà su­gli scher­mi con Chi m’ha visto? di Ales­san­dro Pon­di e a tea­tro con Ve­ne­re in pel­lic­cia (par­ma­con­cer­ti.it).

La don­na che vor­re­sti es­se­re?

Sem­bre­rò pre­sun­tuo­sa, ma mi sen­to sul­la stra­da giu­sta per es­se­re una don­na che rie­sca a rea­liz­za­re la sua na­tu­ra fi­no in fon­do, evol­ven­do il più pos­si­bi­le sen­za mai tra­di­re se stes­sa o gli al­tri. Gui­da­ta dall’amore per la vi­ta, per sé e per gli al­tri. Chie­den­do­si sempre se la stra­da è giu­sta. Fa­cen­do con­ti­nuo do­no di sé.

Per­ché­ve­ne­re in pel­lic­cia?

Ho “sen­ti­to” che Wan­da, la pro­ta­go­ni­sta, po­te­va vei­co­la­re un mes­sag­gio importante, so­prat­tut­to nella cul­tu­ra ita­lia­na, do­ve le donne sem­bra­no aver fat­to passi im­por­tan­ti ma non so­no sempre del tut­to con­sa­pe­vo­li del­la sot­ti­le mi­so­gi­nia im­pe­ran­te. Bi­so­gna aiu­tar­le a ri­ma­ne­re vi­gi­li e a tra­smet­te­re ai lo­ro fi­gli il ri­spet­to pro­fon­do per la fi­gu­ra fem­mi­ni­le. Non sia­mo so­lo or­na­men­ta­li. Le no­stre pro­po­ste nel mon­do del la­vo­ro non so­no con­di­zio­na­te dal ci­clo né dall’ap­pa­ga­men­to ses­sua­le. Non dobbiamo ave­re il ter­ro­re di in­vec­chia­re. Né di di­ven­ta­re mam­me e per­de­re il la­vo­ro. Non dobbiamo mo­ri­re per ma­no del no­stro com­pa­gno che do­vreb­be pro­teg­ger­ci. Sia­mo com­ple­men­ta­ri agli uo­mi­ni, e pre­zio­se co­me lo­ro lo so­no per noi. Sia­mo tan­to bel­le

quan­do non vo­glia­mo as­so­mi­glia­re a lo­ro, tan­to for­ti e amo­re­vo­li e coraggiose in una ma­nie­ra tut­ta fem­mi­ni­le.

Che co­sa ti ha in­se­gna­to Wan­da?

Mi ha ri­cor­da­to il po­te­re del­la fem­mi­ni­li­tà in tan­te for­me, dal­le più evi­den­ti al­le più sot­ti­li. Ma il più gran­de in­se­gna­men­to del mio me­stie­re d’at­tri­ce è quel­lo di non giu­di­ca­re mai nes­su­no. Il giu­di­zio è una trap­po­la che ci ren­de più pic­co­li e in­vo­lu­ti, im­pe­den­do­ci di es­se­re em­pa­ti­ci.

Le tue ico­ne?

Non ho ve­re e pro­prie fi­gu­re di ri­fe­ri­men­to. Ma quan­do guar­do una fo­to di An­na Ma­gna­ni mi si muo­ve qual­co­sa den­tro. Sem­bra vo­glia dir­mi che la vi­ta è que­sta stra­na co­sa qui, do­ve si pian­ge e si ri­de nel­lo stes­so mo­men­to. E si com­bat­te ca­den­do e rial­zan­do­si. Con una for­za ani­ma­le­sca strug­gen­te e ma­lin­co­ni­ca ma pur sempre iro­ni­ca, che non si ar­ren­de.

Al­le bam­bi­ne do­vrem­mo in­se­gna­re...

A cre­de­re in se stes­se, ac­cet­ta­re i pro­pri di­fet­ti fi­si­ci co­me ca­rat­te­ri­sti­che che le ren­do­no uni­che. A non far­si in­ca­stra­re in ruo­li pre­sta­bi­li­ti. A non smet­te­re mai di gio­ca­re. Gli uo­mi­ni non smet­to­no mai di gio­ca­re, an­che da adul­ti. Do­vrem­mo im­pa­ra­re!

Ai bam­bi­ni non do­vrem­mo mai di­re...

Da bam­bi­na...

Ave­vo cir­ca 12 an­ni e ho scrit­to sul mio dia­rio: “Io fa­rò l’at­tri­ce. E se non do­ves­si riu­scir­ci, fa­rò in mo­do che la mia vi­ta sia un film”. Ho l’im­pres­sio­ne di es­ser­ci riu­sci­ta. Ve­dia­mo il se­con­do tem­po... Per ora sgra­noc­chio po­p­corn. Non po­tre­sti vi­ve­re sen­za...

Il so­le. Le stel­le. I ba­ci e gli ab­brac­ci stret­ti. La mu­si­ca la mat­ti­na. Un bic­chie­re di vi­no la se­ra. Sen­za l’ar­te. Gli ami­ci del­la mia vi­ta. Il bur­ro di ca­cao al­la ci­lie­gia. Sen­za fi­ne­stre pie­ne di lu­ce. Sen­za amore.

“La­scia sta­re amore, fac­cio io”. O: “Quel­la bam­bi­na è brut­ta”. E non do­vrem­mo mai di­re che Bab­bo Na­ta­le non esi­ste. E non do­vrem­mo mai di­re: “Non pian­ge­re co­me una fem­mi­nuc­cia”.

Sabrina ha in­ter­pre­ta­to The Mil­lio­nairs, il cor­to di Clau­dio San­ta­ma­ria pre­sen­ta­to a Ve­ne­zia.

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