Bar­cel­lo­na/1 L’or­ri­bi­le pro­get­to: fiu­mi di san­gue da­van­ti al­la Sa­gra­da Fa­mi­lia

IL GRUP­PO DI MOR­TE DEL­LA RAMBLA INTENDEVA FAR SCORRERE FIU­MI DI SAN­GUE DA­VAN­TI AL­LA SA­GRA­DA FA­MI­LIA. ORA TRA GLI OBIETTIVI C’È L’ITA­LIA? «MA DA NOI NUCLEI DI JIHADISTI SO­NO GIÀ STA­TI SMANTELLATI», DI­CE L’ESPERTO

GENTE - - Sommario - DI STEFANO NAZZI

Sull’asfal­to mat­ta­to­io del­la Rambla di Bar­cel­lo­na, tra la­cri­me e san­gue, c’era­no ita­lia­ni e tur­chi, ci­ne­si e in­gle­si, al­ge­ri­ni e ame­ri­ca­ni, fran­ce­si e ku­wai­tia­ni, pa­ki­sta­ni e bel­gi. Fe­ri­ti o già per­du­ti. C’era il mon­do là per ter­ra. Ed è al mon­do, di ogni età e na­zio­ne, di qual­sia­si clas­se so­cia­le, uo­mi­ni , don­ne e bam­bi­ni, che i ter­ro­ri­sti ra­gaz­zi­ni han­no di­chia­ra­to guer­ra. Da una par­te lo­ro, dall’al­tra tut­to il Pia­ne­ta: noi. Gli as­sas­si­ni era­no ado­le­scen­ti o gio­va­ni uo­mi­ni cre­sciu­ti in luo­ghi do­ve han­no gio­ca­to e stu­dia­to, pro­tet­ti e de­sti­na­ti a una buo­na vi­ta. Qual­co­sa li ha de­via­ti ver­so un odio che è dif­fi­ci­le an­che so­lo im­ma­gi­na­re. Ver­so il so­gno di un mon­do cu­po e tri­ste, pri­vo di qual­sia­si li­ber­tà. Nei lo­ro oc­chi ve­la­ti di fe­ro­cia han­no scam­bia­to per ne­mi­ci i pa­pà che spin­go­no una car­roz­zi­na, gli an­zia­ni in gi­ta ma­no nel­la ma­no, le ra­gaz­ze in­cin­te. E Ju­lian, il bam­bi­no au­stra­lia­no di set­te anni fal­cia­to come se fos­se una bam­bo­la da cen­tra­re per vincere un pre­mio. You­nes Abouyaa­qoub, lo ji­ha­di­sta isla­mi­co che gui­da­va il fur­go­ne bian­co usa­to il 17 ago­sto come stru­men­to di stra­ge, era, se­con­do la ma­dre, «un ra­gaz­zo nor­ma­le, che guar­da­va i car­to­ni con i fra­tel­li più pic­co­li, ri­de­va spes­so. Uno con un buon ca­rat­te­re, uno buo­no». Ha uc­ci­so 14 per­so­ne sul­la Rambla, ne ha fe­ri­te cen­to. Fug­gen­do ha as­sas­si­na­to un au­to­mo­bi­li­sta per ru­bar­gli la mac­chi­na. Ora è mor­to an­che lui, uc­ci­so dal­la po­li­zia che lo brac­ca­va: pri­ma di es­se­re col­pi­to ha ur­la­to la fra­se di ri­to, “Al­la­hu ak­bar”, “Dio è gran­de”.

Era­no in 12 a for­ma­re la cel­lu­la di as­sas­si­ni, al­me­no tre cop­pie di fra­tel­li, il più pic­co­lo ave­va 17 anni. Quat­tro so­no sta­ti ar­re­sta­ti, gli al­tri so­no mor­ti. “Cel­lu­la sgo­mi­na­ta”, ha co­mu­ni­ca­to la po­li­zia ca­ta­la­na. Ma le in­da­gi­ni pro­se­gui­ran­no a lun­go. Van­no

sve­la­ti i col­le­ga­men­ti con l’Isis, bi­so­gne­rà ca­pi­re chi ha istrui­to i ter­ro­ri­sti ra­gaz­zi­ni, chi ha in­di­ca­to gli obiettivi. Tan­te co­se an­dran­no com­pre­se. Quel­lo che pe­rò or­mai ca­pia­mo be­ne è che tut­ti noi sia­mo con­si­de­ra­ti ne­mi­ci. Un tem­po si par­la­va di obiettivi sen­si­bi­li. Ora gli obiettivi sen­si­bi­li sia­mo tut­ti noi. Lo so­no le fa­mi­glie che cam­mi­na­no lun­go le vie pe­do­na­li del­le cit­tà o che pren­do­no il so­le nei re­sort dall’al­tro ca­po del mon­do.

Ora i ter­ro­ri­sti nei lo­ro de­li­ri sul Web pro­cla­ma­no di ave­re nel mi­ri­no l’Ita­lia. Noi come la Spa­gna e la Fran­cia, l’In­ghil­ter­ra e il Bel­gio. Ci pro­teg­gia­mo come pos­sia­mo, con mas­sic­ce bar­rie­re di ce­men­to per chiu­de­re le stra­de ai fur­go­ni kil­ler e con mi­li­ta­ri e po­li­ziot­ti ap­po­sta­ti là do­ve più si pen­sa po­treb­be­ro col­pi­re. Ma è so­prat­tut­to il la­vo­ro dell’in­tel­li­gen­ce a cer­ca­re di ga­ran­ti­re un po’ di si­cu­rez­za là do­ve la si­cu­rez­za as­so­lu­ta è im­pos­si­bi­le. In­tel­li­gen­ce si­gni­fi­ca ac­qui­si­zio­ne di in­for­ma­zio­ni, con­trol­lo di sog­get­ti so­spet­ta­ti di ra­di­ca­liz­za­zio­ne, mo­ni­to­rag­gio del­le mo­schee, uf­fi­cia­li e non, in­fil­tra­zio­ne di agen­ti all’in­ter­no del­le co­mu­ni­tà isla­mi­che. Non ba­sta, cer­to. Per­ché i mor­ti di Bar­cel­lo­na in­se­gna­no che ci so­no sog­get­ti che sfug­go­no ai con­trol­li e ai so­spet­ti. Chi mai avreb­be po­tu­to pen­sa­re a un grup­po di ra­gaz­zi come spie­ta­ti ter­ro­ri­sti? Ep­pu­re quei ra­gaz­zi co­strui­va­no bom­be e pro­get­ta­va­no ad­di­rit­tu­ra di far sal­ta­re la Sa­gra­da Fa­mi­lia, sim­bo­lo di Bar­cel­lo­na, del­la Spa­gna, d’Eu­ro­pa: un luo­go do­ve ogni an­no pas­sa­no tre milioni e mez­zo di per­so­ne, di ogni na­zio­na­li­tà (il 10 per cen­to so­no ita­lia­ni) e che in un gior­no è ca­pa­ce di ac­co­glie­re fi­no a 50 mi­la per­so­ne.

I 12 ter­ro­ri­sti vi­ve­va­no a Ri­poll, 11 mi­la abi­tan­ti, 110 chi­lo­me­tri a nord di Bar­cel­lo- na. Uno di lo­ro, ora nel­le ma­ni del­la po­li­zia ca­ta­la­na, sta par­lan­do. Rac­con­ta del ruo­lo di Ab­del­ba­ki el Sat­ty, l’imam di 40 anni che sa­reb­be sta­to l’ideo­lo­go del grup­po. Il giovane che sta par­lan­do si chia­ma Mo­ha­med Hou­li Chem­lal, ha 21 anni. Ha spie­ga­to agli in­ve­sti­ga­to­ri che co­sa è ac­ca­du­to il 16 ago­sto, la se­ra pri­ma del­la stra­ge del­la Rambla, quan­do nell’ap­par­ta­men­to di Al­ca­nar, do­ve quat­tro del grup­po sta­va­no con­fe­zio­nan­do le bom­be mi­ci­dia­li da far esplo­de­re il gior­no se­guen­te, qual­co­sa è an­da­to stor­to: l’ap­par­ta­men­to è sal­ta­to in aria. Chem­lal è sopravvissuto e ha spie­ga­to a chi lo in­ter­ro­ga­va che tra i re­sti di­la­nia­ti e car­bo­niz­za­ti ri­tro­va­ti nel­la ca­sa c’era­no an­che quel­li dell’imam el Sat­ty. È fi­ni­to in car­ce­re in­ve­ce Sa­hl el Ka­rib, 34 anni, ti­to­la­re di un call cen­ter a Ri­poll: era lui pro­ba­bil­men­te il co­lon­nel­lo del grup­po, lo stra­te­ga mi­li­ta­re. Dopo l’esplo­sio­ne ad Al­ca­nar i pia­ni dei ter­ro­ri­sti so­no cam­bia­ti in fret­ta: You­nes Abouyaa­qoub si è di­ret­to ver­so Bar­cel­lo­na, obiet­ti­vo la Rambla. Al­tri cin­que ter­ro­ri­sti, a bor­do un’au­to, so­no an­da­ti a Cam­brils, sul lun­go­ma­re, ar­ma­ti di col­tel­li. Sce­si dal­la lo­ro au­to han­no ac­col­tel­la­to una donna pri­ma di es­se­re in­ter­cet­ta­ti da un po­li­ziot­to che li ha ab­bat­tu­ti a col­pi di pi­sto­la. Ave­va­no fin­te cin­tu­re esplo­si­ve le­ga­te in vi­ta.

Non era­no fin­te in­ve­ce le 120 bom­bo­le di bu­ta­no e le trac­ce di Ttap (pe­ros­si­do di ace­to­ne), l’esplo­si­vo che i ter­ro­ri­sti isla­mi­ci chia­ma­no ”Ma­dre di Sa­ta­na”, rin­ve­nu­te nel­la ba­se di Al­ca­nar. Il Ttap è bian­co, sem­bra zuc­che­ro, si fab­bri­ca con pro­dot­ti chi­mi­ci fa­cil­men­te re­pe­ri­bi­li come l’ace­to­ne per le un­ghie. Trac­ce di Ttap so­no sta­te tro­va­te dopo gli at­ten­ta­ti di Lon­dra del 2005 e di Bo­ston del 2013. È la fir­ma dei ter­ro­ri­sti che si ri­chia­ma­no all’Isis. Con il Ttap e con le bom­bo­le di bu­ta­no il grup­po di Ri­poll vo­le­va ab­bat­te­re la Sa­gra­da Fa­mi­lia. Se­con­do il racconto di Chem­lal, avreb­be do­vu­to es­se­re pro­prio l’imam el Sat­ty a far­si sal­ta­re in aria da­van­ti al­la cat­te­dra­le. «In real­tà è ve­ro che il Ttap non è com­pli­ca­to da pre­pa­ra­re, ma bi­so­gna sa­per­lo fa­re», spie­ga Gia­nan­drea Ga­ia­ni, di­ret­to­re di Ana­li­si­stra­te­gi­ca.it, «qual­cu­no, a que­sti ter­ro­ri­sti ra­gaz­zi­ni, de­ve aver­lo in­se­gna­to. E que­sto qual­cu­no pro­ba­bil­men­te a sua vol­ta l’ha im­pa­ra­to in Si­ria, o in Iraq. Vo­ler pre­pa­ra­re bom­be de­va­stan­ti con bom­bo­le di gas e Ttap de­no­ta co­mun­que un cer­to gra­do di spe­cia­liz­za­zio­ne». Si par­la di lu­pi so­li­ta­ri, di ter­ro­ri­sti im­prov­vi­sa­ti ma for­se non è dav­ve­ro co­sì. «L’Isis», con­ti­nua Ga­ia­ni, «uti­liz­za i sol­da­ti che ha a di­spo­si­zio­ne. Do­ve ha quel­li più esperti li fa agi­re, al­tri­men­ti si ser­ve di ma­no­va­lan­za più acer­ba. Sa­reb­be come di­re che un eser­ci­to che si ser­ve di pic­co­li re­par­ti non è più un eser­ci­to».

L’obiet­ti­vo è se­mi­na­re il ter­ro­re. Ci stan­no riu­scen­do, in tut­to il mon­do, an­che in Ita­lia. «Il no­stro Pae­se non è esen­te», con­clu­de Ga­ia­ni, «cel­lu­le di ter­ro­ri­sti so­no sta­te sman­tel­la­te, jihadisti in­di­vi­dua­ti so­no sta­ti espul­si. E ne­gli at­ten­ta­ti in tut­to il mon­do so­no mor­ti 29 ita­lia­ni». Car­men Lo­par­do, Lu­ca Rus­so e Bru­no Gu­lot­ta era­no sul­la Rambla: so­no gli ul­ti­mi di un lun­go elen­co di mar­ti­ri.

SO­NO 29 GLI ITA­LIA­NI MOR­TI NE­GLI ATTACCHI JIHADISTI NEL MON­DO

IL CAPOLAVORO INCOMPIUTO Bar­cel­lo­na (Spa­gna). La Sa­gra­da Fa­mi­lia, capolavoro dell’ar­chi­tet­to An­to­ni Gau­dí (1852-1926), mas­si­mo espo­nen­te del mo­der­ni­smo ca­ta­la­no. La ba­si­li­ca, il mo­nu­men­to più vi­si­ta­to del Pae­se, è tut­to­ra in­com­piu­ta: si pen­sa che i la­vo­ri fi­ni­ran­no nel 2026.

LA CIT­TÀ HA REAGITO CON CO­RAG­GIO Pre­ghie­re in­tor­no a un tappeto di fio­ri, il gior­no dopo la stra­ge, il 18 ago­sto, nel pun­to del­la Rambla do­ve You­nes Abouyaa­qoub ha ab­ban­do­na­to il fur­go­ne con il qua­le ave­va tra­vol­to de­ci­ne di pas­san­ti, uc­ci­den­do­ne 14.

LA RE­GI­NA È COR­SA A CONFORTARE I FE­RI­TI Le­ti­zia di Spa­gna, 44 anni, ac­ca­rez­za un bam­bi­no du­ran­te la vi­si­ta ai fe­ri­ti (un cen­ti­na­io) dell’at­ten­ta­to. Di spal­le, ac­can­to a un al­tro let­to, il ma­ri­to, re Filippo VI, 49.

IL “PENTITO” Mo­ha­med Hou­li Chem­lal, 21 anni: sta col­la­bo­ran­do con la po­li­zia ca­ta­la­na.

POTENZIALE MICIDIALE Al­ca­nar (Spa­gna). Le 120 bom­bo­le di bu­ta­no ri­tro­va­te nel co­vo do­ve i ter­ro­ri­sti sta­va­no pre­pa­ran­do l’at­ten­ta­to al­la Sa­gra­da Fa­mi­lia. Sot­to, la pa­laz­zi­na in par­te sven­tra­ta dall’esplo­sio­ne.

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