GE­NI­TO­RI, con­trol­la­te gli smart­pho­ne

GIOIA - - In Prima Persona -

In Ita­lia un ra­gaz­zo o una ra­gaz­za su due, tra gli 11 e i 17 an­ni, ha su­bì­to al­me­no una vol­ta at­ti di bul­li­smo, fi­si­ci, ver­ba­li o in Re­te. Secondo un’in­da­gi­ne Do­xa per Am­ne­sty In­ter­na­tio­nal, gli italiani con­si­de­ra­no il bul­li­smo il ca­so più ecla­tan­te di vio­la­zio­ne dei di­rit­ti uma­ni. Per questo Am­ne­sty da­rà vi­ta a un pro­gram­ma di sen­si­bi­liz­za­zio­ne nel­le scuo­le (fi­no al 13 no­vem­bre con un sms al 45542 si so­stie­ne l’ini­zia­ti­va in­ti­to­la­ta Noal­bul­li­smo). Iva­no Zop­pi è fon­da­to­re e pre­si­den­te di Pe­pi­ta on­lus che ope­ra in tut­ta Ita­lia sui pro­ble­mi del di­sa­gio gio­va­ni­le. Per­ché cre­sce la vio­len­za dei gio­va­ni contro i gio­va­ni? Ciò che cre­sce tra i ra­gaz­zi è la dif­fi­col­tà a co­mu­ni­ca­re. Da na­ti­vi di­gi­ta­li han­no per­so i con­fi­ni tra ciò rea­le e vir­tua­le. Spet­ta a noi al­le­nar­li all’em­pa­tia, aiu­tar­li a sco­pri­re e ri­spet­ta­re gli al­tri. Si ha l’im­pres­sio­ne che i più coin­vol­ti sia­no gli ado­le­scen­ti di ele­men­ta­ri e medie. E che poi il fe­no­me­no va­da sce­man­do. È un er­ro­re. I pri­mi se­gna­li ci so­no già nel­la scuola dell’in­fan­zia, ma il bul­li­smo pro­se­gue ben ol­tre le medie. Cam­bia­no le for­me. Tra i più pic­co­li c’è quel­lo clas­si­co, fat­to di bot­te e scher­zi cru­de­li. Tra i più gran­di il cy­ber­bul­li­smo e il bul­li­smo ses­sua­le. Il cy­ber­bul­li­smo fa gli stes­si dan­ni di quel­lo che fe­ri­sce fi­si­ca­men­te? È per­fi­no più pe­ri­co­lo­so. Per­ché un oc­chio ne­ro si no­ta, una fe­ri­ta psi­co­lo­gi­ca no, o al­me­no non su­bi­to. Co­sa fa­re per pre­ve­ni­re? Edu­ca­re i ra­gaz­zi a un uso con­sa­pe­vo­le delle tec­no­lo­gie, ma il ri­chia­mo for­te va ai ge­ni­to­ri. De­vo­no con­trol­la­re gli smart­pho­ne dei fi­gli. Il 58 per cen­to dei gio­va­ni che Pe­pi­ta ha in­con­tra­to ha ri­fe­ri­to di non aver mai avu­to re­go­le sull’uso del cel­lu­la­re. Qua­li so­no i se­gna­li di al­lar­me-bul­li­smo da non tra­scu­ra­re? Bi­so­gna fa­re at­ten­zio­ne ai ra­gaz­zi pri­vi di en­tu­sia­smo, che cam­bia­no umo­re re­pen­ti­na­men­te, cer­ca­no di evi­ta­re scuola e com­pa­gni, con­trol­la­no os­ses­si­va­men­te lo smart­pho­ne. Co­me ope­ra Pe­pi­ta? Con la col­la­bo­ra­zio­ne di più fi­gu­re: l’edu­ca­to­re, lo psi­co­lo­go e, quan­do ser­ve, l’av­vo­ca­to. Il pri­mo ap­proc­cio è con il ra­gaz­zo vittima di bul­li­smo o bul­lo e i suoi ge­ni­to­ri. Poi si pro­ce­de in clas­se, con gli in­se­gnan­ti, e cer­can­do di coin­vol­ge­re as­so­cia­zio­ni spor­ti­ve e ora­to­ri. Spes­so per gli ado­le­scen­ti que­sti fe­no­me­ni so­no gio­chi che sfug­go­no di ma­no, sen­za con­sa­pe­vo­lez­za del dan­no che pro­cu­ra­no.

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