LO FAMO STRA­NO?

In ae­reo, in tre­no e nei po­sti più in­so­li­ti: per­ché far­lo in luo­ghi non scon­ta­ti dà il bri­vi­do del ri­schio. E “pia­ce” di più.

Focus (Italy) - - La Buona Notizia - Si­mo­na Re­gi­na

C’è chi lo fa in tre­no, chi in ae­reo... In mol­ti cer­ca­no quel bri­vi­do in più.

Era il tor­men­to­ne del film Viag­gi di noz­ze, di Car­lo Ver­do­ne: “O famo stra­no?” chie­de­va Iva­no al­la sua spo­si­na Jes­si­ca, con aria com­pli­ce. Al­la ri­cer­ca di nuo­ve emo­zio­ni, i due pro­ta­go­ni­sti fa­ce­va­no ses­so nel cor­ri­do­io dell’al­ber­go (“Tan­to se vie­ne qual­cu­no po­treb­be es­se­re pu­re me­glio”) e a bor­do pi­sci­na si ca­ri­ca­va­no di os­si­ge­no per “far­lo stra­no” in apnea. Si­tua­zio­ni pa­ra­dos­sa­li, cer­to, ma non co­sì di­stan­ti dal­la real­tà.

TRA LE NU­VO­LE O TRA LE ON­DE. I club di chi ama far­lo non so­lo sot­to le len­zuo­la so­no tan­ti: per esem­pio in al­ta quo­ta, in mo­do da met­te­re let­te­ral­men­te le ali all’ero­ti­smo, ali­men­tan­do an­che la li­bi­do con il gusto del proibito. Ave­te mai sen­ti­to par­la­re del Mi­le Hi­gh Club? Più che a un’as­so­cia­zio­ne ve­ra e pro­pria, con que­sta espres­sio­ne ci si ri­fe­ri­sce ad ave­re rap­por­ti in ae­reo (nel­la toi­let­te o an­che sui se­di­li) con il ri­schio di es­se­re sco­per­ti da­gli al­tri pas­seg­ge­ri o dal per­so­na­le di bor­do. L’iscri­zio­ne al club è in­fat­ti so­lo idea­le, vi­sto che i suoi mem­bri il più del­le vol­te non han­no mo­do di pro­va­re “il fat­to”: al mas­si­mo, po­treb­be­ro esi­bi­re il bi­gliet­to ae­reo... Pe­rò pos­so­no pub­bli­ca­re il rac­con­to del­la lo­ro espe­rien­za sul si­to dell’as­so­cia­zio­ne, la­scian­do­si leg­ge­re da chiun­que aspi­ri a emu­lar­li. Una so­la con­di­zio­ne per en­tra­re nel club: al mo­men­to dell’or­ga­smo, l’ae­reo de­ve tro­var­si ad al­me­no 1.600 me­tri da ter­ra. «Fa­re ses­so in vo­lo è un esem­pio di acro­fi­lia, di ec­ci­ta- zio­ne ses­sua­le in­ne­sca­ta dall’ave­re rap­por­ti quan­do ci si tro­va a gran­di al­tez­ze. E, per cer­ti ver­si, è un’espe­rien­za pa­ra­go­na­bi­le al far­lo en plein air, sul­la pan­chi­na di un par­co o al ma­re cul­la­ti dal suo­no del­le on­de, sul se­di­le dell’au­to in un par­cheg­gio in pie­no gior­no op­pu­re die­tro la ten­da di un ca­me­ri­no», spie­ga Mar­co Sil­vag­gi, psi­co­lo­go e ses­suo­lo­go dell’Isti­tu­to di ses­suo­lo­gia cli­ni­ca di Roma.

ADRE­NA­LI­NA. La­sciar­si an­da­re a ba­ci, ca­rez­ze ed ef­fu­sio­ni fi­no ad ave­re un rap­por­to com­ple­to fuo­ri dal­la ca­me­ra da let­to su­sci­ta in­fat­ti uno sta­to di ec­ci­ta­zio­ne emo­ti­va. Ed es­se­re al­la (po­ten­zia­le) mer­cé del­lo sguar­do al­trui ag­giun­ge una sca­ri­ca di adre­na­li­na che ren­de la si­tua­zio­ne an­co­ra più coin­vol­gen­te. Un’oc­ca­sio­ne da vi­ve­re al­me­no una vol­ta nel­la vita, se­con­do al­cu­ni, per fug­gi­re al­la rou­ti­ne e con­tra­sta­re la noia. «Noia ses­sua­le e non man­can­za di de­si­de­rio», pun­tua­liz­za il ses­suo­lo­go. E tra­sgre­di­re fa be­ne. Lo evi­den­zia­no al­cu­ni stu­di: chi ama pro­va­re an­che for­me di ses­sua­li­tà me­no tra­di­zio­na­le è più con­sa­pe­vo­le dei pro­pri bi­so­gni e de­si­de­ri ses­sua­li e, tut­to som­ma­to, è an­che più sod­di­sfat­to. Per que­sto ti­po di tra­sgres­sio­ne, ol­tre agli ae­rei van­no for­te an­che i tre­ni: tra l’al­tro le toi­let­tes so­no di so­li­to un po’ più gran­di di quel­le ad al­ta quo­ta. E non man­ca­no gli “ama­to­ri” (in tut­ti i sensi) che fre­quen­ta­no le ca­bi­ne per fa­re le fo­to­tes­se­re, le sa­le me­di­che (so­prat­tut­to quel­le do­ve si fan­no le ra­dio­gra­fie) o che sfi­da-

no il fred­do sul­le pi­ste da sci. In ca­sa, poi, c’è chi se ne sta al­la lar­ga dal­la ca­me­ra da let­to e pre­fe­ri­sce fre­quen­ta­re in dol­ce compagnia pia­ne­rot­to­li, tet­ti, cantine e, ov­via­men­te, il “clas­si­co” ascen­so­re. In fon­do, la­sciar­si an­da­re a fan­ta­sie ero­ti­che sen­za re­pri­mer­le e cer­ca­re location in­so­li­te può da­re una mar­cia in più al rap­por­to. Far­lo in un luo­go pub­bli­co, in par­ti­co­la­re, è un com­por­ta­men­to che «na­sce dal bi­so­gno più o me­no la­ten­te di su­pe­ra­re un li­mi­te. In que­sto ca­so, ol­tre­pas­sa­re il re­cin­to dell’in­ti­mi­tà del­la ca­me­ra da let­to di­ven­ta il mez­zo per ec­ci­tar­si», ag­giun­ge Sil­vag­gi. «E co­mun­que mai di­re mai». Per­ché an­che chi è con­vin­to che nel­la vita non gli ca­pi­te­rà di ave­re un’espe­rien­za in qual­che mo­do fuo­ri dall’or­di­na­rio, può (se ca­pi­ta l’oc­ca­sio­ne) fi­ni­re col vi­ve­re un rap­por­to ses­sua­le mol­to più fo­co­so del so­li­to: «vuoi per com­pia­ce­re il part­ner, vuoi per la si­tua­zio­ne, ma­ga­ri ispi­ra­ta da un film o da un li­bro, vuoi per un bic­chie­re di trop­po ( ve­di ar­ti­co­lo pre­ce­den­te), che può ren­der­ci me­no con­sa­pe­vo­li di quel­lo che stia­mo fa­cen­do», con­ti­nua l’esper­to. Un po’ co­me è ca­pi­ta­to nel giu­gno scor­so al­la cop­pia fil­ma­ta su un vo­lo Rya­nair da Man­che­ster a Ibi­za. I due non si co­no­sce­va­no, ma av­vol­ti nei fu­mi dell’al­col... l’han­no fat­to (e da­van­ti a tut­ti).

COM­PLI­CI­TÀ E TRA­SGRES­SIO­NE. Pra­ti­ca­re ses­so fuo­ri ca­sa non è l’uni­co mo­do per tra­sgre­di­re: c’è chi ama far­lo guar­dan­do­si al­lo spec­chio, chi non si to­glie le scar­pe col tac­co a spil­lo e chi of­fre il ci­bo sul pro­prio cor­po nu­do: non ci so­no li­mi­ti al­la fan­ta­sia per ren­de­re più ec­ci­tan­te una re­la­zio­ne. E che in fat­to di ses­so le pos­si­bi­li­tà sia­no pres­so­ché in­fi­ni­te lo di­mo­stra l’esi­sten­za di si­ti che of­fro­no in­con­tri “a te­ma” per part­ner con gusti par­ti­co­la­ri. Per chi, per esem­pio, ama tra­ve­stir­si da orsacchiotto c’è poun­ced.org, do­ve tro­va­re l’ani­ma pe­lu­che ge­mel­la. Men­tre Dia­pe­rMa­tes.com fa in­con­tra­re adul­ti che han­no l’in­no­cua ma stra­va­gan­te abi­tu­di­ne di in­dos­sa­re pan­no­li­ni. Ma af­fin­ché le pra­ti­che ero­ti­che più fan­ta­sio­se pos­sa­no ren­de­re ap­pa­gan­te non so­lo il rap­por­to ses­sua­le ma in ge­ne­ra­le la re­la­zio­ne, è im­por­tan­te che nel­la cop­pia ci sia “com­pli­ci­tà, co­mu­ni­ca­zio­ne e si­cu­rez­za”. Un part­ner si­cu­ro di sé, in­fat­ti, non si sen­te mes­so in di­scus­sio­ne dal de­si­de­rio di in­tro­dur­re qual­che novità all’in­ter­no del me­na­ge. Il tra­ve­sti­men­to, per esem­pio, è un gio­co di ruo­lo mol­to ec­ci­tan­te: si fa fin­ta di es­se­re al­tro da quel­lo che si è nel­la real­tà, per stu­pi­re o as­se­con­da­re il part­ner, e co­sì di­ven­ta più fa­ci­le la­sciar­si an­da­re e osa­re. In­som­ma, «non c’è nul­la di stra­no nel vo­ler spe­ri­men­ta­re si­tua­zio­ni “in­so­li­te”», con­clu­de il ses­suo­lo­go. «Per­ché al­la fin fi­ne i pa­ra­me­tri che po­treb­be­ro por­tar­ci a di­re che un’at­ti­vi­tà ses­sua­le “non va be­ne” so­no so­lo tre: la man­can­za di con­sen­so tra i part­ner, il coin­vol­gi­men­to di un mi­no­re, ed ef­fet­ti fi­si­ci o so­cia­li ne­ga­ti­vi».

IM­MA­GI­NA­RIO MA­SCHI­LE. Una clas­si­ca aspi­ra­zio­ne di lui: far­lo sul po­sto di la­vo­ro.

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