SE­LE­NA GO­MEZ

ELLE (Italy) - - Intervista - Mickey Rapkin

non è spa­ri­ta. Non del tut­to, al­me­no, an­che se ne­gli ul­ti­mi me­si il per­so­nag­gio più se­gui­to su In­sta­gram (140 mi­lio­ni e rot­ti di fol­lo­wer) pa­re es­ser­si tol­ta dal­la mac­chi­no­sa in­du­stria dei ta­bloid. A gen­na­io, la Go­mez si è tra­sfe­ri­ta qua­si in sor­di­na a Oran­ge Coun­ty, do­ve ha mes­so su ca­sa as­sie­me a Ra­quel­le, ami­ca di vec­chia da­ta del­la Hill­song Chur­ch. «È sta­to un sol­lie­vo! Los An­ge­les era di­ven­ta­ta fin trop­po clau­stro­fo­bi­ca, per me. E lag­giù non po­te­vo fa­re nes­su­na del­le co­se che in­ve­ce qui so­no del tut­to na­tu­ra­li. Era sem­pli­ce­men­te im­pos­si­bi­le!», spie­ga.

Do­po aver ven­du­to la sua te­nu­ta di Ca­la­ba­sas a Fren­ch Mon­ta­na per 3,3 mi­lio­ni di dol­la­ri, Se­le­na ha

Da me­si fa la vo­lon­ta­ria in una Ong im­pe­gna­ta con­tro il traf­fi­co di es­se­ri uma­ni. Se­le­na Go­mez, la star ame­ri­ca­na da 140 mi­lio­ni di fol­lo­wer, vol­ta pa­gi­na. Per dav­ve­ro. E con­fes­sa: “So­no com­ple­ta­men­te di­ver­sa: ho per­si­no scor­da­to la pas­sword di In­sta­gram” di MICKEY RAPKIN fo­to MARIANO VIVANCO

“VO­GLIO TOR­NA­RE AL­LA SEMPLICITÀ. E ORA SO­NO DAV­VE­RO FE­LI­CE. IL NUOVO DISCO? MOL­TO PER­SO­NA­LE”

mes­so sul mer­ca­to an­che il suo Stu­dio Ci­ty Bun­ga­low, per 2,8 mi­lio­ni. La sua re­si­den­za te­xa­na, una del­le ca­se più co­sto­se nei pres­si di Fort Wor­th, è in ven­di­ta a 3 mi­lio­ni di dol­la­ri. Ci in­con­tria­mo in un bar e Se­le­na Go­mez, con una tu­ta di jeans e i ca­pel­li te­nu­ti da una fa­scia di li­no, apre un con­te­ni­to­re con del­la pa­sta fred­da. «Cre­do che in que­sto pe­rio­do del­la mia vi­ta, tut­to ven­ga ri­di­men­sio­na­to, e in mo­do po­si­ti­vo», escla­ma. «Vo­glio tor­na­re al­la semplicità, per­ché io so­no sem­pre sta­ta una per­so­na sem­pli­ce. E so­no dav­ve­ro fe­li­ce. Og­gi mi sen­to una per­so­na com­ple­ta­men­te di­ver­sa!». Se­le­na è una can­tan­te, at­tri­ce, pro­dut­tri­ce e sti­li­sta (la sua se­con­da col­la­bo­ra­zio­ne con Coa­ch è par­ti­ta nel me­se di ago­sto) – e ora ha ag­giun­to un nuovo ruo­lo al suo per­so­nag­gio mul­ti­ta­sking: quel­lo di sta­gi­sta.

Que­sta mat­ti­na, in un edi­fi­cio dall’aria ano­ni­ma, ci sia­mo in­con­tra­te pres­so la se­de dell’a21 Cam­pai­gn, un’as­so­cia­zio­ne in­ter­na­zio­na­le no­pro­fit che si bat­te con­tro il traf­fi­co di es­se­ri uma­ni. La se­de del­la Ca­li­for­nia me­ri­dio­na­le (ci so­no 14 uf­fi­ci spar­si in tut­to il mon­do) non ha nes­su­na in­se­gna, e nep­pu­re sul si­to web vie­ne ri­por­ta­to l’indirizzo. È una mi­su­ra pre­cau­zio­na­le, mi spie­ga Lau­ra Sta­ph, coor­di­na­tri­ce dei vo­lon­ta­ri, che mi in­vi­ta co­mun­que a en­tra­re nell’open spa­ce, con de­ci­ne di per­so­ne se­du­te da­van­ti ai com­pu­ter, in quel­lo che ap­pa­re co­me un eser­ci­to or­di­na­to e si­len­zio­so.

Se­le­na ha ini­zia­to a la­vo­ra­re qui co­me vo­lon­ta­ria nel me­se di mar­zo, su in­vi­to di Ch­ri­sti­ne Cai­ne, la co-fon­da­tri­ce dell’or­ga­niz­za­zio­ne, ed è ri­ma­sta vi­si­bil­men­te scioc­ca­ta da quel­lo che ha ap­pre­so du­ran­te i pri­mi con­tat­ti avu­ti con l’as­so­cia­zio­ne. «Il con­cet­to stes­so di traf­fi­co di es­se­ri uma­ni mi sem­bra… al­lu­ci­nan­te, paz­ze­sco». La Go­mez snoc­cio­la una se­rie di da­ti sta­ti­sti­ci e sto­rie dell’orrore: don­ne co­stret­te al­la schia­vi­tù ses­sua­le, luo­ghi in Thai­lan­dia do­ve i bambini ven­go­no ven­du­ti su me­nù che ri­cor­da­no quel­li del ristorante, e co­sì via.

L’in­vi­to è giun­to do­po un 2017 piut­to­sto im­pe­gna­ti­vo. Quell’esta­te la Go­mez, af­fet­ta da lu­pus, una ma­lat­tia au­toim­mu­ne, si è sot­to­po­sta a un tra­pian­to di re­ne. In au­tun­no, ha an­nun­cia­to la rot­tu­ra con Abel Te­sfaye, per poi tra­scor­re­re Ca­po­dan­no e San Va­len­ti­no con Ju­stin Bie­ber, suo ex, fa­cen­do ipo­tiz­za­re un pos­si­bi­le ri­tor­no di fiam­ma (Bie­ber at­tual­men­te fa cop­pia con la mo­del­la Hai­ley Bald­win, ndr). Inol­tre, ha do­vu­to pro­ce­de­re al­la ve­lo­ci­tà del­la lu­ce per com­ple­ta­re l’al­bum che usci­rà a bre­ve, in au­tun­no.

Se­le­na ha ini­zia­to im­me­dia­ta­men­te a la­vo­ra­re, cin­que gior­ni al­la set­ti­ma­na. Le han­no as­se­gna­to un indirizzo e-mail e le han­no da­to le chia­vi dell’uf­fi­cio, co­me a qual­sia­si al­tro vo­lon­ta­rio. Le chie­do se è dif­fi­ci­le la­sciar­si al­le spal­le un la­vo­ro co­sì gra­vo­so, al­la fi­ne del­la gior­na­ta. Lei non ha nep­pu­re un at­ti­mo di esi­ta­zio­ne: «Il fat­to stes­so di ve­ni­re qui mi re­ga­la un sen­so di spe­ran­za. Que­ste per­so­ne vo­glio­no sem­pli­ce­men­te giu­sti­zia, e qui cir­co­la una straor­di­na­ria ener­gia po­si­ti­va. Quell’ener­gia è mol­to con­ta­gio­sa».

«Non so­no in re­te», con­ti­nua se­ra­fi­ca. «So­no me­si che non mi fac­cio sen­ti­re, non ri­cor­do più nep­pu­re la pas­sword per ac­ce­de­re a In­sta­gram. Non ho più app sul cel­lu­la­re, nes­su­na app di pho­to edi­ting. Or­mai ho te­nu­to solo Peak, un gio­co di me­mo­ria». Se­le­na ag­gior­na co­mun­que an­co­ra In­sta­gram, usan­do il te­le­fo­no di un’ami­ca, che ha ac­ces­so al suo ac­count.

«Il mo­ti­vo per cui mi com­por­to co­sì è che non mi sem­bra una co­sa rea­le», pre­ci­sa. «So di es­se­re una vo­ce po­po­la­re, e non pos­so agi­re da ir­re­spon­sa-

“SO­NO CON­SA­PE­VO­LE DI ES­SE­RE UNA VO­CE PO­PO­LA­RE E NON POS­SO AGI­RE DA IRRESPONSABILE”

bi­le. Per quan­to ri­guar­da la mia vi­ta pri­va­ta, se an­che qual­cu­no mi ve­de men­tre be­vo un bic­chie­re di vi­no, pos­so sem­pre di­re chis­se­ne­fre­ga. Non ho nes­sun mo­ti­vo di na­scon­der­mi, per­ché la vi­ta è la mia e pos­so vi­ver­la co­me me­glio cre­do. Ma a vol­te si trat­ta di fa­re uno sfor­zo con­sa­pe­vo­le. Se pos­so con­ce­der­mi un po’ di tem­po per sta­re con i miei ami­ci, lo fac­cio. E an­che in quel ca­so, ho do­vu­to pren­de­re una de­ci­sio­ne».

Il tem­po a no­stra di­spo­si­zio­ne sta per sca­de­re e Se­le­na de­ve pre­sen­tar­si nel­lo stu­dio di re­gi­stra­zio­ne, do­ve da­rà gli ul­ti­mi ri­toc­chi al suo al­bum. I sin­go­li in usci­ta si suc­ce­do­no len­ta­men­te, co­me nel ca­so di Back to You, trat­to dal­la se­con­da sta­gio­ne del­la se­rie tv 13 di Net­flix, nel­la qua­le fi­gu­ra an­che co­me pro­dut­tri­ce ese­cu­ti­va. Non è sta­to ne­ces­sa­rio nes­sun viag­gio in Mes­si­co a caccia di ispi­ra­zio­ne, pre­ci­sa, solo tan­ta pa­zien­za.

Se­le­na non rie­sce a trat­te­ner­si e spie­ga che que­sta mu­si­ca è mol­to di­ver­sa da tut­to quel­lo che ha rea­liz­za­to in pre­ce­den­za – af­fer­man­do qual­co­sa

che gli ar­ti­sti ri­pe­to­no spes­so, ma non sem­pre met­to­no in pra­ti­ca. La de­fi­ni­sce “fun­ky”, la sua nuo­va mu­si­ca. «Pro­ba­bil­men­te mi fu­ci­le­ran­no», az­zar­da ri­den­do, pri­ma di chie­de­re al­la guar­dia del cor­po di al­za­re al mas­si­mo il vo­lu­me e di pre­me­re il ta­sto play del nuovo pez­zo.

Rim­bom­ba­no le no­te di un bas­so mar­tel­lan­te. Poi si fa lar­go la vo­ce di Se­le­na, che si fa sem­pre più si­cu­ra. Il bra­no ri­cor­da mol­to più Prin­ce che la ra­gaz­za pron­ta a cin­guet­ta­re Co­me and get it.

«Vi­sto?», escla­ma com­pia­ciu­ta. Vuo­le di­mo­stra­re che la mu­si­ca è solo un pun­to di par­ten­za ed è si­cu­ra­men­te co­sì, an­che se cre­do ci sia dell’al­tro. Og­gi non ave­va vo­glia di par­la­re del­la sua vi­ta sen­ti­men­ta­le – e nep­pu­re in pas­sa­to, se è per que­sto. E di cer­to non avreb­be com­men­ta­to in mo­do di­ret­to il fi­dan­za­men­to di Ju­stin Bie­ber con Bald­win (an­che lo­ro af­fi­lia­ti al­la scu­de­ria Hill­song). Co­me Tay­lor Swift, sua grande ami­ca fa­mo­sa per ri­ser­va­re il ve­trio­lo… al­le sue can­zo­ni, sem­bra che an­che Se­le­na ab­bia de­ci­so di lasciar par­la­re la mu­si­ca, af­fin­ché sia lei a dir­ci dov’è dav­ve­ro il suo cuo­re.

De­vo but­ta­re giù ve­lo­ce­men­te gli ap­pun­ti. Can­ta di vo­ler eli­mi­na­re dal­la sua vi­ta un uo­mo do­po “1.460 gior­ni” e di vo­ler “fa­re ta­bu­la ra­sa”. “Sen­za di te”, gor­gheg­gia, “non ci pen­so su trop­po”. E poi pro­se­gue: “Spa­ri­sci dai miei pen­sie­ri...”.

Pro­prio non rie­sce a non can­ta­re, e in que­sto mo­men­to sem­bra più fe­li­ce e più ri­las­sa­ta di quan­to non lo sia sta­ta fi­no­ra. E si­cu­ra­men­te mol­to di più ri­spet­to al no­stro ul­ti­mo in­con­tro. La can­zo­ne ter­mi­na e lei pre­me di nuovo play, per ascol­ta­re un se­con­do bra­no. An­che in que­sto ca­so par­la di in­di­pen­den­za e di li­ber­tà da un uo­mo che non la ri­spet­ta. “Pun­ta­vo dav­ve­ro co­sì in al­to?”, can­ta, per poi di­chia­ra­re: “Te­so­ro, sei lon­ta­no an­ni lu­ce. Per­ché non am­met­ti che so­no una per­la ra­ra?”.

Mi rac­con­ta poi di un al­tro bra­no dell’al­bum dal ti­to­lo Fla­w­less (sì, lo stes­so ti­to­lo del­la can­zo­ne di Beyon­cé). Le pa­ro­le? Em­ble­ma­ti­che: “No­no­stan­te tut­te le tue im­per­fe­zio­ni, tu sei la per­fe­zio­ne. So­no io a in­co­rag­gia­re una ver­sio­ne più gio­va­ne di me stes­sa. Per­ché an­che quan­do sei im­per­fet­ta, an­che quan­do ti sen­ti del tut­to inu­ti­le, tu sei la per­fe­zio­ne. Ed è que­sta una can­zo­ne che can­te­rò per il re­sto del­la mia vi­ta”.

Se­le­na Go­mez, 26 an­ni, è can­tan­te, at­tri­ce, pro­dut­tri­ce, e Glo­bal Am­bas­sa­dor di Pan­te­ne. Qui in­dos­sa un abi­to di crê­pe di se­ta, Ver­sa­ce; anel­lo, Tif­fa­ny & Co.

Se­le­na in­dos­sa un abi­to con piu­me e ma­xi cin­tu­ra, Coa­ch 1941.

Abi­to di ma­glia me­tal­li­ca stam­pa­ta, Pa­co Ra­ban­ne, e gi­ro­col­lo, Bul­ga­ri.

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