Tom­ma­so Pa­ra­di­so, roc­ker ro­man­ti­co

Il roc­ker del mo­men­to pub­bli­ca con The­gior­na­li­sti il nuo­vo al­bum: Lo­ve, per­ché è “emo­tio­nal”, pro­prio co­me lui. Che in te­sta ha due mo­del­li: Hemingway e il Dr. Hou­se. Nel cuo­re, con buo­na pa­ce del­le fan, una so­la don­na: Ca­ro­li­na. E un so­gno: di­ven­ta­re pad

GIOIA - - Sommario - di Pao­lo Cre­spi

«È par­ti­to il re­gi­stra­to­re?», mi chie­de con una cer­ta an­sia Tom­ma­so Pa­ra­di­so, lea­der ma­xi­mo dei The­gior­na­li­sti, mu­si­ci­sta as­sur­to a sex sym­bol (non a ca­so ha bat­tez­za­to Lo­ve l’ul­ti­mo al­bum) pri­ma di sot­to­por­si all’ul­ti­ma, sfian­can­te in­ter­vi­sta che lo se­pa­ra dal­la sal­vi­fi­ca do­se quo­ti­dia­na di fit­ness nel­la pa­le­stri­na dell’ho­tel che ha elet­to a do­mi­ci­lio del­le sue fre­quen­ti tra­sfer­te mi­la­ne­si. Stan­co, eh? E io che vo­le­vo par­ti­re dall’in­fan­zia… Tran­quil­lo, ne ho avu­ta una da 10 e lo­de. Po­trei rac­con­tar­le tut­to, dal pri­mo gior­no dell’asi­lo al­la fi­ne del li­ceo. Fi­glio uni­co, ok, ma con tan­ti pa­ren­ti e cir­con­da­to sem­pre da ami­ci. Ca­sa di mia madre, gros­si­sta di pie­tre, che mi ha cre­sciu­to da so­la, era un por­to di ma­re, con il fri­go sem­pre pie­no per la gio­ia di sta­re in­sie­me: sa co­me si di­ce, di con-di-vi-de-re. Non le è pe­sa­to non ave­re ac­can­to suo pa­dre op­pu­re un fra­tel­lo? So­no sta­to be­ne co­sì. E poi sa, so­no quel­le op­zio­ni che non puoi mai de­ci­fra­re se non le vi­vi. Co­me si fa a rim­pian­ge­re quel che non si è mai pro­va­to.

Di­ven­ta­to can­tau­to­re, ha pre­sta­to so­len­ne giu­ra­men­to a se stes­so: «Qua­lun­que co­sa en­tre­rà in un mio di­sco dev’es­se­re ve­ra, sin­ce­ra», ha det­to. Ri­spet­ta sem­pre que­sta re­go­la au­rea? Sì, le ra­ris­si­me vol­te che non lo fac­cio mi sen­to spor­co, fuo­ri po­sto. E al­la pri­ma oc­ca­sio­ne quel­la ro­ba la scar­to, la but­to via. So­no del par­ti­to di Hemingway: la pro­sa dev’es­se­re mol­to net­ta, au­ten­ti­ca, chia­ra, pulita. E ave­re an­che co­rag­gio. Se ci so­no Ti­to­lo que­sti in­gle­se ele­men­ti an­che mi per ri­ten­go l’ul­ti­mo sod­di­sfat­to. al­bum, Lo­ve, ma te­sti in ita­lia­no… Non sop­por­to chi ha pas­sa­to la vi­ta in un quar­tie­re di Roma o Mi­la­no ma fa l’in­ter­na­zio­na­lo­ne. A qual­cu­no l’ope­ra­zio­ne rie­sce, ma il pub­bli­co si ac­cor­ge se non c’è coe­ren­za fra l’au­to­re e la sua ope­ra. Per Dol­ce e Gab­ba­na, lo scor­so giu­gno, è sa­li­to pu­re in pas­se­rel­la. Lo ri­fa­reb­be? Sì, e per un buon mo­ti­vo: es­sen­do un ma­nia­co del con­trol­lo, co­me suggerisce an­che il ti­to­lo di un bra­no del mio di­sco, la mia “pri­ma vol­ta” di qua­lun­que co­sa ca­do pre­da di una ten­sio­ne in­so­ste­ni­bi­le. Ora che so co­me fun­zio­na lo ri­fa­rei più tran­quil­la­men­te. So­lo un’al­tra sfi­la­ta, poi ba­sta. Com’è in ge­ne­ra­le il suo rap­por­to con le griffe? Non se­guo la mo­da in sen­so stret­to ma sco­per­chio il mon­do per tro­va­re il pan­ta­lo­ne o la scar­pa che vo­glio io. Po­trei stal­ke­ra­re un at­to­re hol­ly­woo­dia­no so­lo per estor­cer­gli do­ve ha com­pra­to una T-shirt. Sen­za usci­re da Roma, lei sa che as­so­mi­glia un po’ a Nanni Mo­ret­ti da gio­va­ne? Pri­ma, quan­do ero più gra­ci­li­no, por­ta­vo i ca­pel­li ric­ci e la bar­ba era me­no fol­ta, me lo di­ce­va­no in tan­ti. Ri­ve­den­do i suoi film mi ri­tro­vo spes­so nei suoi per­so­nag­gi. Ma an­co­ra di più nei suoi pen­sie­ri. Co­me in quei mo­men­ti di rot­tu­ra in cui guar­da in mac­chi­na e se la pren­de, che so, con i cri­ti­ci... In che sen­so, scu­si? An­ch’io, a vol­te, nel­le mie can­zo­ni, ho usci­te la­te­ra­li in cui espri­mo di­ret­ta­men­te il mio pen­sie­ro, sen­za fil­tri. Non te­me la scam­bi­no per mo­ra­li­sta? No, per­ché la mo­ra­le la fac­cio più che al­tro a me stes­so: quan­do sba­glio me lo dico. Ul­ti­ma­men­te, for­se, il Su­per Io è usci­to in mo­do più pre­po­ten­te.

Han­no de­fi­ni­to il vo­stro nuo­vo di­sco “emo­tio­nal”, sen­ti­men­ta­le: è que­sta l’ani­ma più pro­fon­da dei The­gior­na­li­sti e/o del lo­ro front­man? Co­me ne­gar­lo? Se pen­so al­la sto­ria dell’ar­te mi met­to tra i ro­man­ti­ci: Hayez, Gé­ri­cault, De­la­croix. Il mio ro­man­ti­ci­smo for­se è un po’ più leg­ge­ro. E spe­ro mi sal­vi l’au­toi­ro­nia: il la-

to sbruf­fo­neg­gian­te, co­mi­co, van­zi­nia­no, lie­ve dell’esi­sten­za.

È mol­to ac­cor­to nell’uso del­le pa­ro­le: Fe­li­ci­tà put­ta­na, al­tro bra­no del di­sco e hit dell’esta­te ap­pe­na fi­ni­ta, le è per ca­so scap­pa­ta?

Mi è usci­ta di get­to, ma co­me po­treb­be dir­la an­che un bambino, sen­za vol­ga­ri­tà, da ro­ma­no te­ne­ro­ne. Co­me quan­do gli Sta­dio can­ta­no «Gran­de fi­glio di put­ta­na». Per­ché la fe­li­ci­tà è un po’ co­sì: quel­la co­sa che de­si­de­ri, l’af­fer­ri ma poi sfug­ge.

È ve­ro che qua­lun­que pa­ro­la cat­tu­ri si tra­sfor­ma per lei in suo­no, im­ma­gi­ne mu­si­ca­le? È una be­ne­di­zio­ne o una con­dan­na?

Non è una con­dan­na ma un mec­ca­ni­smo che uti­liz­zo so­lo quan­do ar­ri­va il mo­men­to di scri­ve­re. Se lo fac­cio co­me eser­ci­zio mi rie­sce sem­pre mol­to be­ne: po­trei leg­ge­re qual­sia­si ti­po di te­sto e su­bi­to can­tar­lo per­ché le pa­ro­le han­no den­tro un suo­no. Una vol­ta che hai le pa­ro­le, il 99 per cen­to del­la can­zo­ne è ri­sol­to.

The­gior­na­li­sti è un mar­chio di fab­bri­ca. Ma ov­via­men­te al­lu­de an­che al me­stie­re di chi fa in­for­ma­zio­ne. Com’è dav­ve­ro il suo rap­por­to con la ca­te­go­ria?

Giu­ro che non ci ho mai pen­sa­to. Con voi ci in­con­tria­mo po­che vol­te l’an­no, in que­ste oc­ca­sio­ni. So­no rapito da al­cu­ni che han­no sa­pien­za nel fa­re do­man­de e ascol­tar­ti. Al­tri in­ve­ce si vede che so­no in­com­pe­ten­ti o svo­glia­ti. Og­gi a uno ho qua­si at­tac­ca­to il te­le­fo­no in fac­cia. Poi gli ho det­to di ri­chia­ma­re do­po es­ser­si pre­pa­ra­to, al­me­no un po’.

Uno dei nuo­vi bra­ni è Dr. Hou­se. Co­sa rap­pre­sen­ta que­sto per­so­nag­gio? Una fi­gu­ra ras­si­cu­ran­te, un esem­pio di vi­ta?

Hou­se mi ha fat­to pian­ge­re a di­rot­to tan­tis­si­me vol­te, sia nei mo­men­ti di gio­ia che in quel­li do­wn. Lui è la sin­te­si di tut­to: un uo­mo ge­nia­le, che pren­de il Vi­co­din per non sof­fri­re, ma ri­ma­ne co­mun­que lu­ci­do. È so­lo, ma ha bisogno de­gli al­tri e quan­do è in com­pa­gnia fa di tut­to per iso­lar­si. Ama e ha pau­ra di ama­re, vi­ven­do nel­la co­stan­te per­di­ta di ogni per­so­na che gli sta vi­ci­no. È un mu­si­ci­sta, un dot­to­re, un dia­gno­sta as­so­lu­to. Un ge­nio fol­le. Pec­ca­to non esi­sta: an­drei su­bi­to in pel­le­gri­nag­gio al suo ospe­da­le.

Ales­san­dro Bor­ghi, Ma­til­da De An­ge­lis: gli at­to­ri di pro­fes­sio­ne en­tra­no nei suoi vi­deo­clip. E lei non si ti­ra in­die­tro, se c’è da met­ter­ci la fac­cia. Pen­sa a una car­rie­ra pa­ral­le­la?

Trop­po dif­fi­ci­le. Non vor­rei mai fi­ni­re sul­lo scher­mo e sen­tir­mi di­re al­le spal­le: guar­da, so­lo per­ché è lui ha fat­to un film, ma è un ca­ne. E c’avreb­be­ro ra­gio­ne. Non pen­so di sa­per re­ci­ta­re e non par­lo nean­che tan­to be­ne, ogni tan­to bia­sci­co. Al mas­si­mo po­trei fa­re una par­te mar­gi­na­lis­si­ma in un we­stern: uno del­la ban­da de­gli ul­ti­mi quat­tro co­w­boy a ca­val­lo.

Sap­pia­mo che è sa­lu­ti­sta, fis­sa­to col bio e il car­dio­fit­ness. È an­che ipo­con­dria­co, al­la Ver­do­ne?

Cer­to, e con lo sport e l’ali­men­ta­zio­ne cer­co di te­ne­re a ba­da le mie fo­bie. Di so­li­to fun­zio­na.

Sa do­mi­na­re an­che i so­cial o è schia­vo del do­ver es­se­re al­ways on?

Da Fa­ce­book mi so­no tol­to: tro­va­vo so­lo gen­te che vuo­le dis­sen­ti­re su tut­to. In­sta­gram ce l’ho e mi ser­ve a con­di­vi­de­re le no­vi­tà di The­gior­na­li­sti, ma lo ge­sti­sco sen­za ac­ca­ni­men­to.

Po­li­ti­ca: vi­sto che non si può far­la a suon di can­zo­ni, in co­sa con­si­ste il suo im­pe­gno?

So­ster­rei chiun­que in qual­che mo­do riu­scis­se, con una stra­te­gia ef­fi­ca­ce, a ri­por­ta­re la po­li­ti­ca sul pia­no del con­fron­to.

Quan­to con­ta­no i sol­di nel be­nes­se­re del­la sua vi­ta di og­gi?

Mol­to. Non bi­so­gna es­se­re ipo­cri­ti. I sol­di con­tri­bui­sco­no a crear­lo, il be­nes­se­re. Ti dan­no dei van­tag­gi. Poi na­tu­ral­men­te ci so­no mil­le mo­di per sta­re be­ne an­che con po­co.

Co­me com­pa­gna di vi­ta si è scel­to Ca­ro­li­na, imprenditrice. Per sta­re con lei le don­ne de­vo­no es­se­re au­to­no­me?

Sì, sti­mo di più la don­na che ha una sua iden­ti­tà an­che nel la­vo­ro. Na­tu­ral­men­te la co­sa dev’es­se­re re­ci­pro­ca.

A 35 an­ni con­si­de­ra mai l’even­tua­li­tà di un fi­glio?

Im­ma­gi­no che pri­ma o poi ver­rà. Ora stia­mo fa­cen­do un sac­co di co­se... Ec­co, na­sce­re nel bel mez­zo dell’esplo­sio­ne di un di­sco non sa­reb­be la tro­va­ta mi­glio­re. Ma spe­ro che quan­do le ac­que si cal­me­ran­no, pos­sa an­ch’io di­ven­ta­re pa­dre. E non una vol­ta so­la: mi piac­cio­no le fa­mi­glie mol­to nu­me­ro­se. Fac­cia­mo que­sto tour, poi an­dia­mo in va­can­za, poi tor­ne­rà l’esta­te, chis­sà...

«Se pen­so al­la sto­ria dell’ar­te mi met­to tra i ro­man­ti­ci. Pe­rò con un po’ di au­toi­ro­nia, co­glien­do il la­to sbruf­fo­neg­gian­te e van­zi­nia­no dell’esi­sten­za»

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