CHIA­MA­TE­MI BRI­GIT­TE

ELLE (Italy) - - Intervista - Ma­da­me Bovary. I fio­ri del ma­le

È LA SUA PRI­MA in­ter­vi­sta. Fi­no­ra le sue con­fi­den­ze si era­no li­mi­ta­te a bre­vi fra­si spes­so ri­pre­se di tra­ver­so, la­scian­do un po’ per­ples­sa pro­prio lei, ex pro­fes­so­res­sa di let­te­re ap­pas­sio­na­ta di parole: «La mia sto­ria sem­bra sempre pol­ve­ro­sa, sba­glia­ta, banale». Ma la sin­ce­ri­tà di Bri­git­te Ma­cron non ne è sta­ta in­tac­ca­ta ed è una don­na li­be­ra quel­la che si espri­me all’eli­seo. Non evi­ta al­cu­na do­man-

da. È tut­to ciò che si dice sul suo con­to: spon­ta­nea, so­la­re, sim­pa­ti­ca ed em­pa­ti­ca. Ma Bri­git­te Ma­cron tra­vol­ge an­che per la sua in­tel­li­gen­za fuo­ri dal co­mu­ne. Co­no­sce l’im­por­tan­za del­la fun­zio­ne che ri­co­pre, la po­ca lim­pi­dez­za che a vol­te la cir­con­da e che una “car­ta di tra­spa­ren­za” do­vreb­be con­tri­bui­re a chia­ri­re, co­no­sce le aspet­ta­ti­ve smi­su­ra­te e le cri­ti­che pron­te a col­pi­re. Die­tro al­la chio­ma bion­dis­si­ma che le fa da el­met­to, na­scon­de i suoi dub­bi. E co­me ogni bra­va an­sio­sa, non co­no­sce al­tra ri­spo­sta che il la­vo­ro. Tut­te le mat­ti­ne, nel suo uf­fi­cio all’eli­seo, an­no­ta gli im­pe­gni su fo­gli di car­ta. Vuoi met­te­re la sen­sua­li­tà del­la scrit­tu­ra a ma­no?

Spo­sa­ta, tre fi­gli, con­du­ce­va una vi­ta ri­ser­va­ta fin­ché non ha in­con­tra­to “un paz­zo che sa tut­to di tut­to” di ven­ti­quat­tro an­ni più gio­va­ne. Tra­sgres­si­va? Ri­fiu­ta que­sta pa­ro­la. Bri­git­te Ma­cron non è tra­sgres­si­va, è un’eroi­na di Fra­nçoi­se Sa­gan, cor­te­se e bor­ghe­se, che una pas­sio­ne ha re­so li­be­ra. La tra­di­zio­ne che spo­sa la mo­der­ni­tà. Nul­la la­scia­va pre­sa­gi­re que­sta sto­ria d’amore in­sen­sa­ta. È di­ven­ta­ta un sim­bo­lo e in po­chi me­si da pre­miè­re da­me, ha tro­va­to il suo po­sto. Lei è pri­ma di tut­to la mo­glie di Em­ma­nuel Ma­cron e, per lui, è pron­ta ad ac­cet­ta­re tut­to, an­che far­si da par­te.

Le pre­miè­re da­me han­no spes­so di­ser­ta­to l’eli­seo. Si par­la ad­di­rit­tu­ra di una ma­le­di­zio­ne. La sen­te?

Piut­to­sto, ho sen­ti­to l’im­pron­ta del­le donne che ci han­no vis­su­to... Una ma­le­di­zio­ne? Cre­do che ci sia sempre un giu­sto equi­li­brio tra for­tu­na e sven­tu­ra. Non so­no un’in­gua­ri­bi­le ot­ti­mi­sta ma se guar­di al­le co­se nell’in­sie­me, il mon­do non è co­sì ma­le: “Se non tut­to è bene, tut­to è pas­sa­bi­le”, ri­cor­da­va Vol­tai­re. L’in­quie­tu­di­ne ci per­met­te an­che di ap­prez­za­re i mo­men­ti di fe­li­ci­tà.

Lei non è na­ta pre­miè­re da­me: do­po tre me­si lo è di­ven­ta­ta?

Non mi sen­to una “pre­miè­re da­me”, è la tra­du­zio­ne di un’espres­sio­ne ame­ri­ca­na e non mi pia­ce af­fat­to. Non mi sen­to né pri­ma, né ul­ti­ma, né si­gno­ra! Io so­no Bri­git­te Ma­cron. Quan­do Pa­dre Pe­dro, dal Ma­da­ga­scar mi ha chiesto: “Co­me de­vo chia­mar­la?”, ho ri­spo­sto “Bri­git­te”. Ho chia­ma­to Melania Trump con il suo no­me. È una don­na che ci tie­ne all’edu­ca­zio­ne, a fa­re, a fa­re bene. Ho avu­to mol­ti scam­bi con le con­sor­ti dei ca­pi di Sta­to. Vo­glio­no tut­te ren­der­si uti­li.

Suo ma­ri­to dice di lei che è “il fi­lo che lo col­le­ga al­la vi­ta ve­ra”. Co­me rie­sce a te­ne­re i pie­di per ter­ra?

So­no una don­na co­me lei, an­co­ra­ta al­la real­tà. E la vi­ta di que­sto mo­men­to du­re­rà so­lo un mo­men­to, lo so. Quel che sto vi­ven­do non mo­di­fi­ca la mia per­ce­zio­ne del mon­do. Em­ma­nuel la­vo­ra tan­tis­si­mo e re­sta in con­tat­to con la real­tà. Guar­da i suoi due te­le­fo­ni­ni an­che la not­te. Sto pren­den­do co­scien­za del­la for­ma fi­si­ca che

“AN­CHE MELANIA L’HO CHIA­MA­TA PER NO­ME. È UNA DON­NA CHE VUO­LE FA­RE. E VUO­LE FA­RE BENE”

“HO UNA PAS­SIO­NE PER FLAUBERT. NON SI PUÒ NON LEG­GE­RE MA­DA­ME BOVARY”

ri­chie­de la sua fun­zio­ne. I pre­si­den­ti so­no for­ze del­la na­tu­ra, ani­ma­ti da qual­co­sa di in­te­rio­re. So­no co­me “pos­se­du­ti”, sen­za al­cun mi­sti­ci­smo.

Ne­gli ul­ti­mi tre me­si ha in­con­tra­to i fran­ce­si, sen­za gior­na­li­sti...

Du­ran­te la cam­pa­gna mi so­no re­sa con­to che la gen­te di­ce­va po­co quan­do era ri­pre­sa dal­le te­le­ca­me­re. Sen­za gior­na­li­sti le per­so­ne si apri­va­no di più. È ne­ces­sa­rio an­che sa­per da­re del tem­po. Non di­ci le stes­se co­se do­po tren­ta mi­nu­ti e do­po due ore di chiac­chie­re.

Lei tie­ne mol­to all’istru­zio­ne. Co­sa fa­rà con­cre­ta­men­te?

Sto in­con­tran­do mol­ta gen­te. Vo­glio ve­de­re sul cam­po co­sa funziona e co­sa no. Cre­do nell’in­clu­sio­ne, pen­so ai ra­gaz­zi che sof­fro­no di ma­lat­tie fi­si­che o psi­chi­che. So per espe­rien­za che l’in­te­gra­zio­ne è pos­si­bi­le. Tut­to ciò che ri­guar­da la scuola mi ap­pas­sio­na. Cre­do che do­vreb­be es­se­re un luo­go an­co­ra più aper­to, un luo­go di vi­ta. È ne­ces­sa­rio age­vo­la­re l’ac­ces­so al­la cul­tu­ra.

Co­sa ama­va co­sì tan­to dell’in­se­gna­men­to?

Do­po la na­sci­ta del mio ter­zo fi­glio, un’ami­ca mi dis­se che al­la scuola di Stra­sbur­go, do­ve vi­ve­va­mo al­lo­ra, cer­ca­va­no in­se­gnan­ti. Ave­vo una lau­rea in Let­te­re, co­sì ho fat­to do­man­da. Mi han­no as­se­gna­to una clas­se del­le me­die do­ve si stu­dia­va­no le su­bor­di­na­te con­giun­ti­ve ma io ave­vo stu­dia­to so­lo let­te­ra­tu­ra! I pri­mi quin­di­ci gior­ni non ho dor­mi­to. La­vo­ra­vo gior­no e not­te. In­se­gna­re è di­ven­ta­to una ve­ra gio­ia e un mo­ti­vo di or­go­glio. Non mi so­no mai sen­ti­ta co­sì bene co­me quan­do usci­vo da una le­zio­ne an­da­ta bene.

Qua­li let­tu­re l’han­no re­sa la per­so­na che è og­gi?

Ho una pas­sio­ne per Flaubert. Non si può non leg­ge­re Usa la pen­na co­me uno scal­pel­lo. “La con­ver­sa­zio­ne di Char­les era piat­ta co­me un mar­cia­pie­de”: con una fra­se il per­so­nag­gio è la­pi­da­to, ve­di tut­ta la sua me­dio­cri­tà. Flaubert è la mi­glior sen­ti­nel­la del­la stu­pi­di­tà uma­na. Per la poe­sia, il ge­nio è Rim­baud. E il mio li­bro sul co­mo­di­no è di Bau­de­lai­re.

Ha di­chia­ra­to di ama­re Mau­pas­sant per­ché la mor­te, nel­le sue ope­re, è dap­per­tut­to.

Io so­no co­me lui… In Bel-ami, al­la vi­gi­lia di un duel­lo, il pro­ta­go­ni­sta non pen­sa di so­prav­vi­ve­re, si ve­de già mor­to l’in­do­ma­ni. Que­sto ter­ro­re del­la mor­te, l’ho co­no­sciu­to pre­sto. E quan­do si pre­sen­ta nul­la ti può aiu­ta­re. Ero la fi­glia più pic­co­la in una fa­mi­glia di sei fi­gli. Mia so­rel­la mag­gio­re è mor­ta in un in­ci­den­te con suo ma­ri­to e il bam­bi­no che por­ta­va in grem­bo. Ave­vo ot­to an­ni. La por­to con me, tut­ti i gior­ni del­la mia vi­ta. Un an­no do­po una del­le mie ni­po­ti di sei an­ni è man­ca­ta. E mia non­na di­ce­va: “Per­ché non è suc­ces­so a me?”. È in quei mo­men­ti che si com­pren­de che non esi­ste un or­di­ne nel­le co­se.

Ha in­con­tra­to al­cu­ne fa­mi­glie del­le vit­ti­me dell’at­ten­ta­to di Niz­za: co­me si è sen­ti­ta? Im­po­ten­te. La mor­te è un or­ro­re, un abo­mi­nio co­mun­que sia, ma per quel ti­po di mor­te non ci so­no parole. Que­sto pa­pà con il suo be­bè di due me­si tra le

“A SCUOLA NON ABBASSAVO MAI LO SGUAR­DO. SPES­SO VE­NI­VO PUNITA”

brac­cia che mi con­fi­da: “Ho avu­to que­sta bam­bi­na per non mo­ri­re per­ché l’altro è fi­ni­to sot­to il ca­mion”. Non si può di­re nul­la. Si chie­de scu­sa. Per­ché sia­mo es­se­ri uma­ni ed è sta­to co­mun­que un uo­mo a com­pie­re quel ge­sto.

Lei ha un’au­ra co­sì gio­io­sa, ma in real­tà è an­che ma­lin­co­ni­ca…

Non ho mai ap­prez­za­to la mia ado­le­scen­za ed è per que­sto che ho ama­to tra­scor­re­re una par­te del­la mia vi­ta pro­fes­sio­na­le in mez­zo agli ado­le­scen­ti, han­no co­sì tan­te fra­gi­li­tà... Rim­pian­go­no l’in­fan­zia o de­si­de­ra­no es­se­re adul­ti: non so­no mai là do­ve si tro­va­no. Ri­cor­do di aver pro­va­to que­sto sen­ti­men­to. Ma ho avu­to la for­tu­na di ave­re ge­ni­to­ri in­cre­di­bi­li, una fa­mi­glia mol­to af­fet­tuo­sa e uni­ta.

Che edu­ca­zio­ne le han­no da­to?

Po­te­vo fa­re tut­to, an­che por­ta­re a ca­sa brut­ti vo­ti, ma era­no se­ve­ris­si­mi sul ri­spet­to per gli al­tri. Non ero una ragazza tran­quil­la. Ve­ni­vo spes­so punita per la mia im­per­ti­nen­za. A scuola non abbassavo mai lo sguar­do. Dif­fi­ci­le im­por­mi qual­co­sa in cui non cre­des­si. Ave­vo già uno spi­ri­to cri­ti­co.

Si sen­te un sim­bo­lo per ave­re 24 an­ni più di suo ma­ri­to?

As­so­lu­ta­men­te no. Per­ché l’uni­co di­fet­to di Em­ma­nuel è es­se­re più gio­va­ne di me! Ci scher­zia­mo so­pra, non fac­cia­mo ca­so al­la dif­fe­ren­za d’età. Non ero mai sta­ta at­trat­ta da­gli uo­mi­ni più gio­va­ni. E tra l’altro Em­ma­nuel non è mai sta­to in una del­le mie clas­si, è una bu­gia. Ma lei era la sua pro­fes­so­res­sa di tea­tro? Sì, ma in quel cor­so scri­ve­va­mo del­le piè­ce in­sie­me, c’era un rap­por­to al­la pa­ri.

Quan­do ha ca­pi­to che le co­se eran cam­bia­te?

Sta­va­mo la­vo­ran­do a L’ar­te del­la com­me­dia di Eduar­do De Fi­lip­po. Ci ve­de­va­mo il ve­ner­dì se­ra e, a partire dal sa­ba­to, non ve­de­vo l’ora che ar­ri­vas­se il ve­ner­dì suc­ces­si­vo. Non ca­pi­vo il per­ché. Mi sem­bra­va co­sì in­sen­sa­to.

Ha pro­va­to a re­si­ste­re?

Sì, so­no sta­ta io a di­re a Em­ma­nuel di an­da­re a Pa­ri­gi per l’ul­ti­mo an­no di li­ceo. Non era suc­ces­so nul­la ma ini­zia­va­no a gi­ra­re del­le vo­ci. Ero pre­oc­cu­pa­ta per i miei fi­gli, non m’im­por­ta­va de­gli al­tri.

Co­me ha vis­su­to le ca­lun­nie e la mi­so­gi­nia per la dif­fe­ren­za d’età in cam­pa­gna elet­to­ra­le?

Ma­le. Mi so­no det­ta: “La vi­vi ma­le, ma te ne stai zit­ta”. Poi pas­sa.

Qual è sta­to l’aspet­to più dif­fi­ci­le di que­sta sto­ria?

Le di­stan­ze che ci han­no se­pa­ra­to fi­si­ca­men­te

“SE DO­VES­SI RENDERMI CON­TO DI DANNEGGIARE MIO MA­RI­TO MI FAREI DA PAR­TE...”

fi­no al 2007. Ci scri­ve­va­mo mol­to.

Si sen­ti­va tra­sgres­si­va?

Af­fat­to. Per­ché è suc­ces­so per gra­di. Non ab­bia­mo but­ta­to tut­to all’aria, an­che se le se­pa­ra­zio­ni cau­sa­no sempre del­le fe­ri­te. So di aver fe­ri­to i miei fi­gli, e que­sta è la co­sa che rim­pro­ve­ro di più a me stes­sa. Ma non po­te­vo non far­lo. Ci so­no mo­men­ti in cui pren­di de­ci­sio­ni vi­ta­li. I vent’an­ni di dif­fe­ren­za so­no ir­ri­le­van­ti. Certo, a co­la­zio­ne io por­to le mie ru­ghe e lui la sua fre­schez­za, ma è co­sì. Se non aves­si fat­to que­sta scelta, sa­rei pas­sa­ta ac­can­to al­la mia vi­ta, sen­za vi­ver­la. Ero mol­to fe­li­ce con i miei fi­gli ma, al­lo stes­so tem­po, sen­ti­vo che do­ve­vo vi­ve­re que­sto amore per es­se­re pie­na­men­te fe­li­ce.

Suo ma­ri­to ha det­to: «Non com­ple­te­rò il mio quin­quen­nio se Bri­git­te non è fe­li­ce».

Em­ma­nuel si pre­oc­cu­pa sempre per l’altro. Non sop­por­ta che chi gli sta ac­can­to pos­sa sof­fri­re. Quan­to a me, ho un certo ta­len­to per la fe­li­ci­tà. So­no spe­cia­liz­za­ta nella let­te­ra­tu­ra del XVIII se­co­lo, do­po­tut­to. Ha pre­sen­te Il di Vol­tai­re, “la fe­li­ci­tà è do­ve so­no io”?

Em­ma­nuel ha scrit­to tre ro­man­zi che lei è la so­la ad aver letto, co­sa ne pen­sa?

è no­te­vo­le. Em­ma­nuel è af­fa­sci­na­to dal Mes­si­co. Leg­ge, si ri­cor­da di tut­to, di tut­te le per­so­ne che ha in­con­tra­to. Nella sua te­sta tut­to è al po­sto giu­sto, ben or­di­na­to. Io so­no più ro­man­ti­ca, più cao­ti­ca. So­no ra­pi­ta dal­le sue ca­pa­ci­tà in­tel­let­tua­li.

In cam­pa­gna elet­to­ra­le, l’ab­bia­mo sen­ti­ta cri­ti­car­lo. Ora ha la stes­sa li­ber­tà di pa­ro­la?

Io non lo cri­ti­co. Gli di­co il mio pa­re­re e lui ne fa quel che vuo­le. Quel che mi au­gu­ro è di non dan­neg­giar­lo mai, è la mia os­ses­sio­ne. Se do­ves­si ave­re quel­la sen­sa­zio­ne mi farei da par­te. Sa­rei sempre al suo fian­co, chia­ra­men­te, ma die­tro le quin­te.

La crea­zio­ne di uno sta­tu­to di “Pre­miè­re da­me” ha su­sci­ta­to po­le­mi­che...

Una “car­ta di tra­spa­ren­za” spie­ghe­rà che non ven­go re­mu­ne­ra­ta e qua­li so­no i miei in­ca­ri­chi. Sul si­to dell’eli­seo ci sa­ran­no i miei ap­pun­ta­men­ti, co­sì i fran­ce­si sa­pran­no esat­ta­men­te quel che fac­cio. Co­me tut­te le donne che mi han­no pre­ce­du­ta, as­su­me­rò il mio ruolo pub­bli­co, ma i fran­ce­si sa­pran­no di qua­li mez­zi pos­so di­spor­re.

Mi­chel­le Oba­ma di­ce­va: «Es­se­re Fir­st La­dy è un do­no per­ché puoi de­fi­ni­re il tuo ruolo sen­za es­se­re elet­ta». È ve­ra­men­te un do­no?

Sì, è mol­to cor­ret­ta l’idea del do­no. I miei ge­ni­to­ri mi han­no in­se­gna­to che quan­do si ri­ce­ve, si rin­gra­zia. Il do­no so­no gli in­con­tri che ho la pos­si­bi­li­tà di fa­re. Ma ho ben chia­ro che i fran­ce­si han­no elet­to Em­ma­nuel, non me, an­che se sa­pe­va­no che for­mia­mo una cop­pia.

Ha par­te­ci­pa­to al­la ce­ri­mo­nia in omag­gio di Si­mo­ne Veil: è sta­ta importante nella sco­per­ta del­la sua co­scien­za fem­mi­ni­sta?

Ho in­con­tra­to Si­mo­ne Veil in due oc­ca­sio­ni e non si può dir nul­la al co­spet­to di una don­na si­mi­le. Porta con sé ciò che ha vis­su­to. Era una pre­sen­za. Am­met­to di es­ser sempre sta­ta af­fa­sci­na­ta dai de­sti­ni del­le donne piut­to­sto che da quel­li de­gli uo­mi­ni. Pen­so che il XXI se­co­lo sa­rà fem­mi­ni­le, che le donne po­tran­no tro­va­re so­lu­zio­ni ai pro­ble­mi del mon­do odier­no. Se que­sto si­gni­fi­ca es­se­re fem­mi­ni­ste, al­lo­ra lo so­no: una fem­mi­ni­sta al fian­co de­gli uo­mi­ni, pe­rò.

Non è stan­ca che si par­li tan­to dei suoi abi­ti?

Se que­sto gio­va al­la mo­da fran­ce­se, per­ché no! So­no mol­to sen­si­bi­le al­la mo­da. Esi­ste una cer­ta idea del­la don­na fran­ce­se nel mon­do. Ho sempre fat­to at­ten­zio­ne a co­me mi ve­sto, chie­de­te­lo ai miei fi­gli o ai miei alun­ni. Non so­no mai usci­ta di ca­sa sen­za es­se­re pet­ti­na­ta ed ele­gan­te, i ri­sul­ta­ti era­no più o me­no riu­sci­ti, ma non po­trei fa­re al­tri­men­ti. Og­gi ho la for­tu­na di co­no­sce­re Ni­co­las Ghe­squiè­re, il di­ret­to­re crea­ti­vo di Louis Vuit­ton, che mi ha ca­pi­ta, Karl La­ger­feld con il qua­le con­di­vi­do ami­ci­zia e am­mi­ra­zio­ne. Ma an­che Oli­vier Rou­steing, Ale­xan­dre Vau­thier... Amo mol­to an­che Alaïa, ma le sue gon­ne so­no cor­te! Le mie so­no so­pra al gi­noc­chio. Le mi­ni­gon­ne, le por­ta­vo quan­do ero più gio­va­ne. Poi sia­mo pas­sa­te al mol­to lun­go, e un gior­no mia non­na mi ha det­to: “Ma guar­da­ti, sem­bri una non­na im­pol­ve­ra­ta.” Mai più mes­se.

Si mor­mo­ra che non vo­glia­te pas­sa­re una so­la not­te lon­ta­ni l’uno dall’al­tra, lei e suo ma­ri­to...

Ve­ro, non ci pia­ce tan­to... Mi ras­si­cu­ra aver­lo al mio fian­co. Cre­do che val­ga lo stes­so per lui... Sia­mo una cop­pia co­me le al­tre. Si li­ti­ga, si fa pa­ce. Tut­to e nul­la ha im­por­tan­za. Non sia­mo mai in­quie­ti. Io non so­no più co­sì an­sio­sa da quan­do co­no­sco Em­ma­nuel. Non so co­me spie­gar­lo. È qual­co­sa del ti­po “per­ché era lui, per­ché ero io”. Un po’ co­me le me­tà che coin­ci­do­no di Pla­to­ne. Per noi la cor­ri­spon­den­za non era evi­den­te, con una ta­le dif­fe­ren­za di età. Ma c’è. Quan­do leg­go ciò che scri­vo­no sul­la no­stra cop­pia, ho sempre l’im­pres­sio­ne che si trat­ti di qual­cun altro. Ep­pu­re è una sto­ria co­sì sem­pli­ce.

Bri­git­te Ma­cron nel suo uf­fi­cio all’eli­seo a Pa­ri­gi fo­to­gra­fa­ta in esclu­si­va da Elle.

Bri­git­te Ma­cron po­sa sul­lo sca­lo­ne d’in­gres­so dell’eli­seo.

Bri­git­te con il ma­ri­to Em­ma­nuel Ma­cron, 39 an­ni (40, il 21 di­cem­bre).

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