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GIOIA - - Sommario - di Ste­fa­nia Mi­ret­ti

per pri­ma: un ubria­co può dir­si re­spon­sa­bi­le di vio­len­za ses­sua­le? Non ero più si­cu­ra di nien­te. La po­li­zia con­ti­nua­va a chie­der­mi per­ché non fos­si fug­gi­ta. Già, per­che non ave­vo ur­la­to o chie­sto aiu­to? Con la pau­ra di non es­se­re cre­du­ta ho co­min­cia­to a capire che avrei fat­to me­glio a te­ne­re la boc­ca chiu­sa. Ne eb­bi la cer­tez­za al mo­men­to di ri­ce­ve­re la let­te­ra con gli estre­mi del­la mia de­nun­cia: i miei da­ti era­no ac­co­sta­ti ne­ro su bian­co a quel­li del mio as­sa­li­to­re. Mi sen­tii mo­ri­re: l’ave­va ri­ce­vu­ta in co­pia an­che lui! «Il de­nun­cia­to de­ve sa­pe­re chi lo de­nun­cia», sen­ten­ziò l’av­vo­ca­to. Da al­lo­ra e per set­te me­si non so­no più sta­ta ca­pa­ce di usci­re e dor­mi­re da so­la. Non pas­sa­va mi­nu­to in cui non pen­sas­si con chi fos­se o co­sa fa­ces­se lui, la sua vi­ta sem­pre ugua­le, la mia a ro­to­li. In pae­se la no­ti­zia di­ven­ne di pub­bli­co do­mi­nio. Tra le per­so­ne che mi co­no­sce­va­no e che fre­quen­ta­va­no an­che lui c’era chi mi cre­de­va, chi dis­se che me l’ero cer­ca­ta, chi giu­ra­va mi fos­si in­ven­ta­to tut­to per in­ca­stra­re un ra­gaz­zo de­bo­le ma da­na­ro­so. Al pro­ces­so in pri­mo gra­do lui rac­con­tò che ero con­sen­zien­te, tan­to non avrei po­tu­to smen­ti­re. Nes­su­no de­gli ami­ci pre­sen­ti quel­la not­te ven­ne a te­sti­mo­nia­re. Per me il col­po più du­ro. Al­la fi­ne lui fu sca­gio­na­to e io de­nun­cia­ta per ca­lun­nia. A quel pun­to do­ve­vo pre­ser­va­re la mia in­co­lu­mi­tà men­ta­le e al­lon­ta­nar­mi da tut­to. Av­ver­tii i miei e pre­si un ae­reo, de­sti­na­zio­ne Spa­gna. Cer­ca­re una stan­za in af­fit­to e un lavoro qual­sia­si mi fe­ce sen­ti­re co­me una nor­ma­le stu­den­tes­sa. Non più la vit­ti­ma di uno stu­pro non com­pro­va­to. Pen­sa­vo sa­reb­be ba­sta­to ciò per gi­ra­re pa­gi­na. In­ve­ce do­po più di un an­no e un pen­sie­ro sui­ci­da più in­si­sten­te de­gli al­tri ho chia­ma­to mia so­rel­la e tut­to d’un fia­to ho am­mes­so: «Non so più chi so­no, in com­pa­gnia di un ran­co­re che mi pa­ra­liz­za. Ho pau­ra di non tor­na­re più quel­la che ero». «Non lo sa­rai mai più», dis­se lei, «quello che ci ca­pi­ta ci tra­sfor­ma. Ap­pro­fit­ta­ne per ti­rar fuo­ri la tua for­za. Tor­na e di­fen­di­ti. Non sei tu a do­ver scap­pa­re! Per l’ap­pel­lo cer­che­re­mo un av­vo­ca­to mi­glio­re, una don­na ma­ga­ri». Mi con­vin­se an­co­ra una vol­ta, tor­nai e tro­vam­mo l’av­vo­ca­tes­sa che du­ran­te l’ar­rin­ga fi­na­le mi di­fe­se co­me fos­si sua fi­glia, ri­bal­tan­do le ac­cu­se. Per me as­so­lu­zio­ne e per lui tre an­ni, due me­si e ven­ti gior­ni di re­clu­sio­ne. Non il mas­si­mo del­la pe­na, ma il sim­bo­lo che ave­vo fi­nal­men­te rea­gi­to. Lui non l’ho mai più ri­vi­sto. Quan­to a me il pe­so del­la ver­go­gna si è al­len­ta­to do­po una lun­ga psi­co­te­ra­pia. A di­stan­za di de­cen­ni ora pos­so par­lar­ne. Le cose brut­te ac­ca­do­no nel­la vi­ta, mi di­co quan­do sto più ma­le. An­che a chi non se le me­ri­ta. G

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