A pran­zo con

A pran­zo con EN­ZO CUC­CHI, uno de­gli ar­ti­sti ita­lia­ni più no­ti al mon­do: «L’ar­te è so­prat­tut­to fa­ti­ca»

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di FRAN­CE­SCO MERLO Il­lu­stra­zio­ne di ELI­SA­BE­TH MOCH

En­zo Cuc­chi, l’ar­ti­sta italiano

più no­to al mon­do

L’ar­te con­tem­po­ra­nea è un im­bro­glio? «Sì, se par­li di mer­can­ti, case d’asta, musei, col­le­zio­ni­sti, ban­che, cor­da­te di af­fa­ri­sti, cu­ra­to­ri, ma­na­ger, fn­ti ar­ti­sti che fan­no i ve­tri­ni­sti, gior­na­li­sti zer­bi­ni, scrit­to­ri...». E chi re­sta? «Gli ar­ti­sti. I so­li che ca­pi­sco­no l’ar­te». Dun­que ci so­no gli ar­ti­sti e poi, come in Harry Potter, la mas­sa dei Bab­ba­ni sen­za po­te­ri ma­gi­ci. «Tutti cor­rot­ti».

Non ti pia­ce nes­su­no? «Ar­ba­si­no. E pri­ma c’era Testori». Era­va­te amici? «Mol­to di più: ne­mi­ci » . Ma com’è fat­to un ar­ti­sta? «Da de­cen­ni, al mat­ti­no pre­sto, mi met­to a gi­ra­re per Ro­ma, sfo­ro le pa­re­ti, mi gratto con­tro i mu­ri». Co­sa cer­chi? «Non ho un rap­por­to con l’uni­ver­so». Dun­que? «Non mi re­sta che fa­re l’ar­ti­sta. In­fat­ti, al­la fne, va­do sem­pre dal co­lo­ra­io. È un ne­go­zio bel­lis­si­mo. Se vuoi ti ci por­to».

E ci an­dia­mo come Harry, nel­la pol­ve­ro­sa Lon­dra, va a com­pra­re le Oli­van­der, le bac­chet­te ma­gi­che “di qua­li­tà su­pe­rio­re sin dal 382 a.c.”.

«L’ar­te è fa-ti-ca!», scan­di­sce. E ag­giun­ge: «Ma­te­ria­li, co­lo­ri, lo spa­zio, la di­stan­za, le for­me, pensa al­la fa­ti­ca di Mi­che­lan­ge­lo...». Cuc­chi par­la con le ma­ni «per­ché an­che il pen­sie­ro è un ma­nu-fat­to». Dice «fa­ti­ca» e si toc­ca la te­sta. Dice «immagini da ac­chiap­pa­re» e in­fla un di­to nel suo oc­chio pri­ma di in­flar­lo nel mio. Co­sì mi­su­ri la di­stan­za?

« Bi­so­gna fi­dar­si de­gli ar­ti­sti » . An­che di quel­li come Cat­te­lan? «Cat­te­lan non dice di es­se­re un ar­ti­sta. Ma è in­tel­li­gen­te, co­rag­gio­so e sim­pa­ti­co».

Non è ve­ro che Cuc­chi non ri­spon­de al­le do­man­de. Lo fa in for­ma mal­fda­ta, per­ché dav­ve­ro «è scon­nes­so» come ha scrit­to il suo bio­gra­fo Car­los D’ER­co­le in un bel li­bro, an­ch’es­so scon­nes­so (Quod­li­bet).

Hai visto La gran­de bellezza? «Quel­la di Sor­ren­to?». Quel­la di Sor­ren­ti­no. «No».

Cuc­chi non è solo l’ar­ti­sta italiano con­tem­po­ra­neo più co­no­sciu­to (e for­se più pagato) nel mon­do. È an­che il più ama­to dai let­te­ra­ti e dai cri­ti­ci, «e for­se per que­sto», gli dico, «io non ca­pi­sco qua­si nul­la del­le pa­ro­le che scri­vo­no su di te». Per esem­pio (Ra­iu­no): “Cuc­chi al­lu­de da un la­to a un uni­ver­so po­po­la­re, dall’al­tro all’in­con­scio”. Me lo spie­ghi? « Non vuol di­re nul­la». Ap­pun­to. «Ma quel­li so­no fan. So­no come gli “in­ten­di­to­ri” di vi­no. Ca­pi­sci solo che gli pia­ce il vi­no». Dun­que la tua “nar­ra­zio­ne po­li­se­mi­ca”, “il tuo per­cor­so no­ma­di­co” e “la tua ar­te im­pli­ca­ta, im­pli­can­te e mai ap­pli­ca­ta” so­no come “il re­tro­gu­sto di violetta, er­ba di cam­po e pe­pe... del Sas­si­ca­ia”: pa­ro­le scon­nes­se. «E ho ci­ta­to», gli dico, «i cri­ti­ci im­por­tan­ti che ama­no le tue ope­re, da Bo­ni­to Oli­va a Vit­to­rio Sgarbi».

«Di­co­no be­ne di me, pun­to e ba­sta. In­ve­ce gli imbroglioni sie­te voi che la­vo­ra­te nei gior­na­li». E at­tac­ca: «Ce n’è uno, al Cor­rie­re del­la Se­ra, che ha scrit­to: “Cuc­chi è un ex con­trab­ban­die­re che ora con­trab­ban­da ar­te”. Mi die­de del con­trab­ban­die­re d’ar­te per­ché mi ri­fu­tai di il­lu­stra­re le sue poe­sie. Cre­de­va, po­ve­ri­no, di es­se­re un gran­de poe­ta». Da al­lo­ra Cuc­chi di­sprez­za i gior­na­li. E per tut­ta l’intervista mi chia­ma a vol­te Mau­ri, Mo­ri, o Mau­ro. Solo al­la fne, quan­do (for­se) di­ven­tia­mo amici, mi chia­ma Fran­ce­sco.

Le ori­gi­ni con­ta­di­ne, l’in­fan­zia di con­trab­ban­do

È fi­glio di con­ta­di­ni pie­mon­te­si e ne va fe­ro. È ve­ro che sei sta­to espul­so dal­la scuo­la? « Ti­rai un li­bro al­la mae­stra. Ma non c’è nul­la di cui van­tar­si». Hai pau­ra di pas­sa­re per “maledetto”? «Be’, c’era la fa­me nel do­po­guer­ra. E io so­no cre­sciu­to nel por­to di An­co­na». Come i mal­vi­ven­ti di De An­dré? «Bi­so­gna­va vi­ve­re». Dun­que il con­trab­ban­do lo fa­ce­vi dav­ve­ro? «Tut­to era con­trab­ban­do in quel tem­po e in quel luogo: il sa­le, le si­ga­ret­te, l’aria...».

Mae­stri d’ar­te? «Nes­su­no. Co­min­ciai da un re­stau­ra­to­re che ogni tan­to mi per­met­te­va di di­pin­ge­re». Co­sa? «Olio». È ri­ma­sto nul­la? «Nul­la». Come si chia­ma­va il re­stau­ra­to-

«CON LE PA­RO­LE

CI SI SMAR­RI­SCE, CON LE MA­NI

CI SI RI­TRO­VA» «DA DE­CEN­NI, AL MAT­TI­NO PRE­STO, GI­RO PER RO­MA,

SFIO­RO LE PA­RE­TI, MI GRATTO CON­TRO I MU­RI»

re? «Non ri­cor­do». E poi? «Una don­na vi­de un mio qua­dro, e vin­si il pre­mio Gut­tu­so, una som­ma enor­me: 60mi­la li­re».

Quan­do hai ca­pi­to che ce l’ave­vi fat­ta? «Mai». Tuo pa­dre, pri­ma di mo­ri­re, ha visto il tuo suc­ces­so? «Sì. Lui parlava per immagini. Brunella... » . Chi? Cuc­chi non rie­sce a di­re “la mia ex mo­glie”: «La ma­dre di mio fglio ne ha fat­to una tra­du­zio­ne in in­gle­se e poi in italiano». Spie­ghe­re­sti pu­re a me, come spie­ga­sti a lui, cos’è la Tran­sa­van­guar­dia? Mi sbat­te per due vol­te l’in­di­ce sul pet­to e agi­ta le ma­ni nell’aria per­ché «con le pa­ro­le ci si smar­ri­sce e con le ma­ni ci si ri­tro­va». Poi ri­den­do mi spie­ga co­sì la Tran­sa­van­guar­dia: «Achille è un ami­co, non un ar­ti­sta».

Gli rac­con­to che ho fat­to il gio­co del­le do­man­de cre­ti­ne e del­le ri­spo­ste in­tel­li­gen­ti con Um­ber­to Eco. «Pro­via­mo».

Gli chie­si: «Qual è il tuo piat­to pre­fe­ri­to?!». «E la ri­spo­sta?». I pi­sel­li ri­pie­ni. Ora Cuc­chi di­se­gna con le ma­ni nell’aria un bel pi­sel­lo ri­pie­no. «Ri­pie­no di co­sa?». «Non so», dico, «car­ne, po­mo­do­ro, moz­za­rel­la…».

«No, è gas ra­re­fat­to. Scri­vi, per fa­vo­re, che Um­ber­to Eco non ca­pi­sce nul­la di ar­te ed è uno scan­da­lo che gli per­met­ta­no di scri­ver­ne co­sì tan­to».

Più che di­scon­nec­ted, Cuc­chi è tan­gen­zia­le. E in­fat­ti sfo­ra il cer­chio dell’iro­nia: «I li­bri di Um­ber­to Eco so­no li­bri che non rie­sco­no a di­ven­ta­re li­bri». Sem­bra il Mar­co­val­do cal­vi­nia­no: «Ci vuo­le la te­sta vuo­ta per crea­re. Con la te­sta pie­na fai l’um­ber­to Eco, ma non l’ar­ti­sta; fai il cri­ti­co, ma non il pit­to­re».

Tu non hai In­ter­net, ve­ro? «Per ca­ri­tà». Sai che è pie­no di cose che ti ri­guar­da­no? «Non mi im­por­ta » . E pe­rò il fi­glio Ales­san­dro, al­le­gro sor­ve­glian­te po­ve­ro del con­ven­to ric­co, ve­de tut­to e ri­spon­de per lui: «Ieri se­ra han­no man­da­to al bab­bo del­le do­man­de: “È più im­por­tan­te l’aria o il fuo­co nel­la sua ar­te?”. Ho ri­spo­sto io: la ter­ra. Ma quel­lo ha in­si­sti­to...».

E ri­do­no, En­zo e Ales­san­dro Cuc­chi: «So­no pa­ro­le truc­ca­te e ispi­ra­te che con­ser­va­no solo l’odo­re di un si­gni­f­ca­to». Ales­san­dro ha trent’an­ni, è lau­rea­to in Bio­lo­gia ma­ri­na, gio­ca al rug­by, mi mo­stra un pic­co­lo e bel li­bro su Tano Festa che ha pub­bli­ca­to con Ne­ro: «Fac­cio il se­gre­ta­rio di mio pa­dre».

Ha an­co­ra la sua stan­za nel­la ca­sa del bab­bo, «una ex fa­le­gna­me­ria» in via dell’orso, a Ro­ma. «Qui abi­ta­va la fa­mi­glia Fer­ra­ra. Giu­lia­no lo ri­cor­do da bam­bi­no, una bel­la crea­tu­ra uma­na». Non c’è l’aria del ri­fu­gio, po­chi qua­dri al­le pa­re­ti, an­che il Le­nin «che mi die­de An­dy Warhol » sta, di­scre­ta­men­te, in un an­go­lo.

Mol­ta pa­sta all’amatriciana, nes­sun au­to­ri­trat­to

Man­gia­mo all’orso 80. A tavola sia­mo cin­que e l’intervista di­ven­ta un Hell­za­pop­pin’: « Il mae­stro ha or­di­na­to amatriciana per tutti», dice il ca­me­rie­re. E Cuc­chi: «Bi­so­gna fdar­si de­gli ar­ti­sti, ma an­che dei car­ciof e del Bru­cia­to di An­ti­no­ri». È lun­go e, a 65 an­ni, an­co­ra ma­gro. Gof­fre­do Pa­ri­se scris­se che «ha la fac­cia da matto e la te­sta di vi­tel­lo... e la sua pit­tu­ra ri­cor­da quel­la dei pazzi di Ve­ro­na». So­mi­glia ai ritratti che ne fan­no: «Non fa­rò mai il mio au­to­ri­trat­to. L’idea mi dà le ver­ti­gi­ni».

Da un po’ di tem­po non ha più la si­ga­ret­ta in ma­no. «Ho do­vu­to fa­re un pic­co­lo in­ter­ven­to», dice toc­can­do­si sot­to il maglione a col­lo al­to. « Tu cer­chi l’im­bro­glio nell’ar­te. E i me­di­ci? Al­me­no noi sap­pia­mo quel che fac­cia­mo».

Dav­ve­ro tu ca­pi­sci i tuoi qua­dri? « Vai a di­re a Pao­lo Uc­cel­lo che non ca­pi­va quel­lo che fa­ce­va». Ma no, vo­glio di­re che non si chie­de a Ma­ra­do­na di spie­ga­re il suo gol. «Nel gol di Ma­ra­do­na c’è tut­to il cal­cio». Ap­pun­to, ma non la sua spie­ga­zio­ne. Altrimenti bi­so­gne­reb­be chie­de­re a una me­la di scri­ve­re un trat­ta­to di bo­ta­ni­ca. «Vuoi di­re che io so­no una me­la?».

E fnal­men­te la ri­sa­ta non è più il bor­bot­tio del contadino di Mor­ro d’alba. «Solo gli ar­ti­sti san­no ri­de­re dell’ar­te»

«È UNO S CAN­DA LO CHE UM­BER­TO ECO SCRI­VA CO­SÌ TAN­TO DI AR­TE: NON NE CA­PI­SCE

NUL­LA»

PAR­LA CON LE MA­NI So­pra, DAL­LE MAR­CHE AL MON­DO Ope­ra sen­za ti­to­lo del 1998 dell’ar­ti­sta na­to a Mor­ro d’alba (AN) nel 1949 IN FON­DE­RIA EN­ZO CUC­CHI AC­CAN­TO A UNA DEL­LE SUE SCUL­TU­RE

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