Brad Pitt

Con lui è sem­pre un affare di fa­mi­glia. Che si par­li dei sei fgli o dei com­pa­gni di set, BRAD PITT fa sem­pre la par­te del ge­ni­to­re pro­tet­ti­vo. Pas­sa­to («tra i bi­fol­chi»), pre­sen­te ( Fu­ry, un flm sul­la Se­con­da Guer­ra Mon­dia­le) e fu­tu­ro («ma­ga­ri in tv»

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di STUART MCGURK

Film e/o fgli, de­ci­de (tut­to) lui: «Tan­to, la vi­ta è una febbre del sa­ba­to se­ra»

Brad Pitt ha le idee chia­re su qua­le sia il flm che più lo ha in­fuen­za­to quan­do ri­pen­sa, con af­fet­to, all’in­fan­zia. Ave­va 13 an­ni e abi­ta­va a Spring­feld, Mis­sou­ri. I suoi ge­ni­to­ri era­no bat­ti­sti pra­ti­can­ti, mol­to ri­go­ro­si. Il flm, La febbre del sa­ba­to se­ra, era vie­ta­to ai mi­no­ri, ma lui si in­tru­fo­lò di sop­piat­to. Guar­da un po’ que­sta fa­mi­glia, pen­sò: una tur­bo­len­ta, so­cie­vo­le ni­dia­ta di New York, tutti sem­pre pron­ti a met­ter­si le ma­ni ad­dos­so e a ti­rar giù la ca­sa a furia di gri­da. Un caos, cer­to, ma che caos di­ver­ten­te. So­prat­tut­to, che amo­re! Che amo­re evi­den­te de­gli uni per gli al­tri.

Da un la­to, era tut­to mol­to di­ver­so dal­la sua espe­rien­za – «Io mi so­no for­ma­to su un solo li­bro: la Bib­bia», dice, «per­ciò quel­la si­tua­zio­ne non mi qua­dra­va » –, ma dall’al­tro ave­va ca­pi­to, già al­lo­ra, che era quel­lo il ti­po di vi­ta che de­si­de­ra­va. Una gran­de fa­mi­glia. Sem­pre sull’or­lo del caos. E quel ti­po di amo­re esa­ge­ra­to che a vol­te la­scia an­che qual­che li­vi­do.

Per set­te me­si lon­ta­no dall’ir­re­quie­ta ni­dia­ta che ha co­strui­to con An­ge­li­na

Og­gi vi­ve con l’ir­re­quie­ta ni­dia­ta che ha co­strui­to con An­ge­li­na Jo­lie: sei fi­gli in tut­to, dai ge­mel­li Knox e Vi­vien­ne (6 an­ni) all’adot­ti­va Mad­dox ( 12). Quan­do so­no tutti a ca­sa è un «gran ca­si­no», ma quan­do è lon­ta­no ne ha una nostalgia strug­gen­te, am­met­te con gran­de can­do­re.

L’ul­ti­mo film, Fu­ry, di­ret­to da Da­vid Ayer, gli è co­sta­to mol­ta fa­ti­ca: mentre lui gi­ra­va in In­ghil­ter­ra, An­ge­li­na era in Au­stra­lia a di­ri­ge­re Un­bro­ken (in usci­ta il 29 gen­na­io in Ita­lia). «Era­va­mo sem­pre riu­sci­ti ad al­ter­nar­ci nel la­vo­ro, ma sta­vol­ta non ce l’ab­bia­mo fat­ta. Angie do­ve­va ini­zia­re il suo flm in Au­stra­lia, io sta­vo co­min­cian­do le ri­pre­se qui, per­ciò i bam­bi­ni fa­ce­va­no avan­ti e in­die­tro: al­cu­ni con lei, gli al­tri con me. Si pren­de­va l’ae­reo per ve­der­ci e sta­re un po’ in­sie­me, ma­ga­ri sol­tan­to un gior­no. Ci è pe­sa­to».

Poi han­no an­che co­min­cia­to a scri­ver­si. «Era il mo­do giu­sto per co­mu­ni­ca­re, per­ché ci tro­va­va­mo ve­ra­men­te ai ca­pi op­po­sti del mon­do; que­ste let­te­re so­no sta­te una bel­lis­si­ma oc­ca­sio­ne per aprir­ci an­co­ra di più». An­che co­sì, pe­rò, è sta­ta du­ra re­sta­re per me­si e me­si sen­za quell’ado­ra­bi­le caos, sen­za quel­la vi­ta che ha sem­pre de­si­de­ra­to, da quan­do, 38 an­ni pri­ma, si era in­tru­fo­la­to in quel ci­ne­ma: Brad Pitt ci rac­con­ta la sof­fe­ren­za lun­ga set­te me­si che è sta­to il set di Fu­ry. Per­ché c’era an­che un re­gi­sta che metteva i pro­ta­go­ni­sti uno con­tro l’al­tro, che pra­ti­ca­va la guer­ra psi­co­lo­gi­ca, che li ha re­si fra­tel­li affn­ché po­tes­se­ro fe­rir­si come solo tra fra­tel­li si può fa­re; ma rac­con­ta an­che il gran flm che, no­no­stan­te tut­to, han­no fni­to per con­fe­zio­na­re.

Sia­mo in una sa­la del Mu­seo del Car­ro Ar­ma­to di Bo­ving­ton, nel Dor­set, se­du­ti da­van­ti allo Sher­man usa­to nel flm: una mac­chi­na per uc­ci­de­re da 30 ton­nel­la­te. Brad Pitt è di una cor­te­sia sen­za li­mi­ti, ma an­che lie­ve­men­te in­quie­to. Mentre par­la i suoi oc­chi va­ga­no, ma quan­do ascolta so­no con­cen­tra­ti: si al­lar­ga­no e as­sor­bo­no, vul­ne­ra­bi­li e cu­rio­si. «C’è qua­si un che di ti­mi­do in lui», mi ha det­to al te­le­fo­no Da­vid Ayer, il re­gi­sta. «Ha no­te­vo­le pre­sen­za fsi­ca e una gran­de for­za di vo­lon­tà, ma an­che una par­ti­co­la­re ri­ser­va­tez­za».

In al­tri ter­mi­ni, non avrà la par­lan­ti­na di Geor­ge Cloo­ney – fon­te ine­sau­ri­bi­le di un fa­sci­no “pia­cio­ne” e stu­dia­to – ma que­sto, per mol­ti ver­si, lo ren­de an­co­ra più sim­pa­ti­co, per­ché una co­sa è chia­ra: Brad Pitt non fa moi­ne con nes­su­no. «Geor­ge è di­ver­ten­te da mo­ri­re, è una gio­ia aver­lo in­tor­no. Io cor­ri­spon­do più al ti­po dell’in­gua­ri­bi­le stron­zo » . Ride. « So­no un po’ un so­li­ta­rio, mi sa. Ta­ci­tur­no per na­tu­ra. Inol­tre ve­nen­do dall’okla­ho­ma, ter­ra di bi­fol­chi, so­no for­se più ri­ser­va­to».

Brad Pitt usa la fa­ma per fa­re flm mi­glio­ri, non per spun­ta­re ca­chet più al­ti. La sua car­rie­ra – al fian­co di re­gi­sti come Quen­tin Ta­ran­ti­no e Ter­ren­ce Ma­lick, Da­vid Fin­cher e i fra­tel­li Coen – sf­da le leg­gi di Hol­ly­wood. Ha sem­pre evi­ta­to quel ti­pi­co scam­bio “uno per me, uno per lo­ro” - un mo­do di al­ter­na­re la­vo­ri au­to­ria­li e in­tel­li­gen­ti a flm di cas­set­ta, crea­to per con­ser­va­re lo sta­tus di­vi­sti­co: lui fa solo ci­ne­ma per sé. «So­no mol­to se­let­ti­vo. A mol­ti re­gi­sti dico di no. Che è la pa­ro­la più po­ten­te, nel no­stro la­vo­ro».

Ri­cor­da che ai tempi di Vento di pas­sio­ni (1994) i pro­dut­to­ri ta­glia­ro­no la sua sce­na pre­fe­ri­ta per­ché era sta­ta vo­ta­ta come la “più de­te­sta­ta” do­po una pro­ie­zio­ne di pro­va. Lui chie­se di con­sul­ta­re il rap­por­to di mar­ke­ting in questione e vi­de che la stes­sa sce­na era la se­con­da tra le “più ap-

«MI SO­NO

FOR­MA­TO

SU UN SOLO

LI­BRO: LA

BIB­BIA»

prez­za­te”. «Ehi, gente», pro­te­stò, «sia­mo qui per su­sci­ta­re pro­prio emo­zio­ni, non con­sen­so». In oc­ca­sio­ne del la­vo­ro suc­ces­si­vo, Se7en, Pitt im­po­se nel con­trat­to due con­di­zio­ni: la sce­na fna­le del­la te­sta moz­za­ta sa­reb­be ri­ma­sta, e il suo per­so­nag­gio do­ve­va uc­ci­de­re l’as­sas­si­no in un im­pe­to san­gui­na­rio det­ta­to dall’ira, non dar mo­stra di eroi­co au­to­con­trol­lo.

«Ver­so i flm che de­ci­do di gi­ra­re ho un at­teg­gia­men­to pro­tet­ti­vo», rac­con­ta. «Sia che si trat­ti di con­ser­va­re per este­so il ti­to­lo de L’as­sas­si­nio di Jes­se Ja­mes per ma­no del co­dar­do Ro­bert Ford o di que­stio­ni più so­stan­zia­li le­ga­te al mon­tag­gio » . Usa il (con­si­de­re­vo­le) po­te­re di cui di­spo­ne an­che per quel­li che pro­du­ce.

«Sul set di Fu­ry vo­le­va­mo es­ser mes­si sot­to pres­sio­ne, aspet­ta­va­mo il gong»

La sua “Plan B En­ter­tain­ment” ha man­da­to di «re­pe­ri­re ma­te­ria­le che per in­trin­se­ca dif­fi­col­tà ri­schia di non ar­ri­va­re sul­lo scher­mo» e ha con­tri­bui­to a ope­re pre­mia­te con l’oscar: da The De­par­ted - Il Be­ne e il Ma­le a 12 an­ni schiavo (in cui ha avu­to una par­ti­ci­na).

Quan­do ha ac­cet­ta­to Fu­ry, sa­pe­va che si sa­reb­be espo­sto a cer­ti ri­schi. Per far sì che gli at­to­ri fos­se­ro con­vin­cen­ti, nel­la par­te di sol­da­ti se­mi-pro­stra­ti al ter­mi­ne di una lun­ga guer­ra, il re­gi­sta Da­vid Ayer ave­va de­ci­so di far­glie­ne pas­sa­re di tutti i co­lo­ri. Let­te­ral­men­te. Tan­to per co­min­cia­re, li ha spe­di­ti in un cam­po d’ad­de­stra­men­to dei Na­vy Seals. Do­ve Pitt, rac­con­ta il com­pa­gno di set Jon Bern­thal, s’è mes­so in gio­co: «In­som­ma, lui è Brad Pitt: non è co­stret­to a fa­re le stron­za­te dei co­mu­ni mor­ta­li. Ma non di­men­ti­co che, più fa­ce­va freddo e umi­do, più la si­tua­zio­ne di­ven­ta­va pe­no­sa,

più lui sem­bra­va con­ten­to». Ayer se­mi­na­va ziz­za­nia tra i mem­bri del ca­st e li ha co­stret­ti a vi­ve­re nel car­ro ar­ma­to. Al mo­men­to di co­min­cia­re le ri­pre­se – do­po quat­tro lun­ghi me­si di pre­pa­ra­ti­vi – ave­va già det­to do­ve in­ten­de­va ar­ri­va­re: li vo­le­va pie­ga­ti ma an­che le­ga­ti fra lo­ro, nel be­ne e nel ma­le, come una fa­mi­glia. «Da­vid ave­va que­st’idea ma­la­ta » , con­ti­nua Bern­thal: «che cioè quan­to più sa­pe­va­mo gli uni de­gli al­tri, tan­to più a fon­do po­te­va­mo fe­rir­ci». «È sta­ta un’espe­rien­za mol­to in­ten­sa » , dice Pitt. D’al­tra par­te: «Io so­no spie­ta­to, come re­gi­sta » , am­met­te Ayer. «In­som­ma», dice Brad, «quan­do suo­na­va il gong, noi sa­li­va­mo sul ring. E, in un cer­to sen­so, de­si­de­ra­va­mo es­se­re mes­si sot­to pres­sio­ne, per con­ti­nua­re a im­me­de­si­mar­ci a fon­do nel­la no­stra par­te».

In una si­mi­le si­tua­zio­ne di fol­lia con­trol­la­ta Shia Labeouf, che re­ci­ta la par­te del mi­tra­glie­re, ha vo­lu­to di­stin­guer­si e, in no­me del­la ve­ro­si­mi­glian­za, ha de­ci­so di to­glier­si un den­te do­po es­ser­si pro­cu­ra­to un ve­ro ta­glio in fac­cia. « È un ra­gaz­zo ado­ra­bi­le», dice di lui Brad Pitt. «È uno dei mi­glio­ri at­to­ri che ab­bia mai visto. Fa le cose fi­no in fon­do, l’ami­co: lo dico io, che ho avu­to la fortuna di la­vo­ra­re con tan­ti gran­di at­to­ri. È uno dei più bra­vi».

Fu­ry, spie­ga, rac­con­ta la vi­cen­da di una “fa­mi­glia” che de­ve adat­tar­si all’ar­ri­vo di un nuo­vo ele­men­to, la re­clu­ta in­ter­pre­ta­ta da Lo­gan Ler­man. «È come cre­sce­re un fglio, ma in un gior­no solo, ed è una co­sa mol­to do­lo­ro­sa per un pa­dre». Non è un ca­so, for­se: os­ser­van­do gli ul­ti­mi flm di Brad Pitt, si no­ta quan­to sia ri­cor­ren­te il te­ma del­la fa­mi­glia, dal ge­ni­to­re au­to­ri­ta­rio di The Tree of Life al pa­dre che cer­ca solo di sal­va­re la pro­pria fa­mi­glia in World War Z, pas­san­do per il pa­pà che, al­la fne di Mo­ney­ball - L’ar­te di vincere, ri­nun­cia al la­vo­ro idea­le per star vi­ci­no al­la fglia. Né è un ca­so che ab­bia ac­cet­ta­to di ar­ri­va­re a cer­ti estre­mi in Fu­ry: vo­le­va ri­ba­di­re che può an­co­ra per­met­ter­se­lo. In fon­do, ha ap­pe­na com­piu­to 51 an­ni. Ma d’al­tra par­te ri­cor­da con un sor­ri­so che è sposato e che vuo­le go­der­si i fgli che cre­sco­no. In­fat­ti sta di­ra­dan­do di pro­po­si­to gli im­pe­gni di la­vo­ro come at­to­re. «Ho ral­len­ta­to un po’, non c’è dub­bio, e sto gra­dual­men­te pas­san­do ad al­tre cose», am­met­te: «in­som­ma, vo­glio pas­sa­re più tem­po con i miei ra­gaz­zi, pri­ma che cre­sca­no e se ne va­da­no».

Ha per­si­no pen­sa­to al­la te­le­vi­sio­ne – era in trat­ta­ti­ve, con­fes­sa, per la se­con­da se­rie di True Detective. Una co­sa è cer­ta, che in fu­tu­ro non esclu­de l’ipotesi di ac­cet­ta­re qual­che ruo­lo sul pic­co­lo scher­mo: «Stan­no fa­cen­do gran­di cose, in tv».

«Da ra­gaz­zo mi sen­ti­vo stru­men­ta­liz­za­to e in­com­pre­so. Ci fos­se sta­to Twit­ter...»

Non è mai sta­to su Twit­ter: per ora, dice, non ne sen­te il bi­so­gno. «Un pre­gio ce l’ha di si­cu­ro. Lo puoi usa­re per smen­ti­re vo­ci e chia­ri­re equivoci. Se l’aves­si avu­to agli ini­zi, me ne sa­rei senz’al­tro ser­vi­to. Da ra­gaz­zo mi sen­ti­vo ab­ba­stan­za stru­men­ta­liz­za­to e in­com­pre­so. Mi pe­sa­va mol­to». Par­la del­le pres­sio­ni che og­gi de­vo­no af­fron­ta­re i col­le­ghi più gio­va­ni: rie­mer­go­no il la­to pa­ter­no e l’an­sia per le nuo­ve ge­ne­ra­zio­ni, quel­la di un uo­mo che pensa sem­pre al­la si­cu­rez­za dei fgli.

Gli do­man­do se è fe­li­ce. Ci pensa su un se­con­do. «Ti di­rò: pen­so da sem­pre che la felicità sia so­prav­va­lu­ta­ta. So­no i pe­rio­di di dif­f­col­tà che pla­sma­no i successivi mo­men­ti bel­li, ed è sem­pre una questione di com­pro­mes­si, di even­ti ca­sua­li, di vit­to­rie, di sconft­te». Di amo­re, di quell’amo­re che tal­vol­ta la­scia qual­che li­vi­do.

«SO­NO UN SO­LI­TA­RIO, TA­CI­TUR­NO. UNO STRON­ZO IN­GUA­RI­BI­LE»

«So­no mol­to se­let­ti­vo con i re­gi­sti. “No” è la pa­ro­la più po­ten­te nel no­stro la­vo­ro»

BRAD PITT, 51 AN­NI, SUL SET DI FU­RY, IN COM­PA­GNIA DI ( DA SI­NI­STRA) JON BERN­THAL, LO­GAN LER­MAN E SHIA LABEOUF

T- SHIRT E JEANS MADEWORN ( OC­CHIA­LI E GUANTI FAN­NO PAR­TE DEL GUAR­DA­RO­BA PER­SO­NA­LE DI BRAD PITT)

IL CA­ST PRIN­CI­PA­LE DI CON IL VE­RO PRO­TA­GO­NI­STA DEL FILM: UN CAR­RO AR­MA­TO SHER­MAN

FU­RY

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