SAN­GUE , SAN­GUE E LUI SPARAVA

QUE­STE IM­MA­GI­NI CI LA­SCIA­NO SGOMENTI. SUL­LA FOL­LA FE­LI­CE DI UN CON­CER­TO, UN RAGIONIERE TI­MI­DO E RIC­CO, OS­SES­SIO­NA­TO DAL GIO­CO D’AZ­ZAR­DO, HA FAT­TO PIOVERE MI­GLIA­IA DI PRO­IET­TI­LI. PER­CHÉ? FOR­SE NON LO SA­PRE­MO MAI

GENTE - - INCHIESTA - di Ste­fa­no Naz­zi

Sta­ti ar­ma­ti d’Ame­ri­ca, do­ve per am­maz­za­re 59 per­so­ne e fe­rir­ne 527 non ser­ve nem­me­no lo strac­cio di una li­cen­za. So­no ba­sta­ti po­chi mi­nu­ti a Ste­phen Pad­dock per por­ta­re a ter­mi­ne la spa­ra­to­ria più san­gui­no­sa nel­la mo­der­na sto­ria de­gli Sta­ti Uni­ti. No­ve se­con­di di col­pi inin­ter­rot­ti spa­ra­ti con un’ar­ma che ne può sca­ri­ca­re 700 al mi­nu­to. Una bre­ve pau­sa, poi di nuo­vo. E do­po an­co­ra, al­tre raf­fi­che. Sem­bra­no pe­tar­di all’inizio, è sem­pre co­sì. Poi ar­ri­va il san­gue, e le ur­la, il pa­ni­co, la cac­cia a un ri­pa­ro qual­sia­si, il di­spe­ra­to istin­to di so­prav­vi­ven­za. È fa­ci­le uc­ci­de­re spa­ran­do co­mo­da­men­te ap­po­sta­ti a una fi­ne­stra e pun­tan­do nel muc­chio, in una ma­rea uma­na di 24 mi­la per­so­ne che so­no lì ad ascol­ta­re mu­si­ca, a can­ta­re e a bal­la­re e tut­to si aspet­ta­no in una se­ra co­sì tran­ne che un paz­zo, un ma­le­det­to car­ne­fi­ce senz’ani­ma, si met­ta a mi­ra­re e a far fuo­co per am­maz­za­re più gen­te pos­si­bi­le. Las Ve­gas, la cit­tà del di­ver­ti­men­to, o del pec­ca­to se­con­do i pun­ti di vi­sta, ades­so è la cit­tà del­la mor­te. Il pri­mo col­po è par­ti­to esat­ta­men­te al­le 22.08, do­me­ni­ca 1 ot­to­bre, dal tren­ta­due­si­mo pia­no del Man­da­lay Bay Re­sort & Ca­si­nò su Las Ve­gas bou­le­vard. Po­co lon­ta­no ci so­no il Lu­xor, il Tro­pi­ca­na, l’Ex­ca­li­bur, al­ber­ghi e ca­si­nò che han­no fat­to la sto­ria del­la cit­tà nel de­ser­to. Do­po il pri­mo col­po ne so­no ar­ri­va­ti al­tri, a cen­ti­na­ia. L’o-

biet­ti­vo era 400 me­tri cir­ca più sot­to, il par­cheg­gio del Las Ve­gas Vil­la­ge do­ve 24 mi­la per­so­ne si era­no ra­du­na­te per il Fe­sti­val di mu­si­ca coun­try Rou­te 91 Har­ve­st. È il sound più le­ga­to al­le ra­di­ci dei bian­chi ame­ri­ca­ni, la mu­si­ca del We­st, del­le pra­te­rie, del ba­n­jo e del vio­li­no, di Jon­ny Ca­sh, Dol­ly Par­ton, Kris Kri­stof­fer­son. Sta­va suo­nan­do Ja­son Al­dean al­le 22.08, nei vi­deo im­pres­si su­gli smart­pho­ne di chi si è sal­va­to si sen­to­no i col­pi che si so­vrap­pon­go­no al­la mu­si­ca, per al­cu­ni se­con­di il can­tan­te va avan­ti guar­dan­do­si at­tor­no poi ca­pi­sce e scap­pa. Ci pro­va­no an­che gli spet­ta­to­ri più vi­ci­ni a lui, i pri­mi col­pi ar­ri­va­no pro­prio sot­to la tet­to­ia del pal­co. È una car­ne­fi­ci­na, al­la fi­ne per ter­ra, nel san­gue, re­ste­ran­no i cor­pi di 59 per­so­ne. Tan­ti in­dos­sa­no gli sti­va­li, qual­cu­no ha il cap­pel­lo da co­w­boy ro­to­la­to po­co lon­ta­no, sim­bo­li d’ap­par­te­nen­za di un’Ame­ri­ca che si guar­da at­tor­no sot­to choc. Al tren­ta­due­si­mo pia­no del­la strut­tu­ra a li­bro del Man­da­lay Bay c’è il ses­san­te­si­mo cor­po di que­sta mat­tan­za. È quel­lo di Ste­phen Pad­dock, 64 an­ni, si è sui­ci­da­to pri­ma dei es­se­re cat­tu­ra­to. Ex ven­di­to­re di au­to, ex con­ta­bi­le, pen­sio­na­to, pro­prie­ta­rio e am­mi­ni­stra­to­re di ca­se, bianco an­che lui e an­che lui aman­te del­la mu­si­ca coun­try, da que­ste par­ti era di ca­sa, ama­va gio­ca­re al ca­si­nò, ado­ra­va il po­ker. «Dev’es­se­re usci­to di te­sta», ha det­to il fra­tel­lo Eric, co­me se fos­se suf­fi­cien­te a spie­ga­re. Ste­phen Pad­dock vi­ve­va a Me­squi­to, un’ora di au­to da Las Ve­gas, in un quar­tie­re-vil­lag­gio ri­ser­va­to ai pen­sio­na­ti. An­da­va a pe­sca ma so­prat­tut­to a cac­cia, di­co­no i vi­ci­ni. E ama­va gli ae­ro­pla­ni, con­ser­va­va ge­lo­sa­men­te il suo bre­vet­to di vo­lo. Il fra­tel­lo Eric di­ce che l’ul­ti­ma vol­ta che ha avu­to sue no­ti­zie è sta­to un me­se fa quan­do Ste­phen gli ha chie­sto, via sms, se in fa­mi­glia sta­va­no tut­ti be­ne do­po l’ura­ga­no, lo­ro che vi­vo­no in Flo­ri­da: “E mam­ma, ha su­pe­ra­to lo stress?”, ha scrit­to. Poi più nien­te. Ma d’al­tra par­te Ste­phen non era uno che si fa­ces­se vi­vo spes­so. «Uno nor­ma­le», di­ce ades­so il fra­tel­lo. «Uno nor­ma­le», con­fer­ma­no i vi­ci­ni. Con la sua don­na, spie­ga­no, spa­ri­va spes­so, per set­ti­ma­ne. An­da­va­no a gio­ca­re. Lei, Ma­ri­lou Dan­ley, au­stra­lia­na di ori­gi­ne fi­lip­pi­na, il gior­no del­la stra­ge era all’este­ro, è tor­na­ta pre­ci­pi­to­sa­men­te ne­gli Sta­ti Uni­ti per es­se­re in­ter­ro­ga­ta. La po­li­zia in­tan­to ha par­la­to con la pri­ma mo­glie dell’uo­mo: «Uno nor­ma­le», ha det­to. An­che lei. L’uo­mo nor­ma­le pe­rò ave­va 42 ar­mi da fuo­co, tra pistole e fu­ci­li, 23 se le era por­ta­te nel­la ca­me­ra d’al­ber­go, le al­tre so­no sta­te tro­va­te a ca­sa. Per tra­spor­ta­re le ar­mi al Man­da­lay ha usa­to die­ci bor­so­ni. C’era­no i fu­ci­li e le mu­ni­zio­ni, due fu­ci­li ave­va­no mi­ri­ni su­per­tec­no­lo­gi­ci e tre­pie­di. Die­ci gran­di bor­se col­me di mor­te tra­spor­ta­te dall’au­to all’in­gres­so dell’al­ber­go e poi in ascen­so­re per 32 pia­ni. Era lì dal 28 set­tem­bre, il “nor­ma­le” Ste­phen Pad­dock, con il suo ar­se­na­le ad aspet­ta­re di uc­ci­de­re. Pri­ma era pas­sa­to in ban­ca, ave­va fat­to un bo­ni­fi­co di 100 mi­la eu­ro di­ret­to nel­le Fi­lip­pi­ne, for­se a Ma­ri­lou. Po­chi gior­ni pri­ma l’uo­mo ave­va per­so per l’en­ne­si­ma vol­ta al ca­si­nò: 160 mi­la dol­la­ri, di­co­no. Nel­la stan­za 315 Pad­dock ha aper­to due var­chi in due fi­ne­stre e poi ha ini­zia­to a spa­ra­re, al­ter­nan­do due fu­ci­li. Per­ché era lì da tre gior­ni? E per­ché quell’obiet­ti­vo? Di si­cu­ro c’è che vo­le­va uc­ci­de­re quan­te più per­so­ne pos­si­bi­le. Lo pro­ve­reb­be il

bump stock, un ac­ces­so­rio che ser­ve ad ac­ce­le­ra­re i col­pi di ar­ma da fuo­co. Ma qual è il mo­ven­te, se esi­ste? Pad­dock non era re­li­gio­so, non ave­va ap­par­te­nen­ze po­li­ti­che, non era co­no­sciu­to al­le for­ze dell’or­di­ne, non era nem­me­no so­cial: nes­sun ac­count né su Fa­ce­book né su In­sta­gram. Il si­gnor nes­su­no, l’han­no chia­ma­to. Uni­ca no­ta di ri­lie­vo: il pa­dre, Be­n­ja­min Ho­skins Pad­dock, ra­pi­na­to­re se­ria­le di ban­che, che è sta­to per an­ni nel­la li­sta dei più ri­cer­ca­ti dall’Fbi do­po es­se­re fug­gi­to da un car­ce­re fe­de­ra­le del Te­xas do­ve sta­va scon­tan­do una con­dan­na di ven­ti an­ni. L’uo­mo era sta­to dia­gno­sti­ca­to co­me uno “psi­co­pa­ti­co” con “ten­den­ze sui­ci­de”. Ma col pa­dre Ste­phen ha avu­to mol­to po­co a che fa­re. E al­lo­ra si tor­na sem­pre al pun­to di par­ten­za, al­la pri­ma do­man­da: per­ché? L’Isis, o qual­cu­no che si spac­cia per sol­da­to dell’Isis, il Ca­lif­fa­to isla­mi­co, ha pron­ta­men­te ri­ven­di­ca­to la stra­ge. Ma l’Fbi dà po­co cre­di­to al­la ri­ven­di­ca­zio­ne. Con ogni pro­ba­bi­li­tà que­sta è una stra­ge tut­ta in­ter­na agli Sta­ti Uni­ti. Atro­ce nel­la sua man­can­za di sen­so. L’uni­co mo­do per pro­va­re a ca­pir­ci qual­co­sa è se­gui­re i da­ti, leg­ge­re le ci­fre. Ot­tan­tot­to ar­mi ogni 100 abi­tan­ti: gli Sta­ti Uni­ti so­no an­che que­sto. Ne­gli ul­ti­mi 1.735 gior­ni ci so­no sta­te 1.561 spa­ra­to­rie. Epi­so­di si­mi­li a quel­lo di Las Ve­gas ac­ca­do­no in mi­su­ra 11 vol­te su­pe­rio­re ri­spet­to a qual­sia­si al­tro Pae­se svi­lup­pa­to. Per gli ame­ri­ca­ni le pro­ba­bi­li­tà di mo­ri­re a cau­sa di un con­flit­to a fuo­co so­no 25 vol­te su­pe­rio­ri ri­spet­to agli al­tri Pae­si svi­lup­pa­ti. Ogni an­no 100 mi­la don­ne, uo­mi­ni o bam­bi­ni so­no fe­ri­ti, 30 mi­la per­so­ne ven­go­no uc­ci­se da ar­mi da fuo­co. Il pre­si­den­te Trump ha det­to: «Il kil­ler è un fol­le, mol­to ma­la­to». E sul­le ar­mi: «Non è il mo­men­to ora di par­lar­ne. Ci sa­rà tem­po». For­se al­la pros­si­ma stra­ge di un “un uo­mo nor­ma­le”.

PAD­DOCK, TRA PISTOLE E FU­CI­LI, AVE­VA 23 AR­MI DA FUO­CO

LE UL­TI­ME NO­TE, GLI UL­TI­MI RESPIRI Las Ve­gas (Sta­ti Uni­ti). La tem­pe­sta di fuo­co è ap­pe­na ces­sa­ta. Sul pra­to, vi­ci­no al pal­co do­ve si sta­va esi­ben­do il can­tan­te coun­try Ja­son Al­dean, giac­cio­no i cor­pi sen­za vi­ta, co­spar­si di san­gue, di due ra­gaz­ze e di un uo­mo. Le vit­ti­me so­no sta­te 59.

SOC­COR­SI DI­SPE­RA­TI So­no i mo­men­ti più tra­gi­ci, la spa­ra­to­ria è an­co­ra in cor­so, gli spet­ta­to­ri per sfug­gi­re ai col­pi cer­ca­no ri­pa­ro, si sdra­ia­no. A sinistra, un ra­gaz­zo pro­teg­ge con il suo cor­po una gio­va­ne fe­ri­ta.

LO SGUAR­DO DEL­LA MALVAGITÀ Le due fi­ne­stre rot­te, all’estre­ma de­stra e all’estre­ma sinistra, del­la ca­me­ra 315 al tren­ta­due­si­mo pia­no del Man­da­lay ho­tel da cui so­no sta­te spa­ra­te le cen­ti­na­ia di raf­fi­che che han­no pro­vo­ca­to la stra­ge. A de­stra, Ste­phen Pad­dock, 62, in un’im­ma­gi­ne di una de­ci­na d’an­ni fa. L’uo­mo abi­ta­va a Me­squi­to, a cir­ca un’ora di au­to da Las Ve­gas. Era giun­to all’al­ber­go il 28 set­tem­bre por­tan­do die­ci bor­se ca­ri­che di ar­mi.

ADES­SO SEM­BRA TUT­TO IR­REA­LE Il na­stro gial­lo ste­so dal­la po­li­zia di Las Ve­gas de­li­mi­ta la sce­na del cri­mi­ne. Sul­lo sfon­do si sta­glia l’in­con­fon­di­bi­le strut­tu­ra a li­bro del Man­da­lay ho­tel.

LA PO­LI­ZIA CER­CA RI­SPO­STE DA LO­RO Ma­ri­lou Dan­ley, 62 an­ni, la don­na, au­stra­lia­na di ori­gi­ni fi­lip­pi­ne che vi­ve­va con Ste­phen Pad­dock. Nel gior­no del­la stra­ge si tro­va­va nel­le Fi­lip­pi­ne. Pri­ma di en­tra­re al Man­da­lay ho­tel, il 28 set­tem­bre, il kil­ler ha ef­fet­tua­to in ban­ca un bo­ni­fi­co di 100 mi­la dol­la­ri di­ret­to pro­prio nel Pae­se asia­ti­co. Sot­to, Eric Pad­dock, fra­tel­lo del kil­ler: «Non lo ve­de­vo mai», ha det­to, «l’ul­ti­ma vol­ta che ho avu­to sue no­ti­zie è sta­to un me­se fa. Vo­le­va sa­pe­re se no­stra ma­dre, che vi­ve co­me me in Flo­ri­da, fos­se usci­ta in­den­ne dal­la fu­ria dell’ura­ga­no Har­vey che ha col­pi­to lo Sta­to». Del fra­tel­lo di­ce: «Era uno nor­ma­le, de­ve es­se­re usci­to di te­sta».

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