Vi­ni­cio Marchioni. Borgata blues

«So­no na­to e cre­sciu­to in periferia e ho scel­to di con­ti­nua­re ad abi­tar­ci, per­ché è qui che vi­ve la mag­gio­ran­za del­le per­so­ne», spie­ga l’ex Fred­do di Ro­man­zo cri­mi­na­le, che tor­na con un nuo­vo film in un ruo­lo tut­to mu­sco­li e co­cai­na. Sul­lo sfon­do di una R

GIOIA - - Sommario -

Nel 1961, pro­prio qui do­ve sie­de Vi­ni­cio Mar

chio­ni, c’era Pier­pao­lo Pa­so­li­ni. Sia­mo a Ro­ma, quar­tie­re Pi­gne­to, a po­chi me­tri dal­la stra­da in cui il re­gi­sta friu­la­no e il suo gio­va­ne as­si­sten­te Ber­nar­do Ber­to­luc­ci, gi­ra­ro­no al­cu­ne sce­ne sim­bo­lo di Ac­cat­to­ne. Cer­to, era­no al­tri tem­pi. Il bar do­ve ci tro­via­mo adesso era po­co più di una ba­rac­ca, tra i sam­pie­tri­ni cre­sce­va­no er­bac­ce e ci­co­ria, il chi­not­to era uno sfi­zio pro­le­ta­rio, non un drink hip­ster da ser­vi­re col li­me. Ep­pu­re non è un ca­so che Vi­ni­cio Marchioni – a Ro­ma, per tut­ti, è an­co­ra il Fred­do di Ro­man­zo cri­mi­na­le – ab­bia vo­lu­to in­con­trar­ci qui, nel­la periferia più gen­tri­fi­ca­ta del­la Ca­pi­ta­le, per par­la­re del “ra­gaz­zo di vi­ta” che in­ter­pre­ta nel Con­ta­gio: il film di Mat­teo Bo­tru­gno e Da­nie­le Co­luc­ci­ni pre­sen­ta­to al­la Mo­stra di Ve­ne­zia per le Gior­na­te de­gli au­to­ri, trat­to dall’omo­ni­mo ro­man­zo di Wal­ter Si­ti (Mon­da­do­ri), nel­le sa­le dal 5 ot­to­bre.

Chi è Mar­cel­lo, il suo per­so­nag­gio? È una spe­cie di escort, l’aman­te di un pro­fes­so­re. È sposato ma ha una doppia vi­ta, an­zi for­se non ne ha nem­me­no

una. La mat­ti­na va in palestra, poi ri­me­dia un gram­mo di co­ca, se ne va al bar, va a fa­re una mar­chet­ta per pa­gar­se­la e se ne tor­na a ca­sa, per chiu­der­ci­si den­tro per gior­ni. Il film è am­bien­ta­to in periferia. È una real­tà che co­no­sce be­ne? Be­nis­si­mo: io non so­lo ci so­no na­to e cre­sciu­to, ma ho scel­to di con­ti­nua­re ad abi­tar­ci. Non riu­sci­rei a im­ma­gi­nar­mi al­tro­ve. Mi dà la sen­sa­zio­ne di vivere là do­ve vi­ve la mag­gio­ran­za del­le per­so­ne. Do­ve vi­ve il pub­bli­co. Pe­rò ha aper­to un ri­sto­ran­te in cen­tro. Se ne oc­cu­pa mio fra­tel­lo. Io va­do a far­ci del­le let­tu­re il lu­ne­dì se­ra: è il mio mo­do per co­strui­re un con­tat­to di­ret­to con il pub­bli­co. Il con­ta­gio dà di Ro­ma un’im­ma­gi­ne spie­ta­ta. E la cit­tà è an­che peg­gio. Ul­ti­ma­men­te mi ca­pi­ta di leg­ge­re sce­neg­gia­tu­re di gio­va­ni au­to­ri che rac­con­ta­no storie ter­ri­bi­li su questa cit­tà. Storie cru­de­li e vio­len­tis­si­me. Al­cu­ni suoi col­le­ghi si im­pe­gna­no in po­li­ti­ca. Lei? Non mi in­te­res­sa. Uma­na­men­te non so­no por­ta­to per quel che An­dreot­ti chia­ma­va l’arte del com­pro­mes­so.

Era Mas­si­mo D’Ale­ma in 1993, la se­rie tv in cui re­ci­ta­va Do­me­ni­co Die­le, re­cen­te­men­te ar­re­sta­to per ave­re in­ve­sti­to e uc­ci­so una don­na men­tre gui­da­va sot­to l’ef­fet­to di stu­pe­fa­cen­ti. Ra­ris­si­mi i com­men­ti. Il gior­no in cui si è dif­fu­sa la no­ti­zia c’è sta­to un si­len­zio as­sor­dan­te. Io cre­do che ognu­no di noi, e non mi ri­fe­ri­sco so­lo a chi fa que­sto me­stie­re, ab­bia vi­sua­liz­za­to in quell’istan­te il mo­men­to in cui quel­la co­sa sa­reb­be po­tu­ta suc­ce­de­re an­che a lui. Ed è un pen­sie­ro de­va­stan­te. Non en­tro nel me­ri­to di questa tra­ge­dia, ma c’è una co­sa che mi ha fat­to mol­to ma­le: la fe­ro­cia sca­te­na­ta nei con­fron­ti di chi ha com­mes­so un ter­ri­bi­le er­ro­re. Chi è senza pec­ca­to sca­gli la pri­ma pie­tra. Mai avu­to voglia di la­scia­re l’Ita­lia? Quan­do hai due fi­gli, co­me me, ci pen­si tut­ti i gior­ni. Pe­rò mi di­co pu­re che qual­co­sa va fat­ta: non è giu­sto che tut­ti ab­ban­do­ni­no la bar­ca che af­fon­da.

«Quan­do mi vie­ne voglia di mol­la­re tut­to, mi ri­leg­go Il fu­nam­bo­lo di Jean Ge­net. E, ma­gi­ca­men­te, ritorno in as­seÈ

Ave­re fi­gli l’ha cam­bia­ta? Ora han­no sei e cin­que an­ni, e sì, i fi­gli cam­bia­no tut­to. Ti aiu­ta­no a capire l’im­por­tan­za e l’inu­ti­li­tà del­le cose. Mi han­no per­mes­so di ac­qui­si­re leg­ge­rez­za. E mi met­to­no ogni gior­no a con­tat­to con la ne­ces­si­tà del gio­co. Il gio­co: un pez­zo im­por­tan­te del suo lavoro. Sì, in­fat­ti io so­no bra­vis­si­mo a far­li gio­ca­re. Mi but­to in mez­zo. Mi­le­na, mia mo­glie, ogni tan­to si in­caz­za pu­re. A ca­sa no­stra re­gna il caos, ma è pie­na di vi­ta. Con sua mo­glie la­vo­ra a tea­tro. Non sa­rà trop­po? Cer­to è du­ra, ma è an­che bel­lis­si­mo. Per ama­re una per­so­na e co­struir­ci un pro­get­to di vi­ta, al­la ba­se de­ve es­ser­ci una stima enor­me. Mi­le­na è un’at­tri­ce straor­di­na­ria, si spor­ca l’ani­ma e le ma­ni co­me po­chis­si­me al­tre in Ita­lia. E poi è un’ar­ti­sta. Di­pin­ge, scol­pi­sce, crea. Se io ho bi­so­gno di stu­dia­re di­ciot­to libri pri­ma di ave­re una va­ga idea di quello che vo­glio fa­re, lei nel­lo stes­so las­so di tempo ti but­ta giù la sce­no­gra­fia, di­se­gna i co­stu­mi, fa tut­to. Co­me è fi­ni­to in un vi­deo­clip di Va­sco? Il re­gi­sta vo­le­va la­vo­ra­re con me. E io ho ac­cet­ta­to su­bi­to, an­che per­ché so­no un fan di Va­sco. Non so­no po­tu­to an­da­re al con­cer­to­ne per­ché do­ve­vo gi­ra­re sul set di Pao­lo Ge­no­ve­se, ma per for­tu­na so­no sta­to ri­chia­ma­to per al­cu­ne in­te­gra­zio­ni: il suo con­cer­to me lo so­no vi­sto da so­lo in sa­la pro­ve. Va­sco è un uo­mo in­cre­di­bi­le, ra­ra­men­te ho vi­sto per­so­ne con un si­mi­le gra­do di sen­si­bi­li­tà. Che mu­si­ca ascol­ta ora? Va­do a pe­rio­di. Se so­no de­pres­so pos­so ascol­ta­re an­che neo­me­lo­di­co spin­to. Ora? Gli Squal­lor.

Tra i suoi pros­si­mi pro­get­ti, ol­tre a The pla­ce di Pao­lo Ge­no­ve­se e Pa­la­to as­so­lu­to di Fran­ce­sco Fa­la­schi, c’è un fan­ta­sy…

Otzi and the my­ste­ry of time di Ga­brie­le Pi­gnot­ta. Una scom­mes­sa enor­me, un fan­ta­sy-fa­mi­ly di quel­li che vai a ve­de­re con i fi­gli e i ni­po­ti. In­ter­pre­to il pa­dre del pro­ta­go­ni­sta, un bam­bi­no con i po­te­ri ma­gi­ci. E re­ci­ta con la sua ex Ales­san­dra Ma­stro­nar­di. Con Ales­san­dra ci sia­mo già ri­vi­sti e in­con­tra­ti. Tra noi, do­po no­ve an­ni, ci so­no stima e af­fet­to. Lei ha fat­to una car­rie­ra in­cre­di­bi­le. È una per­so­na se­ris­si­ma. An­che lei ha fat­to una car­rie­ra in­ter­na­zio­na­le: Woo­dy Al­len, Paul Hag­gis… Con Hag­gis è sta­ta un’espe­rien­za paz­ze­sca, re­ci­ta­vo ac­can­to a Liam Nee­son, Ja­mes Fran­co, Adrien Bro­dy. Mi so­no det­to: ho svol­ta­to. E in­ve­ce nien­te, Third per­son è sta­to il suo film più sfi­ga­to. Le ca­pi­ta mai di di­re: mol­lo. Io se ho un dub­bio mi ri­ve­do Ser­gio Leo­ne. Op­pu­re mi ri­leg­go un sag­gio stu­pen­do, Il fu­nam­bo­lo di Jean Ge­net, una me­ta­fo­ra bel­lis­si­ma sulla re­ci­ta­zio­ne che ogni vol­ta mi fa di­re: re­si­sto. E sa? Ma­gi­ca­men­te ritorno in as­se.

Doppia vi­ta Vi­ni­cio Marchioni in una sce­na del film Il con­ta­gio. Tra i pros­si­mi pro­get­ti, un film fan­ta­sy ac­can­to al­la sua ex Ales­san­dra Ma­stro­nar­di.

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