La si­gno­ri­na si Sfor­za di es­se­re

GIOIA - - Editoriale -

gen­ti­le, ma ha mo­di sbri­ga­ti­vi. È l’ora di pun­ta, die­tro la fi­la in­cal­za stres­sa­ta dal­la cal­ca e dal­la vo­ce che an­nun­cia l’ora­rio dei tre­ni in par­ten­za sul bi­na­rio – del re­sto il po­sto si chia­ma fa­st food, bi­so­gna fa­re in fret­ta, l’esi­ta­zio­ne non è gra­di­ta. Vuo­le con­vin­cer­mi che il me­nu ma­xi per me è un af­fa­re: pa­go me­no man­gio il dop­pio. Non vuo­le ar­ren­der­si al fat­to che io sia di­spo­sta ad ave­re me­no spen­den­do di più, pren­den­do co­se spar­se che so­no cer­ta di fi­ni­re. «Può an­che non fi­nir­le», in­si­ste. Igna­ra che que­sto è il pun­to. Per­ché de­vo con­su­ma­re più di ciò che vo­glio? Per­ché de­vo but­ta­re quel­lo che non mi va? Niente, è una bat­ta­glia per­sa, ce­do al­la fi­ne per non soc­com­be­re agli schia­maz­zi del­la co­da. E mi ri­tro­vo fuo­ri con que­sto fa­got­to di junk food che sfa­me­reb­be for­se Mi­chael Jor­dan, e a me che so­no la me­tà mi in­gras­sa e ba­sta. An­zi mi am­maz­za.

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