Barbareschi ci apre la sua villa di Filicudi

GENTE - - Sommario - da Filicudi (Mes­si­na) Sabrina Bonalumi

«TRENT’AN­NI FA ERA UN RUDERE: LO COMPRAI», RAC­CON­TA L’AT­TO­RE, INNAMORATO DELLE EOLIE. ORA QUEL PO­STO È UNA MERAVIGLIA CON OT­TO STANZE DA LET­TO. «È STA­TA MIA MO­GLIE ELE­NA A DARLE FORMA E CO­LO­RE. QUI È COMINCIATA LA MIA RINASCITA E HO CONCEPITO I MIEI DUE BAM­BI­NI»

Tra il cie­lo e il ma­re che ba­gna l’eo­lia­na Filicudi, a 300 me­tri di al­tez­za, na­sco­sto da pian­te se­co­la­ri, ce­spu­gli di ro­sma­ri­no, fi­chi d’in­dia pie­ni di frut­ti, c’era una volta un rudere. Un in­sie­me di­sor­di­na­to di grot­te, stal­le, mu­ri ti­ra­ti su a ca­so, ma­gaz­zi­ni e una pro­fon­da ci­ster­na. Un am­mas­so di nulla e pol­ve­re che og­gi... ab­ba­glia. Per­ché è così bianco da ri­lan­cia­re la lu­ce del so­le. Ed è tal­men­te bel­lo da la­scia­re sen­za fia­to. Me­ri­to di Luca Barbareschi, at­to­re-pro­dut­to­re, di­ret­to­re ar­ti­sti­co del Tea­tro Eli­seo di Ro­ma, che trent’an­ni fa ha se­gui­to il cuo­re. È tor­na­to sull’iso­la do­ve an­da­va da ra­gaz­zi­no, ha vo­lu­to cir­cum­na­vi­gar­la, vi­si­tar­ne ogni an­go­lo, fi­no a che non si è im­bat­tu­to in quel luo­go magico. L’ha com­pra­to, con­sa­pe­vo­le che avreb­be do­vu­to fa­ti­ca­re per ren­der­lo vi­vi­bi­le. Ma ha rac­col­to la scom­mes­sa e og­gi, se­du­to sul di­va­no can­di­do del ter­raz­zo a cie­lo aper­to che si af­fac­cia sul Tir­re­no, può di­re di aver vin­to.

Quel rudere ora è una villa che ri­cor­da per ar­re­di e char­me le ca­se tu­ni­si­ne del­la cit­tà di Si­di Bou Said, co­no­sciu­ta co­me “pa­ra­di­so bianco e blu”. «È il luo­go del­la mia fe­li­ci­tà. Av­vol­to da que­sto silenzio ri­tro­vo la mia ani­ma. Ma so­prat­tut­to la mia rinascita co­me uo­mo par­te da qui». Qui è sboc­cia­to l’amo­re per la mo­glie Ele­na Mo­nor­chio. «E a po­che mi­glia da ca­sa, in bar­ca al largo di Strom­bo­li, ab­bia­mo concepito i no­stri fi­gli: Mad­da­le­na e Francesco Sa­ve­rio», ci con­fi­da Luca.

Per la pri­ma volta Barbareschi apre le por­te del­la sua ca­sa, la­scian­do­ci en­tra­re nell’an­go­lo più in­ti­mo del­la sua vi­ta. Scal­zi, per non gua­sta­re il can­do­re che ci cir­con­da. «Più che al­tro per as­sa­po­ra­re la li­ber­tà. Qui si vi­ve al­lo sta­to bra­do. Il fa­sci­no sel­vag­gio del luo­go è ri­ma­sto in­tat­to ed è l’aspet­to che me lo fa ama­re: mi per­met­te di ri­tro­va­re il va­lo­re dell’es­sen­zia­le, di da­re spa­zio ai rap­por­ti uma­ni, ai rit­mi blan­di. Mi la­scio al­le spal­le la vi­ta fre­ne­ti­ca di tut­to l’an­no e qui mi per­do a guar­da­re le stel-

le». Fa­ci­le, dai suoi di­va­ni, ri­tro­var­si con il na­so all’in­sù. Il cie­lo fa da tet­to a buo­na par­te del­la villa: i ter­raz­zi ti fan­no sen­ti­re un tutt’uno con aria e ma­re, co­me pu­re la pi­sci­na ri­ca­va­ta da una ci­ster­na di tre me­tri che Luca ha re­so me­no pro­fon­da per pru­den­za. La va­sca è sta­ta al cen­tro di un pro­ces­so per abu­si­vi­smo edi­li­zio, per il qua­le l’at­to­re è sta­to as­sol­to. La villa è mos­sa, pie­na di pic­co­le sca­le e cor­ri­doi che col­le­ga­no le aree. «Amo le ca­se pra­ti­che e ri­spet­to­se dell’in­ti­mi­tà di chi le vi­ve, per­ciò ho vo­lu­to ot­to ca­me­re da let­to, ognu­na con il pro­prio ba­gno, nel­le qua­li ospi­to gli ami­ci. Nel­la sa­la non poteva man­ca­re il mio pia­no­for­te. E poi c’è una stu­fa di ghi­sa che viene dal­la Si­be­ria: l’ac­cen­do d’in­ver­no, quan- do fuo­ri il ven­to sof­fia a 40 no­di. L’ha tro­va­ta mia mo­glie da un ro­bi­vec­chi. Quan­do ab­bia­mo ini­zia­to a fre­quen­tar­ci que­ste stanze era­no in di­ve­ni­re. La sta­vo si­ste­man­do, poi è ar­ri­va­ta lei e ha co­min­cia­to a pren­de­re una forma, un co­lo­re e un ca­lo­re di­ver­si. E pen­sa­re che all’ini­zio del­la sto­ria ero così spa­ven­ta­to che sta­vo per man­da­re all’aria tut­to».

Era l’apri­le del 2009 quan­do, per ma­no del ca­so, Luca in­cro­cia gli oc­chi ver­di di Ele­na in un bar del cen­tro di Ro­ma. «Io ero sin­gle, se­pa­ra­to, con tre figlie, ave­vo 53 an­ni e una buo­na do­se di in­quie­tu­di­ne. Lei di an­ni ne ave­va ven­ti­due in me­no ed era bel­lis­si­ma. Era lì con ami­ci, sta­va per an­dar­se­ne quan­do le ho of­fer­to un drink. Ac­cet­tò, sa­pe­va che ero un at­to­re, di­ce­va che le ero sim­pa­ti­co da sem­pre. Par­lam­mo a lun­go, la ac­com­pa­gnai a ca­sa ma non suc­ces­se nulla. Per i se­guen­ti ven­ti gior­ni ci sia­mo rin­cor­si: la cer­ca­vo e fug­gi­vo, ri­tor­na­vo e me ne an­da­vo. Fi­no a che non la in­vi­tai in Sar­de­gna, do­ve ci sia­mo ama­ti tan­to e con grande

dolcezza. Do­po una va­can­za così ero an­co­ra più ti­tu­ban­te. Ma at­trat­to. Le dis­si: “De­vo por­ta­re la bar­ca fi­no a Filicudi, vie­ni con me ma re­sti so­lo una set­ti­ma­na, poi ar­ri­va­no le mie figlie”. Ma era tal­men­te tut­to per­fet­to che sia­mo ri­ma­sti tren­ta gior­ni in­sie­me. A fi­ne estate Ele­na era in­cin­ta». Luca sor­ri­de. «Chia­mai mio zio per un con­fron­to: “Che ho fat­to, so­no paz­zo?». Paz­zo d’amo­re, for­se. «Sen­ti­vo di ave­re al mio fian­co una don­na in­tel­li­gen­te, mol­to for­te, com­ple­ta, ca­pa­ce di dar­mi se­re­ni­tà. Le fe­ci una promessa: scri­ver­le una let­te­ra al gior­no. L’ho man­te­nu­ta, sia­mo ol­tre le tre­mi­la».

Ar­ri­va Ele­na con i due bam­bi­ni che cor­ro­no tra le brac­cia di pa­pà. Par­la­no in fran­ce­se, so­no de­li­zio­si. Lui si scio­glie. Sua mo­glie, in­tan­to, ha ap­pe­na sfor­na­to bi­scot­ti di pa­sta di man­dor­le: «Cu­ci­na­re è la mia pas­sio­ne, lo fac­cio tut­to il gior­no, ha an­che un po­te­re an­ti­stress». E con­fi­da: «So­no fis­sa­ta an­che con l’ar­re­da­men­to, amo spen­de­re so­lo per la ca­sa, ro­vi­stan­do in tut­ti i mer­ca­ti­ni. Quel­lo che ve­di qui ha il sa­po­re dei no­stri viag­gi: la Tu­ni­sia, do­ve ho vis­su­to per un an­no e mez­zo, ha ispi­ra­to il bianco ot­ti­co e il blu co­bal­to di que­sti am­bien­ti. Gli ar­re­di, gli og­get­ti ar­ri­va­no da tut­to il mon­do. Com­pro, si­ste­mo e cam-

bio di­spo­si­zio­ne dei mo­bi­li qua­si ogni set­ti­ma­na. Luca, rien­tran­do dai suoi viag­gi di la­vo­ro, re­sta spes­so di­so­rien­ta­to», rac­con­ta Ele­na, che si è an­che oc­cu­pa­ta del­la ri­strut­tu­ra­zio­ne dell’Eli­seo, il tea­tro pre­so in ge­stio­ne dal ma­ri­to nel 2015. Un la­vo­ro cer­to­si­no, ef­fet­tua­to in tem­pi re­cord: quat­tro me­si per cam­bia­re fac­cia a 5 mi­la me­tri qua­dra­ti di im­mo­bi­le.

Il tea­tro per Luca è una se­con­da ca­sa. «Lì mi sen­to si­cu­ro, ap­pa­ga­to, ini­zio a la­vo­ra­re la mat­ti­na pre­sto ed esco la se­ra, stan­co ma pieno di fe­li­ci­tà», rac­con­ta Barbareschi, che an­che a Filicudi si porta li­bri e sfor­na idee. «Ho il mio stu­dio do­ve mi ri­fu­gio al­le pri­me ore del mat­ti­no. Da quan­do ho fon­da­to una

me­dia com­pa­ny pro­du­co se­rie Tv, spet­ta­co­li, film. Il flus­so del la­vo­ro non si esau­ri­sce mai e per me è lin­fa vi­ta­le. Poi sto stu­dian­do di­re­zio­ne d’or­che­stra, per­ché leg­go la musica e suo­no chi­tar­ra e pia­no­for­te». E già pen­sa al­la pros­si­ma sta­gio­ne tea­tra­le, che af­fron­te­rà con lo spet­ta­co­lo Il pe­ni­ten­te di Da­vid Ma­met, e al film che pre­sen­te­rà al­la Mo­stra del Ci­ne­ma di Ve­ne­zia. « Brut­ti e cat­ti­vi, con Clau­dio San­ta­ma­ria, Marco D’Amo­re e Sa­ra Ser­ra­ioc­co». L’at­to­re non smet­te mai di pro­get­ta­re, leg­ge­re, so­gna­re. «Vor­rei che la me­dia com­pa­ny re­si­stes­se an­che do­po di me, fa­re tea­tro fi­no all’ul­ti­mo dei miei gior­ni, por­ta­re uno show a Broad­way. So­no nell’au­tun­no del­la vi­ta, ma ho ener­gie, idee, pas­sio­ni». Barbareschi ha tro­va­to il tem­po an­che di scri­ve­re il ro­man­zo au­to­bio­gra­fi­co

Cer­can­do se­gna­li d’amo­re nell’uni­ver­so. «Non stac­co mai il cer­vel­lo, la­vo­ra­re è un buon cor­ro­bo­ran­te per la te­sta. Ai fi­gli di­co sem­pre: “Stu­dia­te tan­to, e tro­va­te la vo­stra stra­da. So­lo così po­tre­te es­se­re fe­li­ci».

LA PI­SCI­NA ERA UNA CI­STER­NA Una pa­no­ra­mi­ca del­la villa, che per co­lo­ri e det­ta­gli ri­cor­da lo sti­le tu­ni­si­no. La pi­sci­na è ri­ca­va­ta da una ci­ster­na aper­ta: era al­ta tre me­tri, ma Barbareschi ha ri­dot­to di mol­to la pro­fon­di­tà per ra­gio­ni di si­cu­rez­za.

LA DOLCEZZA QUI È DI CA­SA Mad­da­le­na e Francesco Sa­ve­rio, or­go­glio­si e go­lo­si, so­no pron­ti per in­for­na­re una te­glia di bi­scot­ti­ni al­la pa­sta di man­dor­le rea­liz­za­ti dal­la mam­ma. Ele­na è una cuo­ca so­praf­fi­na, lo­ro i pic­co­li aiu­tan­ti. RI­TRAT­TO DI FA­MI­GLIA NEL­LA NA­TU­RA MA­GI­CA Filicudi (Mes­si­na). Luca Barbareschi, 61 an­ni, con la mo­glie Ele­na Mo­nor­chio, 39, e i fi­gli Mad­da­le­na, 7, e Francesco Sa­ve­rio, 5, po­sa­no su un ter­raz­zo del­la villa. Al­le lo­ro spal­le, il pro­mon­to­rio di Ca­po Gra­zia­no ba­cia­to dal so­le al tra­mon­to e, in lon­ta­nan­za, l’iso­la di Vul­ca­no. (Fo­to Marco Ros­si).

MIL­LE BLU Co­bal­to, in­da­co, az­zur­ro... Il blu è de­cli­na­to in mil­le mo­di nel­la ca­sa di Barbareschi. Bel­lis­si­mo que­sto sti­pi­te che in­cor­ni­cia la cu­ci­na.

SOT­TO LE TRAVI A VI­STA DEL SALOTTO ERUTTA LO STROM­BO­LI So­pra, la li­nea­ri­tà del­la ca­me­ra da let­to ma­tri­mo­nia­le, re­sa an­co­ra più ele­gan­te dal­le travi a vi­sta sul sof­fit­to. A si­ni­stra, il salotto: di­va­ni can­di­di, ta­vo­li­ni et­ni­ci e, al­le pa­re­ti, un vul­ca­no che erutta. È il re­ga­lo che Ele­na ha fat­to a Luca per l’ul­ti­mo com­plean­no, a fi­ne lu­glio. Un ri­cor­do spe­cia­le: al largo dell’iso­la eo­lia­na di Strom­bo­li han­no concepito i lo­ro fi­gli.

LE MAIOLICHE SICILIANE RAVVIVANO I PAVIMENTI Filicudi (Mes­si­na). La grande cu­ci­na di­ven­ta uno spa­zio pre­zio­so gra­zie al­le maioliche siciliane del pa­vi­men­to che han­no i co­lo­ri del ma­re e del so­le. Sul ta­vo­lo fra­ti­no cam­peg­gia un tac­chi­no scar­lat­to. So­pra, l’at­to­re e la mo­glie si ri­las­sa­no al tra­mon­to.

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