Ju­lia Ro­berts: «Il se­gre­to è non pren­der­si trop­po sul se­rio»

GIOIA - - Sommario -

«Par­le­rò di pa­ri­tà di ge­ne­re fi­no a che non sa­rà di­ven­ta­to un discorso ob­so­le­to»

Non v’az­zar­da­te a fa­re una do­man­da ba­na­le o una bat­tu­ta stu­pi­da in sua pre­sen­za:

col tem­po, Ju­lia Ro­berts s’è vo­ta­ta ani­ma e cor­po a una sua per­so­na­le cro­cia­ta con­tro la su­per­fi­cia­li­tà e i pet­te­go­lez­zi, e in ge­ne­re con­tro chiun­que cer­chi di far­le spre­ca­re tem­po. A par­te que­sta de­ri­va un po’ se­rio­sa, che in fon­do cor­ri­spon­de, né più né me­no, al sa­no prag­ma­ti­smo di ogni madre in car­rie­ra − ol­tre che una del­le at­tri­ci più ta­len­tuo­se e pa­ga­te di Hol­ly­wood, Ju­lia è an­che pro­dut­tri­ce − il suo sor­ri­so lar­go e sen­za ri­ser­ve è an­co­ra quel­lo, ir­re­si­sti­bi­le, di quand’era ra­gaz­za. Lo stes­so che qua­si trent’an­ni fa fa­ce­va ca­pi­to­la­re Ri­chard Ge­re nei pan­ni del mi­lio­na­rio pig­ma­lio­ne di Pret­ty wo­man. E che ora man­da al tap­pe­to noi cro­ni­sti, quan­do la in­con­tria­mo a Pa­sa­de­na per la pre­sen­ta­zio­ne di Ho­me­co­ming, nuo­va serie tv di cui è pro­ta­go­ni­sta e pro­dut­tri­ce, dal 2 no­vem­bre su Ama­zon Pri­me Vi­deo.

Di che co­sa si trat­ta? È un th­ril­ler crea­to e di­ret­to da Sam Esmail, lo stes­so sce­neg­gia­to­re e re­gi­sta di Mr. Ro­bot, ispi­ra­to al po­d­ca­st omo­ni­mo. Io in­ter­pre­to il ruo­lo di un’as­si­sten­te so­cia­le che aiu­ta i ve­te­ra­ni a rein­te­grar­si nel­la vi­ta ci­vi­le. È il mio pri­mo ruo­lo da pro­ta­go­ni­sta in una serie tv.

È di­ver­so re­ci­ta­re per il pic­co­lo scher­mo? Non so, so­no an­ni che non ve­do un pic­co­lo scher­mo, la mia te­le­vi­sio­ne in sog­gior­no è gran­dis­si­ma ( ri­de, ndr). Scher­zi a par­te, an­che se ado­ro il ci­ne­ma, so­no pri­ma di tut­to un’at­tri­ce, mi in­na­mo­ro dei­ruo­li, dei­per­so­nag­gi. Ho­me­co­ming per me è co­me un film, un th­ril­ler psi­co­lo­gi­co vec­chio sti­le. Sa­reb­be pia­ciu­to an­che a un mae­stro co­me Hit­ch­cock.

Mol­ti dei suoi per­so­nag­gi han­no una for­te con­no­ta­zio­ne so­cia­le, a par­ti­re dal­la fa­mo­sa Erin Broc­ko­vi­ch.

Vor­rei con­ti­nuas­se co­sì: ho tre fi­gli e vor­rei che fos­se­ro fie­ri di me non so­lo co­me madre, ma an­che per le mie scel­te pro­fes­sio­na­li.

Di co­sa sen­te l’ur­gen­za di par­la­re?

Bi­so­gna con­ti­nua­re a par­la­re di ugua­glian­za di ge­ne­re e di di­rit­ti, cer­ca­re di ar­ri­va­re al pun­to in cui que­sti di­scor­si sa­ran­no or­mai ob­so­le­ti e po­tre­mo fi­nal­men­te celebrare il la­vo­ro di un ar­ti­sta, sen­za es­se­re co­stret­ti a se­pa­ra­re gli uo­mi­ni dal­le don­ne, pre­mian­do so­lo chi ha ta­len­to. I miei fi­gli co­no­sco­no il sen­so del­la pa­ro­la di­scri­mi­na­zio­ne, per lo­ro non c’è di­stin­zio­ne tra uo­mi­ni e don­ne,

sia­mo tut­ti ugua­li e ab­bia­mo tut­ti gli stes­si di­rit­ti. Ho mol­ta fi­du­cia nel­le nuo­ve ge­ne­ra­zio­ni, nel­la lo­ro vi­sio­ne sul mon­do.

Ha espres­so più vol­te la sua av­ver­sio­ne per bo­tox e chi­rur­gia plastica. Non ha pau­ra di per­der­si co­sì del­le oc­ca­sio­ni? Sin­ce­ra­men­te ho al­tre pau­re. Pau­ra per i miei fi­gli, di non riu­sci­re a pro­teg­ger­li da chiun­que vo­glia ap­pro­fit­tar­si di lo­ro. Per me è più im­por­tan­te star be­ne e far vi­ve­re be­ne la mia fa­mi­glia. So­no for­tu­na­ta e ap­prez­zo tut­to quel­lo che ho. Rin­gra­zio mio ma­ri­to e i miei fi­gli, ogni gior­no. È ve­ro che, per gli stan­dard di Hol­ly­wood, non aven­do an­co­ra fat­to un lif­ting, sto ri­schian­do la mia car­rie­ra. Ma è an­che ve­ro che ho un con­trat­to con Lan­cô­me: lo­ro cre­do­no in me pro­prio per­ché sto in­vec­chian­do con di­gni­tà, umo­ri­smo e se­re­ni­tà. E se non vogliono dar­mi un ruo­lo per­ché sem­bro vec­chia, vor­rà di­re che il pro­get­to me lo pro­du­co io e scel­go chi vo­glio. L’im­por­tan­te è non pren­de­re que­sto me­stie­re trop­po sul se­rio, co­no­sco tan­te mam­me che fan­no fa­ti­ca ad ar­ri­va­re al­la fi­ne del me­se, quel­li so­no i pro­ble­mi se­ri, que­ste so­no le don­ne che am­mi­ro, che so­no bel­le e bra­ve an­che quan­do tut­to è dif­fi­ci­le.

E la sua, di mam­ma, com’era? En­tram­bi i miei ge­ni­to­ri era­no at­to­ri, scrittori e in­se­gnan­ti di re­ci­ta­zio­ne. Mia madre l’ho sem­pre am­mi­ra­ta: non ha mai ab­ban­do­na­to il suo so­gno, an­che se do­po il di­vor­zio da mio pa­dre ha fat­to mil­le la­vo­ri per man­te­ne­re noi fi­gli. E non ha mai smes­so di so­ste­ner­mi, per que­sto le sa­rò sem­pre gra­ta.

Ci fa un esem­pio? Ap­pe­na fi­ni­to il li­ceo, mi so­no tra­sfe­ri­ta a New York per fa­re l’at­tri­ce. Al­la fi­ne de­gli An­ni 80, la cit­tà era di­ver­sa da og­gi: spor­ca e pe­ri­co­lo­sa, lon­ta­na an­ni lu­ce dal pae­si­no in cui ero cre­sciu­ta in Geor­gia. Pas­sa­vo mol­to tem­po da so­la ed ero tri­stis­si­ma. La se­ra chia­ma­vo mia mam­ma e pian­ge­vo per­ché vo­le­vo tor­na­re a ca­sa. Mia madre co­no­sce­va be­ne l’am­bien­te, sa­pe­va che i pri­mi ruo­li so­no dif­fi­ci­li da ot­te­ne­re, so­prat­tut­to se non co­no­sci nes­su­no. Mi di­ce­va: «Pro­va­ci an­co­ra do­ma­ni, poi ne ri­par­lia­mo». Co­sì ho fat­to e, gra­zie a lei, un gior­no al­la vol­ta, so­no ar­ri­va­ta fin qui.

Qual è il mo­men­to pre­fe­ri­to del­la gior­na­ta? Quan­do fac­cio co­la­zio­ne coi miei fi­gli, per­ché par­lia­mo di tut­to: amo sen­tir­li rac­con­ta­re i so­gni che han­no fat­to o i lo­ro pro­get­ti per la gior­na­ta. E poi la se­ra, quan­do leg­gia­mo in­sie­me. È un mo­men­to ma­gi­co e di­ver­ten­te, a vol­te leg­gen­do mi im­me­de­si­mo tan­to in un per­so­nag­gio da cam­bia­re la vo­ce. E lo­ro mi chie­do­no di smet­te­re di re­ci­ta­re.

Co­me ver­reb­be ac­col­to un film co­me Pret­ty wo­man nell’era di #MeToo e #Ti­me’s Up?

Dif­fi­ci­le dir­lo, Pret­ty wo­man ha qua­si trent’an­ni. Mol­ti film dell’epo­ca non fun­zio­na­no più per va­rie ra­gio­ni: po­li­ti­che, cul­tu­ra­li, o an­che so­lo per­ché l’ab­bi­glia­men­to e le ac­con­cia­tu­re ri­sul­ta­no ob­so­le­te. Pe­rò poi pen­so a Ja­mes Bond: ben­ché non sia pre­ci­sa­men­te un per­so­nag­gio “fem­mi­ni­sta”, nes­su­no sem­bra ave­re pro­ble­mi nei suoi con­fron­ti. Pret­ty wo­man è un so­gno, una fia­ba. Al­la fi­ne è so­lo un film, che rie­sce an­co­ra be­ne nel suo uni­co sco­po: quel­lo di in­trat­te­ner­ci e far­ci so­gna­re.

Ju­lia Ro­berts 51 an­ni il pros­si­mo 28ot­to­bre, dal 2 no­vem­bre l’at­tri­ce è pro­ta­go­ni­sta di Ho­me­co­ming, serie tv su Ama­zon Pri­me Vi­deo. Dal 20 di­cem­bre la ri­ve­dre­mo al ci­ne­ma, in Be­nis back , di Pe­ter Hed­ges.

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