PER­CHÉ il PO­TE­RE CON­TI­NUA a far­ci PAU­RA

GIOIA - - Femministe Con Le Ali -

«Sap­pia­mo imi­ta­re la vo­ce dei ma­schi, ma non fac­cia­mo sen­ti­re la no­stra»

Pe­ne­lo­pe, ver­so la fi­ne del­la lun­ga la­ti­tan­za di Ulis­se,

scen­de nel sa­lo­ne del­le fe­ste, do­ve bi­vac­ca­no i suoi mol­ti pre­ten­den­ti; poi­ché un ae­do suo­na una mu­si­ca tri­ste che ag­gra­va la sua te­tra no­stal­gia, vuo­le or­di­nar­gli di suo­nar­ne un’al­tra, più al­le­gra. Te­le­ma­co, suo fi­glio, si fa avan­ti e le di­ce: «Ma­dre mia, va nel­la stan­za tua, ac­cu­di­sci ai la­vo­ri tuoi, il te­la­io, la ca­noc­chia, e co­man­da alle an­cel­le: la pa­ro­la spet­ta qui agli uo­mi­ni». Pe­ne­lo­pe, in­ve­ce di scan­sar­lo con una sber­la ed eser­ci­ta­re il suo po­te­re di re­gi­na, ob­be­di­sce e si ri­ti­ra. Di­ce Ma­ry Beard, nel suo Don­ne e po­te­re: «Nei luo­ghi in cui la cul­tu­ra oc­ci­den­ta­le ini­zia a es­se­re do­cu­men­ta­ta, l’Odis­sea, le vo­ci del­le don­ne non ri­suo­na­no nel­la sfe­ra pub­bli­ca». Era co­sì tre­mi­la an­ni fa. E ades­so? In­chio­da­te alle quo­te ro­sa o al­la dop­pia pre­fe­ren­za, re­go­le na­te per ri­dur­re la lo­ro as­sen­za e non sfi­gu­ra­re con il mon­do ci­vi­le, le don­ne sie­do­no in Par­la­men­to (me­no del 50 per cen­to co­mun­que), una don­na è pre­si­den­te del Se­na­to , un’ al­tra è “se­gre­ta­rio” di un par­ti­to, c’è una pre­mier nel Re­gno Uni­to e una ca­pa del Go­ver­no in Ger­ma­nia. Ma... che don­ne so­no? So­no – per re­sta­re nel clas­si­co – co­me An­ti­go­ne che si mi­se con­tro la leg­ge scrit­ta da­gli uo­mi­ni per non ve­ni­re me­no al­la sua, quel­la del­la pie­tà, e sep­pel­lì il ca­da­ve­re del fra­tel­lo pa­gan­do con la vi­ta la sua tra­sgres­sio­ne? Op­pu­re so­no co­me Pe­ne­lo­pe, che ob­be­di­sce al­la tra­co­tan­za del fi­glio e ri­nun­cia a eser­ci­ta­re il suo po­te­re?

Vo­le­te sa­pe­re co­me la pen­so? So­no co­me Pe­ne­lo­pe, sia­mo co­me Pe­ne­lo­pe.

Sia­mo eter­ne se­con­de, ab­di­chia­mo a fa­vo­re dei ma­schi, per rag­giun­ge­re una po­si­zio­ne ac­cet­tia­mo le lo­ro re­go­le, imi­tia­mo la lo­ro vo­ce, ma non sia­mo an­co­ra in gra­do di im­por­re la no­stra. An­ti­go­ne, che si ri­bel­la al co­di­ce ma­schi­le, per­de; Pe­ne­lo­pe, che aspet­ta di­sfan­do di not­te la te­la tes­su­ta di gior­no, re­sta al suo po­sto. Co­man­da alle an­cel­le e ob­be­di­sce al fi­glio ma­schio. Sa­pe­te qual è, se­con­do me, il pro­ble­ma? Che a noi don­ne il po­te­re non pia­ce. Ne ab­bia­mo pau­ra. Ab­bia­mo pau­ra, sen­za ren­der­ce­ne con­to, di non es­se­re più ama­te per noi stes­se, di es­se­re ama­te per obbligo, per con­ve­nien­za, per op­por­tu­ni­smo. Pen­sia­mo che eser­ci­ta­re una su­pre­ma­zia ri­du­ca il no­stro fa­sci­no. Non è ve­ro, ma co­me da­re tor­to a chi lo cre­de? Le don­ne del­la mia ge­ne­ra­zio­ne so­no sta­te con­di­zio­na­te fin da pic­co­le a non pri­meg­gia­re trop­po, a non “met­te­re in om­bra” i ma­schiet­ti. Pen­sa­te che io mi ver­go­gna­vo, l’esta­te, con la com­pa­gnia di ra­gaz­ze e ra­gaz­zi che fre­quen­ta­vo, per­fi­no di es­se­re bra­va a scuo­la. Ero l’uni­ca a non ave­re esa­mi a set­tem­bre e men­ti­vo che ero sta­ta ri­man­da­ta. Poi mi so­no ver­go­gna­ta del suc­ces­so pro­fes­sio­na­le (gior­na­li­sta a 20 an­ni) e di quel­lo let­te­ra­rio (il fa­mo­so Por­ci con le ali). Ades­so ho smes­so e, se ca­pi­ta, met­to in om­bra i ma­schiet­ti con sod­di­sfa­zio­ne. Trop­po tar­di?

LI­DIA RA­VE­RA SCRIT­TRI­CE, IL SUO UL­TI­MO LI­BRO È IL TER­ZO TEM­PO (BOM­PIA­NI)

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