In pri­ma per­so­na

Io so­no uno na­to per sba­glio, per­ché di questo mon­do non mi va be­ne nien­te.

GIOIA - - In Prima Persona -

e qua­der­ni, mi sfi­la­va­no la se­dia, mi scri­ve­va­no in­giu­rie sul ban­co. Quan­do han­no det­to che ero la fi­glia di una stron­za, in­sul­tan­do mia ma­dre, non ce l’ho più fat­ta. Ho de­ci­so che quel­la co­sa non po­te­va an­da­re avan­ti. E ho rea­gi­to con gli stes­si com­por­ta­men­ti che ave­vo su­bì­to per an­ni. An­ch’io ho co­min­cia­to a sfi­la­re dal­le car­tel­le li­bri e qua­der­ni e a but­tar­li nel ce­sti­no. An­ch’io ho ini­zia­to a scri­ve­re con i pen­na­rel­li in­de­le­bi­li in­sul­ti sui ban­chi, a ti­ra­re can­cel­li­ni e astuc­ci, a tor­men­ta­re quel­le che ave­va­no tor­men­ta­to me. Ru­ba­vo i cel­lu­la­ri dal­le bor­se, i sol­di dai por­ta­fo­gli. Non per­ché aves­si bi­so­gno di de­na­ro ma per­ché vo­le­vo che pro­vas­se­ro quel­lo che ave­va­no fat­to pro­va­re a me. Ho ini­zia­to a pic­chia­re. Pic­chia­vo quel­li che non mi pia­ce­va­no, che mi fa­ce­va­no ar­rab­bia­re. Ti­ra­vo cal­ci e mi sen­ti­vo for­te, po­ten­te. Sta­vo be­ne, ero sod­di­sfat­ta di fron­te al­la lo­ro paura. La mia ven­det­ta: ero io ora quel­la to­sta, ero io che fa­ce­vo del ma­le. No, gli in­se­gnan­ti non mi han­no mai bec­ca­ta. Era­no in­dif­fe­ren­ti e io ero scal­tra. Non che non pen­sas­si a quel­lo che sta­vo fa­cen­do, ave­vo sen­ti­to par­la­re di bul­li­smo in te­le­vi­sio­ne per un ca­so di cro­na­ca. Sa­pe­vo che mi sta­vo com­por­tan­do ma­lis­si­mo, ma non ero com­ple­ta­men­te con­sa­pe­vo­le, ero pie­na di rab­bia. A ca­sa non ho mai fat­to pa­ro­la su quan­to mi sta­va ac­ca­den­do. La mia mamma ha 43 an­ni ed è ma­la­ta di can­cro, il me­di­co mi ha det­to di non dar­le pro­ble­mi più di quan­ti già ne ab­bia. Non vo­le­vo an­go­scia­re lei e mio pa­dre. E poi io ho il mio or­go­glio, vo­glio far­mi ri­spet­ta­re per quel­la che so­no. È suc­ces­so un gior­no co­me tan­ti. A le­zio­ne di pal­la­vo­lo una com­pa­gna mi ha det­to che mia ma­dre non sa­reb­be gua­ri­ta. Che di tu­mo­re si muo­re. Ho co­min­cia­to a pic­chiar­la e più la pic­chia­vo più pen­sa­vo che era trop­po. Trop­po. Ho vi­sto tut­to ne­ro, non mi ri­cor­do qua­si nien­te. Ri­cor­do so­lo che ave­vo di fron­te un tu­bo di fer­ro e le ho spin­to la te­sta contro. Ri­cor­do che non mi fer­ma­vo e che quan­do ho smes­so di pic­chiar­la c’era tan­to san­gue. Le ave­vo frat­tu­ra­to la fron­te, fat­to un oc­chio ne­ro. È sta­to tre­men­do ma è sta­ta an­che la mia for­tu­na. Il pre­si­de ha chia­ma­to i miei ge­ni­to­ri e io ho fi­nal­men­te par­la­to con lo­ro. Mamma e pa­pà mi han­no rim­pro­ve­ra­to e ca­pi­to e tan­to aiu­ta­to. A scuola so­no in­ter­ve­nu­ti gli edu­ca­to­ri di Pe­pi­ta, una coo­pe­ra­ti­va so­cia­le che si oc­cu­pa di bul­li­smo. Han­no la­vo­ra­to con la clas­se, dan­do a tutti – bul­li e bul­liz­za­ti – una gros­sa ma­no a usci­re da tan­ta vio­len­za. Chi è vittima di bul­li­smo di­ven­ta un bul­lo, è questo che ac­ca­de. Io mi so­no re­sa con­to di ave­re sba­glia­to. Ma non so­no pen­ti­ta. Se non lo pro­vi sul­la tua pel­le, non puoi ca­pi­re co­sa si­gni­fi­chi es­se­re bul­liz­za­to. Co­sì co­me se non lo di­ven­ti, non puoi ca­pi­re co­sa si­gni­fi­chi es­se­re un bul­lo. Sei vio­len­to, fai lo spa­val­do con gli al­tri, poi tor­ni a ca­sa e hai i ri­mor­si. Ti chie­di per­ché l’hai fat­to, sai che non era il ca­so di com­por­tar­si co­sì. Ma il gior­no do­po ri­co­min­ci. Se rac­con­to la mia sto­ria è per­ché cre­do sia giu­sto e uti­le far sa­pe­re che a scuola pos­so­no suc­ce­de­re co­se che i ge­ni­to­ri nean­che im­ma­gi­na­no. E mi fa an­co­ra ma­le l’in­dif­fe­ren­za di que­gli in­se­gnan­ti che non han­no mai col­to il mio di­sa­gio. Ora fre­quen­to il li­ceo, in una clas­se fan­ta­sti­ca, che ha sa­pu­to ac­cet­tar­mi per co­me so­no e non per co­me sem­bro. Com’è che ho det­to? Mi chia­mo Giu­lia, ho 13 an­ni, vi­vo a Mi­la­no e so­no una bulla. No, non è più co­sì. Io mi chia­mo Giu­lia, ho 13 an­ni, so­no una stu­den­tes­sa del li­ceo di scien­ze uma­ne, clas­se pri­ma. Ero una bulla e og­gi so­no una ra­gaz­za fe­li­ce.

Mi han­no te­nu­to con le brac­cia le­ga­te a due lem­bi di to­va­glia

En­tro con l’ac­qua spor­ca den­tro le vi­sce­re del­la ter­ra e im­ma­gi­no di cor­re­re ver­so il ma­re, per la­var­mi e di­ven­ta­re pe­sce, mol­lu­sco, co­ral­lo. Per­ché io so­no na­to sba­glia­to e mi sa­reb­be an­da­to be­ne an­che na­sce­re uc­cel­lo di pas­so, ca­ne di stra­da, nu­be gra­vi­da, spic­chio di so­le. Io so­no uno na­to per sba­glio che si strap­pa gli occhi ogni gior­no per lan­ciar­li lon­ta­no, ol­tre la col­li­na do­ve vo­la­no in cer­chio le po­ia­ne e ve­de­re quel­lo che gli al­tri non vo­glio­no ve­de­re. Io mo­ri­rò mi­schian­do il mio san­gue a quel­lo delle goc­ce di lu­ce che ca­do­no giù dal cie­lo in­fuo­ca­to in ago­sto.

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