SE IO FOSSI UN RAP­PER IT ALIANO FA­MO­SO, NEI MIEI VI­DEO CHIAMEREI DEI BREAKER, NON DEL­LE SHO WGIRL.

Cer­che­rei di dar e vi­si­bi­li­tà al­la gr an­de fa­mi­glia dell’hip hop

Glamour (Italy) - - DA PRIMA PAGINA -

Ma non cre­di che ver­reb­be me­no la sua ani­ma un­der­ground? Il brea­king, il wri­ting, che sa­reb­be l’arte dei graf­fi­ta­ri, na­sco­no co­me al­ter­na­ti­ve: al­la dan­za, al­la pit­tu­ra... «E de­vo­no ri­ma­ne­re ta­li ma, al­lo stes­so tem­po, do­vreb­be­ro evol­ver­si. Cer­to che se i rap­per ci des­se­ro una ma­no...». Che co­sa in­ten­di? «Se io fossi un rap­per fa­mo­so...». Ti­po Fe­dez? «Ti­po. Be’ se fossi un rap­per, nel mio vi­deo chiamerei dei breaker, non del­le sho­w­girl. Cer­che­rei di dar vi­si­bi­li­tà al­la cul­tu­ra hip hop». Che si ba­sa su qua­li va­lo­ri? «Aper­tu­ra men­ta­le, in­clu­sio­ne, an­ti­raz­zi­smo. Se ab­brac­ci que­sti prin­ci­pi, sei un ve­ro b-boy». Va­le a di­re un bal­le­ri­no di break dan­ce? «Per me so­no due co­se di­stin­te: puoi bal­la­re break dan­ce co­me hob­by ma se non hai l’at­teg­gia­men­to giu­sto, se non ti ve­sti in un cer­to mo­do, se non stai tut­ti i gior­ni sul ce­men­to a spac­car­ti le gi­noc­chia, se ti pre­oc­cu­pi sem­pre di quel­lo che pen­sa­no gli al­tri, non sei un b-boy». Le b-girl esi­sto­no? «È pie­no». Al­la fi­na­le di Re­dBull Dan­ce Your Sty­le, pe­rò, non ne è ar­ri­va­ta nes­su­na. So­no sta­te tut­te eli­mi­na­te da av­ver­sa­ri uo­mi­ni. È un ca­so? «È l’Italia. Io, per esem­pio, fac­cio spes­so cop­pia con una b-girl bra­vis­si­ma: Ales­san­dri­na. All’este­ro è ado­ra- ta, da noi non vie­ne cal­co­la­ta». Il tuo b-boy pre­fe­ri­to in­ve­ce? «Si chia­ma Vic­tor, un ame­ri­ca­no, gio­va­ne. Fe­no­me­na­le. Muo­io dal­la vo­glia di scon­trar­mi con lui. So­lo l’idea mi ca­ri­ca co­me un to­ro con la ban­die­ra ros­sa». Pe­rò il cuo­re ri­ma­ne fred­do? «Sem­pre». Che co­sa lo fa bat­te­re? «La po­ver­tà. A quel­la pro­prio non re­si­sto. Se fac­cio un gi­ro in cen­tro a Milano, tor­no a ca­sa con il por­ta­fo­glio vuo­to per­ché do qual­co­sa a ogni sen­za­tet­to che in­con­tro. An­che a quel­li che ma­ga­ri po­treb­be­ro cer­car­si un la­vo­ro. Al­la fi­ne pen­so: è ri­dot­to co­sì ma­le da chie­de­re l’ele­mo­si­na. A me un euro non cam­bia nien­te, glie­lo do a lui».

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