VITA TRA LUCI E OMBRE

REM­BRANDT eb­be una vita in CHIA­RO­SCU­RO, co­stel­la­ta di tan­ti SUC­CES­SI e gran­di DO­LO­RI. Fis­sò tut­to sul­la te­la, in ri­trat­ti che ri­ve­la­no ogni EMO­ZIO­NE

Focus Storia Collection - - La Storia Del Mondo In 20 Città - Sa­bi­na Ber­ra e Li­dia Di Si­mo­ne

Rem­brandt, il pit­to­re olan­de­se, eb­be una vita in chia­ro­scu­ro, co­stel­la­ta di tan­ti suc­ces­si e gran­di do­lo­ri.

Le luci fred­de e tra­spa­ren­ti del­le mat­ti­ne del Nord, quei pae­sag­gi flu­via­li dai co­lo­ri ra­re­fat­ti vi­ci­no a Lei­da: que­sto ave­va ne­gli oc­chi il se­di­cen­ne Rem­brandt Har­menszoon (che in olan­de­se si­gni­fi­ca “fi­glio di Har­men”) van Ri­jn (cioè “dal Re­no”, il fiu­me eu­ro­peo) quan­do si tro­vò di fron­te al­la sua pri­ma te­la da di­pin­ge­re. Era il 1621 e, nel­la bot­te­ga di Ja­cob van Swa­nen­bur­gh, un gio­va­not­to acer­bo ma pie­no di ta­len­to ave­va ab­ban­do­na­to l’uni­ver­si­tà per muo­ve­re i pri­mi pas­si in un mon­do nuo­vo, quel­lo del­la pit­tu­ra. Nes­su­no po­te­va im­ma­gi­na­re che quel ra­gaz­zi­no sa­reb­be di­ven­ta­to fa­mo­so co­me maestro del chia­ro­scu­ro, uno de­gli ar­ti­sti più pre­sti­gio­si e pro­li­fi­ci nel Se­co­lo d’oro dell’opu­len­ta Olan­da. Rem­brandt era un ra­gaz­zo for­tu­na­to: suo pa­dre mu­gna­io ave­va no­ve boc­che da sfa­ma­re, ma po­te­va co­mun­que per­met­ter­si di col­ti­va­re so­gni am­bi­zio­si per il suo set­ti­mo fi­glio. Per lui so­gna­va una car­rie­ra im­por­tan­te, co­sì lo iscris­se al­la fa­col­tà di Let­te­re di Lei­da, che il ra­gaz­zo ab­ban­do­nò qua­si su­bi­to per an­da­re a im­pa­ra­re il me­stie­re dal pit­to­re Ja­cob van Swa­nen­bur­gh. In que­gli an­ni la pit­tu­ra in Eu­ro­pa sta­va co­no­scen­do una ri­vo­lu­zio­ne e a da­re fuo­co al­le pol­ve­ri era sta­to un lom­bar­do, Mi­che­lan­ge­lo Me­ri­si, il Ca­ra­vag­gio. Suoi era­no i sor­pren­den­ti ef­fet­ti rea­li­sti­ci ot­te­nu­ti gra­zie a un uso par­ti­co­la­re del­la lu­ce, uno sti­le che pre­sto avreb­be con­ta­gia­to mol­ti ar­ti­sti. Lu­ce ta­glien­te e in­da­ga­tri­ce quel­la di Ca­ra­vag­gio, mor­bi­da e dif­fu­sa quel­la del suo ere­de (co­me lo con­si­de­ra­no al­cu­ni) Rem­brandt. Pro­ba­bil­men­te l’olan­de­se non vi­de mai i di­pin­ti dell’ita­lia­no, ma si sup­po­ne che co­no­sces­se i ca­ra­vag­ge­schi di Utre­cht e che ne aves­se stu­dia­to la tec­ni­ca. Vi ag­giun­se del suo e di­ven­ne un esper­to del­la “pit­tu­ra fi­ne” – ca­rat­te­riz­za­ta da estre­ma pre­ci­sio­ne nei det­ta­gli – di Luca da Lei­da, una del­le più im­por­tan­ti scuo­le pit­to­ri­che del XVI se­co­lo. In se­gui­to, quan­do di­ven­ne ric­co, po­té co­no­sce­re e ap­prez­za­re le sfu­ma­tu­re dei mae­stri del­la pit­tu­ra eu­ro­pea gra­zie al mer­ca­to dell’ar­te di Amsterdam, do­ve eb­be mo­do di rac­co­glie­re una im­men­sa col­le­zio­ne di stam­pe. Pri­mi pas­si a bot­te­ga. In­tan­to, nel 1624, Rem­brandt ave­va 18 an­ni e le idee chia­re: la sua “pro­fes­sio­ne” sa­reb­be sta­ta la pit­tu­ra. Do­po una bre­ve per­ma­nen­za ad Amsterdam “per spe­cia­liz­zar­si” da Pie­ter Last­man, un pit­to­re che ave­va la­vo­ra­to in Ita­lia e lì ave­va stu­dia­to la ric­chez­za del Ba­roc­co, nel 1626 rien­trò a Lei­da per apri­re una bot­te­ga con Jan Lie­vens, un al­lie­vo di Last­man. E lì av­ven­ne la pri­ma gran­de svol­ta del­la sua vita: Con­stan­ti­jn Huy­gens, se­gre­ta­rio del prin­ci­pe d’oran­ge, esper­to d’ar­te e in­fluen­te me­ce­na­te del tem­po, vi­si­tò lo stu­dio dei due gio­va­ni ar­ti­sti e ri­ma­se fol­go­ra­to dal lo­ro la­vo­ro. Su­bi­to com­mis­sio­nò a Lie­vens il pro­prio ri­trat­to e a Rem­brandt quel­lo del fratello. Ma di que­st’ul­ti­mo dis­se: “Il pit­to­re, fa­cen­do un ri­trat­to di noi, sa im­mor­ta­la­re quel­lo che di­pin­ge. [...] La fac­cia è una spe­cie di rias­sun­to dell’uo­mo in­te­ro, del suo cor­po e, se fatta be­ne, an­che del suo spi­ri­to”. L’in­da­ga­to­re dell’ani­ma. Huy­gens ave­va col­to nel se­gno. Rem­brandt pos­se­de­va un’abi­li­tà par­ti­co­la­re per i ri­trat­ti. Lui stes­so, nel cor­so del­la sua car­rie­ra, si ri­tras­se un’ot­tan­ti­na di vol­te fra pit­tu­re, in­ci­sio­ni e di­se­gni. Li con­si­de­ra­va qua­si un’au­to­bio­gra­fia. In­fat­ti, met­ten­do­li in fi­la an­no do­po an­no, si leg­go­no le tap­pe del­la sua vita: da­gli esor­di, con il suo pri­mo au­to­ri­trat­to del 1628 nel pie­no dei vent’an­ni, fi­no agli ul­ti­mi, quan­do la for­tu­na gli ave­va or­mai vol­ta­to le spal­le e lui ap­pa­ri­va ri­pie­ga­to su se stes­so, sca­va­to dal­le ru­ghe e dal­la per­di­ta di tutta la sua fa­mi­glia.

Nel 1631, po­co do­po la morte del pa­dre, Rem­brandt si tra­sfe­rì de­fi­ni­ti­va­men­te ad Amsterdam. Si apri­va per lui una sta­gio­ne di suc­ces­si. La sua fa­ma di ri­trat­ti­sta si era or­mai fatta stra­da nel­la ric­ca bor­ghe­sia, la clas­se al po­te­re. L’olan­da era la pri­ma de­mo­cra­zia ca­pi­ta­li­sti­ca mo­der­na e una del­le prin­ci­pa­li po­ten­ze eco­no­mi­che d’eu­ro­pa (ve­di ar­ti­co­lo pre­ce­den­te). I suoi ric­chi com­mer­cian­ti e i mem­bri del­le cor­po­ra­zio­ni (det­te gil­de) ama­va­no far­si im­mor­ta­la­re in com­pas­sa­ti ri­trat­ti po­san­do nel­le pro­prie ca­se, o pre­di­li­ge­va­no na­tu­re morte, ve­du­te di ca­na­li e pae­sag­gi ru­ra­li. Rem­brandt ini­ziò a met­te­re insieme la sua for­tu­na pro­prio la­vo­ran­do su com­mis­sio­ne a que­sta pit­tu­ra, che non era an­co­ra la sua. Ben pre­sto scel­se di di­pin­ge­re non più fac­ce quie­te e in­ter­ni borghesi, ben­sì le emo­zio­ni e gli sta­ti d’ani­mo dell’uo­mo at­tra­ver­so i ri­trat­ti. Riu­sci­va a far emer­ge­re gli even­ti bel­li e brut­ti del­la vita dai li­nea­men­ti del vol­to. Sboz­zan­do i vi­si nel chia­ro­scu­ro del­la te­la, ne scan­da­glia­va ru­ghe e sen­ti­men­ti. L’os­ser­va­zio­ne psi­co­lo­gi­ca e l’uso del­la lu­ce non fu­ro­no i suoi so­li as­si nel­la ma­ni­ca. Rem­brandt in­tro­dus­se un’al­tra no­vi­tà: il ge­sto di­na­mi­co, l’azio­ne che muo­ve­va per­so­nag­gi al­tri­men­ti bloc­ca­ti nel­la lo­ro espres­sio­ne. Da que­sta in­no­va­zio­ne nac­que uno dei suoi ca­po­la­vo­ri, la Le­zio­ne di ana­to­mia del dot­tor Tulp (sot­to) per la gil­da dei chi­rur­ghi di Amsterdam. L’amo­re e il do­lo­re. A casa di Hen­drick van Uy­len­bur­gh, suo so­cio e mer­can­te, co­nob­be una ra­gaz­za di vent’an­ni, Sa­skia. Era col­ta, riservata e col­pì su­bi­to il pit­to­re. Nel 1633 si fi­dan­za­ro­no. L’an­no do­po, sfi­dan­do le re­si­sten­ze dei pa­ren­ti di lei – po­co di­spo­sti a da­re al gio­va­ne ar­ti­sta la co­spi­cua do­te del­la ra­gaz­za – si spo­sa­ro­no. Per Rem­brandt, Sa­skia era

La FOR­TU­NA di Rem­brandt CAM­BIÒ quan­do i ric­chi BORGHESI vol­le­ro in casa di­pin­ti di gu­sto FRANCESE

l’amo­re, ma an­che l’asce­sa so­cia­le. Gra­zie al ma­tri­mo­nio, ai con­tat­ti con l’al­ta so­cie­tà e ai pro­ven­ti del suo la­vo­ro l’ar­ti­sta di­ven­tò di colpo ric­co. Po­té per­met­ter­si una casa si­gno­ri­le e un gran­de ate­lier, e co­min­ciò a scia­lac­qua­re in in­cau­ti ac­qui­sti. La vita con Sa­skia gli die­de mol­te gio­ie, ma an­che do­lo­ri. Tre fi­gli mo­ri­ro­no in te­ne­ra età. Nel 1641 Sa­skia die­de al­la lu­ce Ti­tus, l’uni­co che di­ven­ne adul­to. Lei pe­rò non si ri­pre­se dal par­to. Si am­ma­lò di tu­ber­co­lo­si e mo­rì l’an­no do­po. Era il 1642 e Sa­skia ave­va trent’an­ni. Ep­pu­re, nel­lo stes­so an­no in cui vis­se una del­le tra­ge­die più gra­vi del­la sua vita, Rem­brandt com­ple­tò il suo più gran­de ca­po­la­vo­ro, La ron­da di not­te (ve­di ri­qua­dro). Con­trat­ti lu­cro­si. Il di­pin­to gli era sta­to com­mis­sio­na­to in an­ni di gran­di spe­se e mi­glio­rie per la cit­tà, che ave­va da po­co ri­ce­vu­to la re­gi­na di Fran­cia Ma­ria de’ Me­di­ci. Rem­brandt ri­ce­vet­te l’in­ca­ri­co dal no­ta­bi­le Ban­ning Cocq, che vol­le es­se­re ri­trat­to con i suoi ar­chi­bu­gie­ri. E di gior­no, non di not­te, co­me ha ri­ve­la­to una ri­pu­li­tu­ra del­la te­la. Il pit­to­re fu rim­pro­ve­ra­to per ec­ces­so di ori­gi­na­li­tà, ma il rea­li­smo del­la sce­na fa del qua­dro un ca­po­sal­do del­la pit­tu­ra. Tra scan­da­li e so­li­tu­di­ne. Or­mai Rem­brandt era so­lo. Ti­tus era pic­co­lo e qual­cu­no do­ve­va oc­cu­par­se­ne. Co­sì nel 1643 en­trò in sce­na Geer­t­je Dir­cx, ru­vi­da po­po­la­na che si pre­se cu­ra del­la casa e di­ven­ne aman­te dell’ar­ti­sta. Per la so­cie­tà cal­vi­ni­sta e ben­pen­san­te in cui vi­ve­va­no fu uno scan­da­lo. I ric­chi borghesi co­min­cia­ro­no a pre­di­li­ge­re una pit­tu­ra di gu­sto francese. Co­sì Rem­brandt co­min­ciò a per­de­re ami­ci e com­mit­ten­ti. Poi in­trec­ciò una re­la­zio­ne con la gio­va­ne do­me­sti­ca Hen­dric­k­je (nel 1654 eb­be­ro una fi­glia, Cor­ne­lia) e Geer­t­je gli fe­ce cau­sa per non aver ono­ra­to la promessa di ma­tri­mo­nio. La guer­ra le­ga­le fi­nì ma­le: Geer­t­je fu in­ter­na­ta in ma­ni­co­mio e il pit­to­re con­dan­na­to a pa­gar­le una pen­sio­ne. Nel 1656, Rem­brandt di­chia­rò ban­ca­rot­ta e per­se tut­to, com­pre­sa la col­le­zio­ne d’ar­te e an­ti­qua­ria­to per cui si era ro­vi­na­to. Nel 1669 mo­rì po­ve­ro, ma la­scian­do in ere­di­tà al mon­do i suoi eter­ni chia­ro­scu­ri. •

DI LAR­GHE VE­DU­TE Il mu­li­no (1650), uno dei ra­ri qua­dri di pae­sag­gi di­pin­ti da Rem­brandt, il pit­to­re olan­de­se che pre­di­li­ge­va i ri­trat­ti.

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