Can­tar­gli la nin­na nan­na lo fa­rà cre­sce­re più si­cu­ro

Nuo­vi stu­di scien­ti­fi­ci spie­ga­no che a so­li cin­que me­si un bim­bo è in gra­do di di­stin­gue­re la can­zo­ne che la mam­ma sce­glie per far­lo ad­dor­men­ta­re. Un’usan­za mil­le­na­ria che au­men­ta l’au­to­sti­ma

GENTE - - Salute -

U n bam­bi­no che sci­vo­la dol­ce­men­te nel son­no, ac­com­pa­gna­to da una vo­ce che can­ta, è un’im­ma­gi­ne di as­so­lu­ta bea­ti­tu­di­ne. Dif­fi­ci­le tro­va­re una sug­ge­stio­ne al­tret­tan­to te­ne­ra e com­mo­ven­te nell’al­bum del­le me­mo­rie per­so­na­li o col­let­ti­ve. Da tem­pi im­me­mo­ra­bi­li le mam­me, o chi per lo­ro, can­ta­no ai pic­co­li ne­nie che scel­go­no da un per­so­na­le re­per­to­rio di ri­cor­di o di emo­zio­ni. Non è ra­ro che le pa­ro­le evo­chi­no, in con­tra­sto con la dol­cez­za dei suo­ni, mi­nac­cio­si scenari di or­chi o di lu­pi, co- me se gli adul­ti vo­les­se­ro esor­ciz­za­re tut­ti i pos­si­bi­li ag­gua­ti che la vi­ta po­treb­be ri­ser­va­re al be­bè. Un’usan­za che si per­de nel­la not­te dei tem­pi: la tra­di­zio­ne ora­le ha por­ta­to fi­no a noi ne­nie vec­chie di mil­len­ni. Ma per­ché oc­cu­par­si og­gi del­le nin­ne nan­ne, ar­go­men­to già no­to a tut­ti sia per sa­pien­za sia per di­ret­ta espe­rien­za? Per­ché re­cen­ti ri­cer­che han­no ri­por­ta­to l’at­ten­zio­ne su que­sto ri­to tra­sfor­man­do­lo da te­ne­ro at­to d’amo­re in in­con­scio eser­ci­zio di so­cia­liz­za­zio­ne. Lo stu­dio­so ame­ri­ca­no Sa­muel Mehr si oc- cu­pa di mu­si­ca da mol­to tem­po. «Che cos’è la mu­si­ca, co­me fun­zio­na e per­ché esi­ste?», so­no le do­man­de che han­no mos­so il suo in­te­res­se e che lo han­no por­ta­to a oc­cu­par­si dei pri­mis­si­mi ap­proc­ci dei bam­bi­ni con le can­zo­ni del­la mam­ma. Una par­te del­le sue ri­cer­che, pub­bli­ca­ta dal New York Ti­mes, ri­par­te da co­no­scen­ze che era­no già em­pi­ri­ca­men­te no­te, e le rin­for­za con i ri­sul­ta­ti di espe­ri­men­ti di­ret­ti. Un bam­bi­no può ri­co­no­sce­re, an­che a di­stan­za di mol­to tem­po, una ne­nia che gli sia sta­ta can­ta­ta an­che so­lo per qual­che gior­no all’età di cin­que me­si. La ca­pa­ci­tà di di­stin­gue­re una can­zo­ne “di ca­sa” non lo fa so­lo ad­dor­men­ta­re, ma il pic­co­lo usa quei suo­ni co­me ele­men­ti di ras­si­cu­ra­zio­ne: la pau­ra dell’estra­neo, per esem­pio, si at­te­nua se lo sco­no­sciu­to evo­ca, can­tan­do, suo­ni che al pic­co­lo ri­sul­ta­no fa­mi­lia­ri. For­se per­ché fa par­te del­le no­stal­gie che tut­ti cu­sto­dia­mo nell’in­con­scio, la nin­na-nan­na con­ti­nua a es­se­re og­get­to di stu­di e al­lo stes­so tem­po re­sta un mo­men­to pri­vi­le­gia­to del­la co­mu­ni­ca­zio­ne tra il mon­do adul­to e il mon­do bam­bi­no. Ad­dor­men­tar­si con il can­to di chi si ama for­ni­sce ai pic­co­li una sor­ta di map­pa vo­ca­le per orien­tar­si nel mon­do dei so­gni, ma, a giu­di­ca­re da­gli stu­di più re­cen­ti, sem­bra che quel­la map­pa pos­sa tor­na­re uti­le an­che per muo­ve­re pas­si più si­cu­ri nel mon­do rea­le.

GIANNA SCHELOTTO

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