Non la­scia­te de­ci­de­re gli al­tri se po­te­te far­lo voi stes­si

Spes­so qual­cu­no si of­fre di com­pie­re qual­co­sa “per il vo­stro be­ne”. Ac­ca­de so­prat­tut­to in fa­mi­glia, ma non so­lo. A vol­te è co­mo­do ac­cet­ta­re, ma è sem­pre me­glio af­fron­ta­re la scel­ta in pri­ma per­so­na

GENTE - - Salute -

Lo fac­cio per il tuo be­ne» è l’ac­cat­ti­van­te, in­si­dio­sa for­mu­let­ta che do­vreb­be, ogni vol­ta che la si ascol­ta, far scat­ta­re den­tro di noi una sor­ta di al­lar­me. Ci vor­reb­be un so­fi­sti­ca­to con­ge­gno an­ti­fur­to per di­fen­der­ci dal­le ge­ne­ro­se so­vrab­bon­dan­ze di chi, non ri­chie­sto, si im­pe­gna a no­stro fa­vo­re. Qua­si sem­pre in­fat­ti chi pro­nun­cia que­ste pa­ro­le sta cer­can­do, sia pu­re con le mi­glio­ri in­ten­zio­ni, di in­fluen­za­re le no­stre scel­te e in so­stan­za di de­ci­de­re per noi ciò che è o non è giu­sto. Tut­ti ab­bia­mo pa­ti­to, in for­me più o me­no gra­vi, in­va­den­ze e so­pru­si in no­me dell’amo­re. Al­lo stes­so tem­po tut­ti fac­cia­mo par­te di un eser­ci­to di ze­lan­ti, af­fet­tuo­si be­ne­fat­to­ri, pron­ti ad agi­re per il van­tag­gio de­gli al­tri in ve­ste di ami­ci, ge­ni­to­ri, in­na­mo­ra­ti o mae­stri. Que­sta ge­ne­ra­le pre­di­spo­si­zio­ne al be­nes­se­re al­trui sa­reb­be di per sé co­sa buo­na e giu­sta. So­lo che a vol­te, men­tre ci “sa­cri­fi­chia­mo” per gli al­tri, di­men­ti­chia­mo di do­man­da­re il lo­ro pa­re­re o di ri­spet­tar­ne le esi­gen­ze: in al­tri ter­mi­ni, te­nia­mo con­to so­lo del­le no­stre con­vin­zio­ni. Ed è pro­prio per que­sto che, nel­la mag­gior par­te dei ca­si, quel be­ne che ri­te­nia­mo di fa­re non ci rie­sce co­me do­vreb­be. Il ter­re­no emo­ti­vo sul qua­le è fa­ci­le - fa­ta­le per­si­no - com­met­te­re er­ro­ri a fin di be­ne è quel­lo dei rap­por­ti fa­mi­lia­ri. La fa­mi­glia, tea­tro na­tu­ra­le del­le emo­zio­ni più for­ti e più im­por­tan­ti, è an­che il luo­go in cui ogni gior­no si de­ve af­fron­ta­re e ri­sol­ve­re il pro­ble­ma dell’am­bi­guo equi­li­brio tra au­to­no­mia e di­pen­den­za. È fa­ci­lis­si­mo spin­ger­si ol­tre il le­ci­to. A vol­te ciò ac­ca­de in­con­sa­pe­vol­men­te, men­tre in al­tri ca­si più gra­vi il de­si­de­rio di do- mi­na­re è lu­ci­do e vo­lu­to. Per com­pren­de­re se l’af­fet­to che gli al­tri ci of­fro­no è di buo­na qua­li­tà, bi­so­gne­reb­be ave­re le idee chia­re su ciò che è ve­ra­men­te adat­to a noi, ma que­sto, a di­spet­to del­le ap­pa­ren­ze, non è af­fat­to fa­ci­le da sta­bi­li­re. A vol­te, pro­prio per non ap­pro­fon­di­re dif­fi­ci­li in­da­gi­ni su se stes­si, si ac­cet­ta­no pas­si­va­men­te le in­tru­sio­ni o i com­pro­mes­si. Spes­so per una sor­ta di in­do­len­za ci af­fi­dia­mo pi­gra­men­te a chi si of­fre di sce­glie­re al no­stro po­sto. Può es­se­re mol­to co­mo­do de­man­da­re agli al­tri e sci­vo­la­re in una for­ma di di­pen­den­za che ci af­fran­chi dal­la re­spon­sa­bi­li­tà di pren­de­re ini­zia­ti­ve. Ma è sem­pre me­glio, an­che se più dif­fi­ci­le, pen­sa­re al pro­prio be­ne in pri­ma per­so­na, sma­sche­ran­do gli in­gan­ni che abi­tual­men­te ri­ser­via­mo a noi stes­si e agli al­tri. Al­me­no quel­li di cui riu­scia­mo a es­se­re con­sa­pe­vo­li.

GIAN­NA SCHELOTTO

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