Spe­cia­le Diana L’unico sopravvissuto non ha dub­bi: «L’in­ci­den­te fu col­pa di Al Fayed»

«FU DODI A VENIRE ME­NO AI REQUISITI DI SI­CU­REZ­ZA», RICORDA TRE­VOR REESJONES. MA I MISTERI IRRISOLTI SUL­LE UL­TI­ME ORE DI LA­DY D SO­NO TANTI

GENTE - - Sommario - DI FEDERICA CAPOZZI

So­no pas­sa­ti vent’anni da quel­la not­te, da quell’alba pa­ri­gi­na del 31 ago­sto 1997 che La­dy Diana non ar­ri­vò mai a ve­de­re, i suoi be­gli oc­chi per sem­pre chiu­si dopo il ter­ri­bi­le schianto sot­to il tun­nel dell’Al­ma. So­no pas­sa­ti vent’anni e an­che se lei ri­mar­rà per sem­pre giovane e splen­di­da nel ri­cor­do di tut­ti, con­ge­la­ta in quell’esta­te del vec­chio mil­len­nio, il re­sto del mon­do è an­da­to avan­ti, le co­se - tan­te co­se - so­no cam­bia­te. I suoi fi­gli, quei ra­gaz­zi­ni tri­sti, po­co più che due bam­bi­ni, che il gior­no del fu­ne­ra­le se­gui­va­no il fe­re­tro a te­sta bas­sa men­tre milioni di per­so­ne li os­ser­va­va­no con il cuo­re in pez­zi, si so­no fatti adul­ti. En­tram­bi han­no in­con­tra­to una per­so­na spe­cia­le, si so­no in­na­mo­ra­ti. Wil­liam, che or­mai ha qua­si l’età del­la mam­ma quan­do è morta, è di­ven­ta­to pa­pà. Car­lo - il suo ex ma­ri­to, il pros­si­mo re - ha spo­sa­to l’al­tra donna, quel­la Ca­mil­la che ave­va re­so la lo­ro vi­ta di cop­pia un in­fer­no. In­vec­chia ac­can­to a lei, e non c’è più nien­te di ma­le.

So­no pas­sa­ti vent’anni da quel­la not­te, ep­pu­re per cer­ti ver­si è come se fos­se tra­scor­so un mi­nu­to sol­tan­to. Il do­lo­re è vi­vo, tan­te fe­ri­te aper­te e san­gui­nan­ti. Sul­la tom­ba di Dodi Al Fayed, mor­to con Diana nel tra­gi­co in­ci­den­te, il pa­dre Mo­ha­med si re­ca an­co­ra tre­cen­to gior­ni l’an­no, come ha la­scia­to tra­pe­la­re nel­le ul­ti­me set­ti­ma­ne una fon­te vi­ci­na al­la fa­mi­glia del ma­gna­te egi­zia­no, ex pro­prie­ta­rio di Har­rods. Ma non è so­lo que­stio­ne di emo­zio­ni che non si pla­ca­no, del­la sof­fe­ren­za di un pa­dre che non trova pa­ce. No­no­stan­te due in­chie­ste, una in­gle­se e una fran­ce­se, sia­no giun­te da un pez­zo a una con­clu­sio­ne una­ni­me - fu col­pa dell’au­ti­sta Hen­ri Paul, che quel­la se­ra ave­va be­vu­to ma si mi­se lo stes­so al­la gui­da: ca­so ar­chi­via­to - una do­man­da non smet­te di af­fio­ra­re in­si­sten­te: pos­si­bi­le che si sia trat­ta­to sol­tan­to di una fa­ta­li­tà?

La teo­ria del com­plot­to, di chi - Mo­ha­med Al Fayed in te­sta - so­stie­ne che fu omi­ci­dio, è sta­ta li­qui­da­ta, ep­pu­re in tanti so­no an­co­ra con­vin­ti del­la sua va­li­di­tà. La prin­ci­pes­sa era un per­so­nag­gio sco­mo­do, da

tem­po in­vi­sa al­la mo­nar­chia stes­sa: la sua sto­ria con uno stra­nie­ro, mu­sul­ma­no per giun­ta e fi­glio di quell’Al Fayed ne­mi­co giu­ra­to del­la re­gi­na Elisabetta, era scan­da­lo­sa. Inac­cet­ta­bi­le che la ma­dre di un fu­tu­ro re pro­get­tas­se di spo­sa­re quell’uo­mo, ma­ga­ri di dar­gli an­che un fi­glio (so­no in mol­ti a giu­ra­re che la prin­ci­pes­sa fos­se in­cin­ta quan­do mo­rì, an­che se i me­di­ci l’han­no uf­fi­cial­men­te esclu­so). «Dodi ave­va ri­ti­ra­to l’anel­lo di fi­dan­za­men­to che lui e Diana ave­va­no scel­to in­sie­me in una gio­iel­le­ria di Pa­ri­gi: ave­va­no in­ten­zio­ne di an­nun­cia­re il fi­dan­za­men­to di lì a qual­che gior­no. L’anel­lo fu ri­tro­va­to sul lo­ro co­mo­di­no dopo l’in­ci­den­te», rac­con­tò pro­prio Al Fayed pa­dre nel­la sua ul­ti­ma in­ter­vi­sta, ri­la­scia­ta in esclu­si­va a

Gen­te qual­che an­no fa. Ep­pu­re il lo­ro era un amo­re giovane, ap­pe­na sboc­cia­to. Era lu­glio quan­do Diana ave­va ac­cet­ta­to l’in­vi­to del vec­chio Al Fayed a tra­scor­re­re una va­can­za in Co­sta Azzurra con Wil­liam e Har­ry. Nel cor­so di quei die­ci gior­ni spen­sie­ra­ti a Saint-Tro­pez lei e Dodi si era­no av­vi­ci­na­ti: po­che set­ti­ma­ne più tar­di, ad ago­sto, era­no ri­par­ti­ti da so­li a bor­do del­lo ya­cht del ma­gna­te egi­zia­no, lo Jo­ni­kal, con buo­na pa­ce dei ri­spet­ti­vi part­ner, il car­dio­chi­rur­go Ha­snat Khan e la mo­del­la Kel­ly Fi­sher. I pa­pa­raz­zi, che fi­no a quel mo­men­to li ave­va­no la­scia­ti re­la­ti­va­men­te tran­quil­li, ave­va­no driz­za­to le an­ten­ne, fiu­ta­to lo scoop. Lo scatto che pro­va­va la lo­ro in­ti­mi­tà - il fa­mo­so bacio nel­la ca­let­ta sar­da che val­se al fo­to­gra­fo Ma­rio Bren­na una for­tu­na - fi­nì in pri­ma pa­gi­na sul Sun­day Mir­ror il 10 ago­sto.

La cac­cia era aper­ta, gli aman­ti brac­ca­ti: quan­do ar­ri­va­ro­no a Pa­ri­gi, ul­ti­ma tap­pa del viag­gio pri­ma del rien­tro a Lon­dra, Diana e Dodi non co­no­sce­va­no pa­ce da gior­ni (ad aiz­zar­li era sta­ta la stes­sa prin­ci­pes­sa che ave­va pro­mes­so ad al­cu­ni gior­na­li­sti “al­lea­ti” una no­ti­zia sen­sa­zio­na­le). La se­ra fa­ta­le del 30 ago­sto l’at­mo­sfe­ra era te­sa, i ner­vi di tut­ti a fior di pel­le: lei oscil­la­va tra la fe­li­ci­tà e il pian­to, lui da­va or­di­ni con­ci­ta­ti ai suoi, per­den­do la cal­ma ogni mi­nu­to. Lo ricorda be­ne Tre­vor ReesJones, l’uo­mo di fi­du­cia di Dodi che, unico dei quat­tro oc­cu­pan­ti dell’au­to ma­le­det­ta, so­prav­vis­se allo schianto. Nel suo li­bro The

bo­dy­guard’s sto­ry (“Il racconto del­la guar­dia del cor­po”) ri­co­strui­sce per fi­lo e per se­gno quan­to ac­cad­de nel­la man­cia­ta di ore pri­ma dell’in­ci­den­te: il pro­gram­ma ac­can­to­na­to di an­da­re a ce­na al ri­sto­ran­te Be­noit, la de­ci­sio­ne di ri­pie­ga­re sul Ri­tz, ho­tel di pro­prie­tà di Al Fayed se­nior (ve­di ser­vi­zio a pag. 80) do­ve Diana for­mal­men­te al­log­gia­va, il pia­no pro­po­sto da Dodi di usare una ter­za mac­chi­na, non una del­le due con le qua­li si era­no spo­sta­ti fi­no ad al­lo­ra, per de­pi­sta­re i pa­pa­raz­zi e tor­na­re in­di­stur­ba­ti al suo ap­par­ta­men­to in rue Ar­sè­ne Hous­saye.

Ec­co, fu quel­lo l’er­ro­re fa­ta­le, e fu tut­ta ope­ra del fi­glio del ma­gna­te di Har­rods, so­stie­ne Rees-Jo­nes. Fu col­pa di Dodi. L’au­to che ar­ri­vò, la Mer­ce­des S-280 che avreb­be do­vu­to por­tar­li in sal­vo, era to­tal­men­te ina­de­gua­ta: non era blin­da­ta, non ave­va ve­tri oscu­ra­ti, so­lo po­chi me­si pri­ma era sta­ta ru­ba­ta e poi ri­ma­neg­gia­ta an­zi­ché es­se­re rot­ta­ma­ta. Peg­gio an­co­ra, Al Fayed ju­nior vol­le che a gui­dar­la fos­se Hen­ri Paul del­la si­cu­rez­za del Ri­tz, di cui si fi­da­va cie­ca­men­te. Che non fos­se un au­ti­sta di pro­fes­sio­ne era il mi­no­re dei ma­li: il tra­git­to era bre­ve, non ci sa­reb­be­ro vo­lu­ti più di die­ci mi­nu­ti. Ma quel­la se­ra Paul non era in ser­vi­zio e ave­va be­vu­to al­me­no due ape­ri­ti­vi ad al­to tas­so al­co­li­co, come at­te­sta­ro­no suc­ces­si­va­men­te le ana­li­si sul suo cor­po or­mai pri­vo di vi­ta. Non sembrava ubria­co, pe­rò, nem­me­no al­tic­cio: la guar­dia del cor­po giu­ra di non es­ser­si ac­cor­to del suo sta­to di al­te­ra­zio­ne, al­tri­men­ti non gli avreb­be mai per­mes­so di met­ter­si al vo­lan­te.

An­che la si­cu­rez­za fa­ce­va ac­qua da tut­te le par­ti: su in­di­ca­zio­ne di Dodi, la prin­ci­pes­sa non in­for­mò i ser­vi­zi se­gre­ti dei suoi spo­sta­men­ti, come in­ve­ce pre­ve­de­va il pro­to­col­lo, af­fi­dan­do co­sì la sua in­co­lu­mi­tà al­le bo­dy­guard de­gli Al Fayed e ri­fiu­tan­do la scor­ta del­la po­li­zia fran­ce­se che l’avreb­be cer­ta­men­te sal­va­ta. Rees-Jo­nes smi­se di op­por­si all’in­cer­ta or­ga­niz­za­zio­ne so­lo quan­do il suo da­to­re di la­vo­ro gli dis­se di aver in­for­ma­to il pa­dre del pia­no e di aver ri­ce­vu­to il suo ok per te­le­fo­no (det­ta­glio, que­sto, che Al Fayed se­nior ha sem­pre ne­ga­to per­ché in con­tra­sto con le sue te­si).

Quan­to al ten­ta­ti­vo di de­pi­stag­gio, fu un com­ple­to fal­li­men­to. L’ul­ti­ma co­sa che

«L’AU­TI­STA NON MI SEMBRAVA UBRIA­CO» ASSICURA REES-JO­NES

Rees-Jo­nes ricorda pri­ma del blac­kout è che quan­do l’au­to par­tì dal Ri­tz a tal­lo­nar­la c’era già un co­daz­zo di fo­to­gra­fi. Il re­sto - com­pre­si i mo­men­ti sa­lien­ti pri­ma dell’im­pat­to a mez­za­not­te e 23, quel­li che so­lo lui avreb­be po­tu­to rac­con­ta­re - è sta­to in­ghiot­ti­to da un gran­de bu­co ne­ro, can­cel­la­to da un’am­ne­sia re­troat­ti­va, fre­quen­te nel­le vit­ti­me di trau­mi vio­len­ti come quel­lo da lui su­bi­to. L’unico te­sti­mo­ne sopravvissuto no­no­stan­te le ter­ri­bi­li fe­ri­te (il chi­rur­go do­vet­te let­te­ral­men­te ri­co­struir­gli la fac­cia) non ha me­mo­ria di quan­to ac­ca­du­to. Non sa se Hen­ri Paul sta­va cor­ren­do dav­ve­ro come un paz­zo - fu scrit­to che pre­se la cur­va di in­gres­so al tun­nel dell’Al­ma a 150 chi­lo­me­tri ora­ri - se fu Dodi a chie­der­gli di ac­ce­le­ra­re no­no­stan­te le la­men­te­le di Diana che ave­va pau­ra del­la ve­lo­ci­tà. Non ricorda se l’au­ti­sta cam­biò stra­da per evi­ta­re i se­ma­fo­ri, quan­do e per­ché per­se il con­trol­lo dell’au­to.

A ri­co­strui­re i fatti, a tap­pa­re i bu­chi, fu­ro­no le in­da­gi­ni uf­fi­cia­li. Fu sta­bi­li­to che i pa­pa­raz­zi non eb­be­ro col­pa, al­me­no non di­ret­ta­men­te: nes­su­no di lo­ro era riu­sci­to a su­pe­ra­re la Mer­ce­des, quin­di nes­su­no ave­va ac­ce­ca­to Paul con il fla­sh. Né fu col­pa dei soc­cor­si tar­di­vi se la prin­ci­pes­sa non so­prav­vis­se, per­ché an­che se ci vol­le più di un’ora e 40 mi­nu­ti pri­ma che la por­tas­se­ro in ospe­da­le, l’am­bu­lan­za, si de­cre­tò in se­gui­to, era at­trez­za­ta per la ria­ni­ma­zio­ne e si do­vet­te fer­ma­re per af­fron­ta­re un dop­pio ar­re­sto car­dia­co del­la prin­ci­pes­sa, il cui cuo­re si era spo­sta­to a de­stra del­la cas­sa to­ra­ci­ca dopo l’in­ci­den­te.

Non c’è dub­bio, pe­rò, che lo sta­to di salute di Diana ven­ne ini­zial­men­te sot­to­va­lu­ta­to. Dodi e Hen­ri Paul era­no mor­ti sul col­po, Tre­vor Rees-Jo­nes, il vol­to tu­me­fat­to, ap­pa­ri­va in con­di­zio­ni di­spe­ra­te. Lei era fe­ri­ta, ma par­la­va e si pen­sò che si sa­reb­be sal­va­ta. E for­se sa­reb­be sta­to dav­ve­ro co­sì se qual­cu­no si fos­se ac­cor­to in tem­po del­la de­va­stan­te emor­ra­gia in­ter­na che fi­nì per por­tar­se­la via qual­che ora più tar­di, pri­ma dell’alba, men­tre in sa­la ope­ra­to­ria i chi­rur­ghi ten­ta­va­no l’ul­ti­mo miracolo.

Per Rees-Jo­nes fu dun­que un in­ci­den­te cau­sa­to dal­le leg­ge­rez­ze di Dodi, un’op­zio­ne to­tal­men­te re­spin­ta da Al Fayed pa­dre. «Ci so­no trop­pi fatti in­spie­ga­ti, trop­pe coin­ci­den­ze per­ché si sia trat­ta­to di un ca­so. La so­la ra­gio­ne per cui non ven­ne ri­co­no­sciu­to che Dodi e Diana fu­ro­no as­sas­si­na­ti è per­ché il giu­di­ce lo im­pe­dì. Ci fu un in­sab­bia­men­to dopo l’al­tro», ci rac­con­tò in­di­can­do nel prin­ci­pe Filippo, il ma­ri­to del­la re­gi­na Elisabetta che ve­de­va la nuo­ra come un rischio per la sta­bi­li­tà del­la mo­nar­chia, il man­dan­te del com­plot­to.

E in ef­fet­ti è dif­fi­ci­le li­qui­da­re in to­to l’ipo­te­si di un at­to mi­ra­to, per­ché so­no tan­te le zo­ne d’om­bra di questa sto­ria, i misteri mai ri­sol­ti, i det­ta­gli che non tor­na­no. C’è la Uno bian­ca, per esem­pio: un’au­to che, all’in­gres­so dell’Al­ma, la Mer­ce­des avreb­be ur­ta­to pri­ma di fi­ni­re con­tro il pi­lo­ne ma­le­det­to. Per­si­no Rees-Jo­nes ne ha una sep­pur va­ga me­mo­ria. Igno­ra­ta da­gli in­ve­sti­ga­to­ri fran­ce­si, fu sco­va­ta da quel­li al sol­do di Mo­ha­med Al Fayed. Il pro­prie­ta­rio, Ja­mes An­der­son, era guar­da ca­so un pa­pa­raz­zo e guar­da ca­so ave­va le­ga­mi con i ser­vi­zi se­gre­ti bri­tan­ni­ci - quel­li che i com­plot­ti­sti vor­reb­be­ro ese­cu­to­ri del­la stra­ge - ma guar­da ca­so ave­va un ali­bi per quel­la not­te e ven­ne la­scia­to in pa­ce. Sal­vo poi es­se­re tro­va­to mor­to anni dopo: sui­ci­da, si dis­se, an­che se ave­va due fo­ri in te­sta che rac­con­ta­va­no un’al­tra sto­ria. Poi ci so­no gli au­to­mo­bi­li­sti pre­sen­ti nel tun­nel al mo­men­to dell’im­pat­to: al­me­no in tre giu­ra­ro­no di aver scor­to un ba­glio­re in­ten­so po­chi istan­ti pri­ma del­lo schianto. So­lo sug­ge­stio­ne, op­pu­re fu dav­ve­ro un fla­sh di quel­li usa­ti dall’eser­ci­to per di­so­rien­ta­re i ne­mi­ci azio­na­to da un uo­mo mi­ste­rio­so, mai iden­ti­fi­ca­to, che qual­cu­no avreb­be vi­sto en­tra­re nel tun­nel con un gros­so zai­no in spal­la? E che di­re del­le ana­li­si del san­gue di Hen­ri Paul, scam­bia­te, se­con­do al­cu­ni, con quel­le di un vi­ci­no di obi­to­rio, del­le te­le­ca­me­re lun­go il per­cor­so in­cre­di­bil­men­te spen­te quel­la se­ra per un blac­kout o del­la let­te­ra che la stes­sa La­dy Diana ave­va scrit­to di suo pu­gno, cu­pa pre­mo­ni­zio­ne di quel­lo che sa­reb­be suc­ces­so? “Mio ma­ri­to sta pro­get­tan­do un in­ci­den­te con la mia au­to, un gua­sto ai fre­ni e una gra­ve le­sio­ne al­la te­sta”. En­ne­si­ma coin­ci­den­za o in­di­zio di un mi­ste­ro senza so­lu­zio­ne?

PENSAVA CHE L’EX MA­RI­TO CAR­LO VOLESSE UCCIDERLA

QUEI GIOR­NI SERENI IN CO­STA AZZURRA Saint-Tro­pez (Fran­cia). La­dy Diana (19611997) un me­se pri­ma di mo­ri­re du­ran­te la va­can­za in Co­sta Azzurra ospi­te del ma­gna­te Mo­ha­med Al Fayed. Fu nel cor­so di quei die­ci gior­ni spen­sie­ra­ti che la prin­ci­pes­sa si av­vi­ci­nò a Dodi, il fi­glio di Mo­ha­med, no­no­stan­te fos­se an­co­ra in cor­so la sua sto­ria con il chi­rur­go Ha­snat Khan.

A PO­CHE ORE DAL­LA TRAGEDIA Diana e Dodi Al Fayed (1955-1997) tor­na­ro­no in Co­sta Azzurra ad ago­sto, questa vol­ta da so­li. Nel cor­so di que­sto bre­ve sog­gior­no i fo­to­gra­fi co­min­cia­ro­no a se­guir­li ovun­que, a cac­cia del­lo scoop sul nuo­vo amo­re del­la prin­ci­pes­sa. Qui so­no a Saint-Tro­pez, po­chi gior­ni pri­ma dell’in­ci­den­te. di Federica Capozzi ISTANTANEA DI UN DISASTRO Co­sì si pre­sen­ta­va agli oc­chi dei pri­mi soc­cor­ri­to­ri la Mer­ce­des S-280 sul­la qua­le viag­gia­va­no La­dy Diana e Dodi. L’au­to si schian­tò in ve­lo­ci­tà con­tro il tre­di­ce­si­mo pi­lo­ne del tun­nel dell’Al­ma, a Pa­ri­gi. L’au­ti­sta e Dodi mo­ri­ro­no sul col­po, la prin­ci­pes­sa qual­che ora più tar­di, a cau­sa di una gra­vis­si­ma emor­ra­gia in­ter­na. LO SCATTO PRI­MA DELL’IN­CON­TRO CON IL DE­STI­NO Un at­ti­mo pri­ma che la Mer­ce­des par­tis­se dal Ri­tz per la sua ul­ti­ma cor­sa, i fo­to­gra­fi im­mor­ta­la­ro­no gli oc­cu­pan­ti: Hen­ri Paul al vo­lan­te, la guar­dia del cor­po Tre­vor Rees-Jo­nes, oggi 49, ac­can­to a lui, Diana (die­tro, di spal­le). Dodi non si ve­de.

AL FAYED CREDE AL COM­PLOT­TO La­dy Diana nel 1992, ospi­te di una se­ra­ta di be­ne­fi­cen­za da Har­rods. Con lei c’è Mo­ha­med Al Fayed, oggi 88 anni, all’epo­ca pro­prie­ta­rio dei gran­di ma­gaz­zi­ni. An­co­ra oggi il ma­gna­te non ha dub­bi: la prin­ci­pes­sa e suo fi­glio fu­ro­no uc­ci­si dai ser­vi­zi se­gre­ti su or­di­ne di Buc­kin­gham Pa­la­ce.

RICORDI FRAMMENTARI MA PREZIOSI Tre­vor Rees-Jo­nes, guar­dia del cor­po di Dodi e uo­mo di fi­du­cia del­la fa­mi­glia Al Fayed, fu l’unico oc­cu­pan­te del­la Mer­ce­des a so­prav­vi­ve­re. Ri­por­tò fe­ri­te gra­vis­si­me e per il trau­ma di­men­ti­cò i mi­nu­ti pri­ma del­lo schianto, ma ricorda per­fet­ta­men­te che fu Dodi a or­di­na­re a Hen­ri Paul di gui­da­re l’au­to.

IL SUO ATTIVISMO DA­VA FASTIDIO Diana a un ga­la con­tro le mi­ne an­ti­uo­mo due me­si pri­ma di mo­ri­re. La sua cam­pa­gna con­tro le ter­ri­bi­li ar­mi da­va fastidio al go­ver­no bri­tan­ni­co e ai pro­dut­to­ri di or­di­gni bel­li­ci: per al­cu­ni, un’al­tra buo­na ra­gio­ne per eli­mi­nar­la.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.