QUEL CER­TO NON SO CHE

Ci so­no emo­zio­ni che hai pro­va­to e che non sai co­me chia­ma­re. Ma han­no un no­me in al­tre lin­gue.

Focus Extra - - Sumario - A cu­ra di Fa­bri­zia Sac­chet­ti

Ci so­no emo­zio­ni che hai pro­va­to e non sai co­me chia­ma­re. Ma han­no un no­me in al­tre lin­gue.

Ab­hi­man

Quan­ta rab­bia e do­lo­re ci cau­sa il ma­le che ar­ri­va da una per­so­na che amia­mo, o dal­la qua­le ci aspet­tia­mo di es­se­re trat­ta­ti con gen­ti­lez­za? Que­sta for­ma di tra­di­men­to pro­vo­ca un mi­sto tra ira, di­spia­ce­re, or­go­glio of­fe­so, che in In­dia si chia­ma ab­hi­man. Ri­co­no­sce­re che que­sta emo­zio­ne può en­tra­re nel­la no­stra vi­ta si­gni­fi­ca es­se­re con­sa­pe­vo­li che la rot­tu­ra di pat­ti d’amo­re e ri­spet­to tra le fa­mi­glie e gli ami­ci è un ol­trag­gio mol­to se­rio. Per que­sto, l’ab­hi­man può por­ta­re a rea­gi­re an­che in mo­do estre­mo.

To­ska

In Rus­sia, la to­ska è il sen­so di in­sod­di­sfa­zio­ne che si pro­va per qual­co­sa che non si tro­ve­rà mai. Una sor­ta di pe­na del­lo spi­ri­to, che può ave­re di­ver­se in­ten­si­tà. Nel­la lin­gua di tut­ti i gior­ni, si usa la stes­sa pa­ro­la an­che per espri­me­re quel­la di­stra­zio­ne neb­bio­sa che pro­via­mo a vol­te sui mez­zi pub­bli­ci, op­pu­re l’ansia e il de­si­de­rio ine­spres­so che re­sta quan­do una sto­ria d’amo­re fi­ni­sce.

Sau­da­de

Gli abi­tan­ti del Por­to­gal­lo par­la­va­no di sau­da­de già nel Quat­tro­cen­to, nell’epo­ca del co­lo­nia­li­smo: dal por­to di Li­sbo­na par­ti­va­no na­vi di­ret­te in Afri­ca o in Ame­ri­ca e la sau­da­de era la no­stal­gia, mi­sta a spe­ran­za e ma­lin­co­nia, pro­va­ta da chi re­sta­va a ca­sa e pas­sa­va le gior­na­te scru­tan­do l’oriz­zon­te, in at­te­sa dei suoi ca­ri. Og­gi si pro­va sau­da­de non so­lo per chi è lon­ta­no ma an­che per luo­ghi di­stan­ti e per­si­no per og­get­ti ca­ri smar­ri­ti. A par­ti­re dall’Ot­to­cen­to, que­sta emo­zio­ne ha tro­va­to espres­sio­ne nel fa­do, un ge­ne­re mu­si­ca­le che rac­co­glie in­fluen­ze dal Bra­si­le e dall’Afri­ca.

Fa­go

A Ifa­luk, pic­co­lo atol­lo co­ral­li­no del­le Iso­le Ca­ro­li­ne del Pa­ci­fi­co, si chia­ma fa­go. Non esi­ste un ter­mi­ne equi­va­len­te, né in in­gle­se né in al­tre lin­gue, per espri­me­re que­sto mix di com­pas­sio­ne, tristezza e amo­re per le per­so­ne in dif­fi­col­tà, che ci spin­ge a oc­cu­par­ci di lo­ro pur sa­pen­do che un gior­no le per­de­re­mo. Il fa­go, quin­di, è qual­co­sa di più del­la sem­pli­ce em­pa­tia, per­ché si pro­va quan­do si ca­pi­sce che il do­lo­re è ovun­que e si cre­de che la so­li­da­rie­tà uma­na pos­sa li­mi­tar­lo.

L’ap­pel du vi­de

I fran­ce­si lo chia­ma­no ap­pel du vi­de, ed è il de­si­de­rio im­prov­vi­so di lan­ciar­si nel vuo­to, che si può pro­va­re, per esem­pio, cam­mi­nan­do lun­go un pre­ci­pi­zio. In una ce­le­bre sce­na del film La don­na che vis­se due vol­te (1958), era que­sta emo­zio­ne a im­mo­bi­liz­za­re il per­so­nag­gio in­ter­pre­ta­to da Ja­mes Stewart, sul­la ri­pi­da sca­la di un cam­pa­ni­le. Per Jean-Paul Sar­tre, l’ap­pel du vi­de ci ri­cor­da che non sem­pre pos­sia­mo fi­dar­ci del no­stro istin­to e che le emo­zio­ni pos­so­no por­tar­ci mol­to fuo­ri stra­da.

Iji­ra­shi

È la pa­ro­la che in Giap­po­ne si usa per de­scri­ve­re la gio­ia e la sod­di­sfa­zio­ne che si av­ver­to­no quan­do ve­dia­mo vin­ce­re qual­cu­no che, ini­zial­men­te, era da­to per per­den­te. Que­sta emo­zio­ne è an­che co­rol­la­ta da un sen­so di am­mi­ra­zio­ne per chi ha sa­pu­to su­pe­ra­re le dif­fi­col­tà. La iji­ra­shi può sfo­cia­re in la­cri­me e com­mo­zio­ne, e si pro­va guar­dan­do i film a lie­to fi­ne op­pu­re leg­gen­do fa­vo­le e rac­con­ti.

Li­get

Esi­ste un’ener­gia rab­bio­sa che ci fa per­de­re le staf­fe, ma che ci spin­ge a la­vo­ra­re di più. Una rab­bia as­so­cia­ta a un sen­so di ot­ti­mi­smo e di vi­ta­li­tà. Tra gli ilon­got, tri­bù di cac­cia­to­ri di te­ste che vi­vo­no nel­le giun­gle del­la Nue­va Vi­z­ca­ya, nel­le Fi­lip­pi­ne, la chia­ma­no li­get. Ne­gli an­ni Ot­tan­ta, l’an­tro­po­lo­ga ame­ri­ca­na Mi­chel­le Ro­sal­do la por­tò al­la co­no­scen­za dei let­to­ri oc­ci­den­ta­li. «Se non fos­se per il li­get, di­ce­va­no gli ilon­got a Ro­sal­do, non avrem­mo una vi­ta e non la­vo­re­rem­mo mai».

Hw­yl

Non è so­lo gio­ia, ma an­che ec­ci­ta­zio­ne ed esu­be­ran­za, co­me se ci muo­ves­si­mo con una fo­la­ta di ven­to. Hw­yl è la pa­ro­la gal­le­se che in­di­ca que­sto sen­ti­men­to e che vie­ne usa­ta per de­scri­ve­re un lam­po di ispi­ra­zio­ne, l’en­tu­sia­smo o il buo­nu­mo­re di una fe­sta. Let­te­ral­men­te, hw­yl è il ter­mi­ne con cui in in­gle­se si in­di­ca la ve­la di una bar­ca, e hw­yl fa­wr è un sa­lu­to di ad­dio che si­gni­fi­ca “vai col ven­to in pop­pa”.

Awum­buk

Do­po la par­ten­za di un ospi­te, un fa­mi­lia­re o un ami­co, spes­so pro­via­mo un cer­to sol­lie­vo, ma an­che un sen­so di vuo­to. La ca­sa sem­bra stra­na­men­te più gran­de, si pro­va una cer­ta pe­san­tez­za, una sen­sa­zio­ne di iner­zia e di­stra­zio­ne. Una spe­cie di apa­tia. La tri­bù bai­ning, che vi­ve sui mon­ti del­la Pa­pua Nuo­va Gui­nea, chia­ma que­sta sen­sa­zio­ne awum­buk.

Sha­den­freu­de

Sha­den­freu­de è una pa­ro­la te­de­sca che de­ri­va dall’unio­ne di Sha­den (dan­no) e Freu­de (pia­ce­re). In­di­ca il pia­ce­re inat­te­so che si pro­va quan­do si vie­ne a sa­pe­re di una scia­gu­ra che ha col­pi­to qual­cun al­tro. L’ami­ca più at­traen­te pian­ta­ta dal fi­dan­za­to, il col­le­ga di suc­ces­so rim­pro­ve­ra­to dal suo su­pe­rio­re, il po­ten­te di tur­no coin­vol­to in uno scan­da­lo... Già i Gre­ci am­met­te­va­no che que­sto sen­ti­men­to esi­ste e lo chia­ma­va­no epi­chai­re­ka­kia (ral­le­grar­si del ma­le); per i Ro­ma­ni in­ve­ce era la ma­le­vo­len­tia, da cui de­ri­va la no­stra ma­le­vo­len­za. Scri­ve­va il poe­ta Lu­cre­zio: «È dol­ce ve­de­re da qua­li af­fan­ni sei im­mu­ne». Co­me di­re: le di­sgra­zie de­gli al­tri ci fan­no sen­ti­re sol­le­va­ti per­ché non ri­guar­da­no noi.

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