edi­to­ria­le

GIOIA - - Editoriale -

Co­sa suc­ce­de nel­la te­sta

di una quin­di­cen­ne nes­su­no lo sa. Puoi pas­sa­re me­si in­te­ri a os­ser­var­la co­me fos­se una ca­via, stu­dian­do­ne le mos­se e le fra­si, i lam­pi e i blac­kout che si al­ter­na­no den­tro le iri­di schi­ve, i si­len­zi con cui vuo­le di­re sbar­ran­do la stra­da ma aspet­tan­do che l’ar­gi­ne fra­ni, le ri­sa­te im­prov­vi­se che san­no di fe­li­ci­tà du­ra­tu­ra e so­no in­ve­ce fu­ga­ci e fria­bi­li, ma il mi­ste­ro re­ste­reb­be fit­tis­si­mo. Nel­la te­sta di una quin­di­cen­ne suc­ce­do­no co­se che nep­pu­re la quin­di­cen­ne a vol­te ca­pi­sce. Per­ché è un get­to con­ti­nuo di sguar­di, emo­zio­ni, pa­ro­le che la at­tra­ver­sa­no sen­za per­mes­so. Non c’è mo­do di met­te­re or­di­ne, tut­to rim­bal­za e af­fon­da e graf­fia con la po­ten­za di un or­di­gno esplo­si­vo. La lo­gi­ca la­ti­ta. Le di­fe­se so­no ab­bas­sa­te. Tut­to è gi­ga. La gio­ia, il do­lo­re, la ver­go­gna, la pau­ra, la vo­glia – im­pel­len­te, vo­ra­ce, di­spe­ra­ta – di pia­ce­re, con­di­vi­de­re, usci­re dall’aria vi­zia­ta del sé, per re­spi­ra­re l’aria di tut­ti. Es­se­re “gli al­tri”.

Gli al­tri so­no

il ve­le­no e l’an­ti­do­to. Gli oc­chi che ti guar­da­no, il pub­bli­co che ti ap­plau­de o ti but­ta giù dal­la tor­re. Non so­no qua­si mai sin­go­le per­so­ne, so­no “gli al­tri”, plu­ra­le, ge­ne­ri­co, un’en­ti­tà astrat­ta, an­che se han­no fac­ce e no­mi o so­lo nic­k­na­me. C’è po­ca ca­pa­ci­tà di di­scer­ni­men­to in chi si sen­te “di­ver­so” in un’età in cui di­ver­so equi­va­le a sba­glia­to. Il con­for­mi­smo dà si­cu­rez­za. Il con­for­mi­smo è una cuc­cia in cui ri­fu­giar­si. Per que­sto, se gli al­tri so­no stron­zi o stu­pi­di o cat­ti­vi, e il lo­ro giu­di­zio non va­le un fi­co sec­co, fa nien­te. È pro­prio a lo­ro che vuoi pia­ce­re, se tu da so­la non rie­sci a pia­cer­ti.

Poi si cre­sce.

E ca­pi­ta a vol­te che quan­to più ti sei sen­ti­to sba­glia­to e di­ver­so, esclu­so, nel mo­men­to in cui es­se­re in­clu­so ti sem­bra­va l’uni­co mo­do per sta­re al mon­do, tan­to più for­te di­ven­ti poi. So­prav­vis­su­to, scal­tro, at­trez­za­to per af­fron­ta­re qual­sia­si col­po, sen­za ca­de­re né chie­de­re scu­sa. Di­ver­so per scel­ta. Mi­glio­re. Non si è mai gli stes­si di pri­ma quan­do si esce vit­to­rio­si da quel­la trom­ba d’aria che è il cre­sce­re. Ti ac­chiap­pa a 11 an­ni e ti ri­spu­ta a 18 sca­ra­vol­tan­do­ti co­me un cal­zi­no. L’im­por­tan­te è re­sta­re nel vor­ti­ce, ag­grap­pan­do­si a se­die ta­vo­li ra­mi uc­cel­li scar­pe ma­ni an­ge­li ful­mi­ni e ar­co­ba­le­ni che ci pas­sa­no in mez­zo, fa­cen­do lo sfor­zo di ri­ma­ne­re so­spe­si, vin­cen­do il richiamo a mol­la­re la pre­sa, guar­da­re in bas­so e but­tar­si giù.

Bea­tri­ce ha scel­to

di but­tar­si giù. An­che se a mol­ti sem­bra im­pos­si­bi­le che lo ab­bia fat­to dav­ve­ro. Con in­ten­zio­ne in­ten­do, “sce­glien­do­lo”. In­fat­ti all’ini­zio tut­ti pen­sa­va­no che fos­se un in­ci­den­te. Lo zai­net­to trop­po vi­ci­no al bi­na­rio e il tre­no in cor­sa che la tra­sci­na via, all’al­ba di un gior­no qual­sia­si, nel­la stazione di Por­ta Su­sa a To­ri­no, men­tre aspet­ta il re­gio­na­le che co­me sem­pre la por­ta a scuo­la. Pe­rò sul dia­rio ha la­scia­to scrit­to «So­no trop­po gras­sa, ad­dio», co­me se quel cor­po por­ta­to a fa­ti­ca fos­se una buon ra­gio­ne per usci­re di sce­na. Di­co­no che era una bra­va ra­gaz­za e che sem­bra­va se­re­na. Scher­za­va sui suoi chi­li di trop­po, quan­do era tri­ste can­ta­va. Vo­le­va di­ven­ta­re una star del­la li­ri­ca. So­gna­va e lot­ta­va per un pe­so di­ver­so, per­ché non ba­sta­va l’au­toi­ro­nia e nean­che tut­ti i gor­gheg­gi del mon­do, per ren­de­re più sop­por­ta­bi­le l’of­fe­sa quo­ti­dia­na con­tro il suo aspet­to “dif-for­me”. Con­tra­rio alle re­go­le. Ma­te­ria da in­sul­to.

Bea­tri­ce cer­ca­va

di re­sta­re tran­quil­la. Di di­re e di dir­si che tut­to era ok. Per non spa­ven­ta­re i suoi ca­ri e an­che, for­se, per­ché ci cre­de­va. La te­sta di una quin­di­cen­ne è una sca­to­la nera. Dif­fi­ci­le rac­ca­pez­zar­si e fa­re, a po­ste­rio­ri, il gio­co del­le col­pe. Se qual­cu­no l’aves­se ascol­ta­ta. Se qual­cu­no ci aves­se par­la­to di più. I ge­sti in­con­sul­ti so­no mo­stri ac­quat­ta­ti che non è fa­ci­le pre­ve­de­re. In­ve­ce i mo­stri che scri­vo­no «Non sa­pe­vo che far­si met­te­re sot­to da un tre­no fos­se un me­to­do ra­pi­do di di­ma­gri­men­to» si pos­so­no fer­ma­re. Per­ché non va­le sem­pre tut­to. Apri­re la boc­ca e spa­ra­re. In no­me del­la li­ber­tà di espres­sio­ne. Per­ché l’uc­ci­sio­ne, per pal­lot­to­le o fra­si, per me è sem­pre rea­to.

«La te­sta di una 15en­ne è una sca­to­la nera, e i ge­sti in­con­sul­ti so­no mo­stri ac­quat­ta­ti dif­fi­ci­li da pre­ve­de­re»

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