Viag­gi al­la fi­ne del mon­do: An­tar­ti­de

Mi­ca la so­li­ta Bien­na­le in qual­che po­sto eso­ti­co: sta­vol­ta il no­stro cu­ra­to­re d’ar­te pre­fe­ri­to è an­da­to in AN­TAR­TI­DE. Lì ha sco­per­to che il so­le a mezzanotte è un in­cu­bo, gli ice­berg so­no ot­ti­mi per il whi­sky e la Ter­ra è pro­prio per­fet­ta, an­che se la g

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di FRAN­CE­SCO BONAMI

A co­sa ser­ve tut­to quel ghiac­cio? È per il whi­sky di Fran­ce­sco Bonami

So­no an­da­to in An­tar­ti­de gra­zie a un ami­co mol­to in­te­res­sa­to all’am­bien­te e all’ener­gia. Un an­no fa mi chie­se se mi in­te­res­sas­se e io com­mi­si l’er­ro­re di dir­gli di sì, pen­san­do che non sa­reb­be mai suc­ces­so. L’ho in­con­tra­to di nuo­vo a set­tem­bre: «Sei pronto?», mi ha det­to. «Si va a novembre? » . Tan­to per fa­re il ma­cho, gli ho ri­spo­sto «Cer­to!». E co­sì mi è toc­ca­to par­ti­re.

La primavera, che cor­ri­spon­de al no­stro au­tun­no inol­tra­to, è la sta­gio­ne giu­sta per vi­si­ta­re l’an­tar­ti­de: al­cu­ne cose co­min­cia­no a scio­glier­si, mentre in cer­ti pun­ti si ve­do­no an­co­ra le on­de dell’ocea­no ghiac­cia­to, che si scio­glie­ran­no nel gi­ro di qual­che settimana. È sta­ta un’espe­rien- za piut­to­sto in­ten­sa. Par­ti­ti da Cit­tà del Ca­po con una valigia pie­na di ro­ba, an­che se, una vol­ta lì, non ci sia­mo cam­bia­ti qua­si mai, ab­bia­mo vo­la­to a lun­go con un ae­reo non pres­su­riz­za­to a 7.000 pie­di di al­ti­tu­di­ne.

Al­cu­ni ice­berg sem­bra­va­no tal­men­te in­con­ta­mi­na­ti che stac­ca­va­mo dei pez­zi di ghiac­cio per met­ter­li nel whi­sky. Nel­la ba­se rus­sa si be­ve sul se­rio; non è il ca­so di smal­ti­re i po­stu­mi di una sbor­nia là den­tro. Io di cer­to non me la sen­ti­vo. Non cre­do sa­reb­be sta­to di­ver­ten­te. E poi il ci­bo non è un gran­ché.

Per­lo­più è sur­ge­la­to. Stai mol­to in al­to per la mag­gior par­te del tem­po e pro­vi un leg­ge­ro sen­so di nau­sea; non hai un gran­de appetito. Era tut­to mol­to ben or­ga­niz­za­to, e ti ve­ni­va da pen­sa­re sol­tan­to a quel che ti di­ce­va­no di fa­re. Non ci se­de­va­mo in­tor­no al ta­vo­lo per chie­der­ci: «Co­sa fa­re­mo domani?». Si va lì con un pro­gram­ma spe­ci­f­co, non si può di­re: «Ok, og­gi ce ne stia­mo qui a pol­tri­re». Si sta sem­pre in mo­vi­men­to. In que­sto pe­rio­do dell’an­no non ca­de mai la not­te. C’è tan­tis­si­ma lu­ce. È sta­to sner­van­te, per­ché si ar­ri­va­va in un po­sto, ti mo­stra­va­no una camera da let­to e poi ti di­ce­va­no che te ne do­ve­vi an­da­re nel gi­ro di un pa­io d’ore. Non si sa co­sa fa­re, non si dor­me.

Pol­tri­re? Vie­ta­to. Si sta sem­pre in mo­vi­men­to

So­no con­ten­to di aver fat­to que­sto viag­gio, ma non cre­do che avrò vo­glia di tor­nar­ci, in quel po­sto. Non rap­pre­sen­ta nien­te di spe­cia­le da un pun­to di vi­sta cu­ra­to­ria­le, an­che se im­ma­gi­no non ci sia­no sta­ti mol­ti cu­ra­to­ri da quel­le parti. Tut­ta­via am­met­to che mi ha ispi­ra­to in mo­do mol­to mi­sti­co, so­prat­tut­to do­po aver in­con­tra­to uno scien­zia­to au­stra­lia­no (o for­se neo­ze­lan­de­se) nel­la ba­se ame­ri­ca­na Amund­sen-scott. Quell’uo­mo mi ha det­to, più o me­no: «Se la Ter­ra e il so­le non esi­stes­se­ro, for­se po­trem­mo sta­bi­li­re se l’uni­ver­so ha un so­pra e un sot­to». Era un di­scor­so ab­ba­stan­za

I N FON­DO SI AR­RI­VA FIN QUI PER

PO­TER­LO RAC­CON­TA­RE

AGLI AMICI

as­sur­do, ma mi ha fat­to mol­to ri­flet­te­re poi­ché è ve­ro che, quan­do uno è in An­tar­ti­de, si pensa di sta­re a te­sta in giù. Poi guar­da ver­so l’al­to e si ren­de con­to di guar­da­re pur sem­pre in su! Chiun­que ab­bia in­ven­ta­to l’uni­ver­so, che sia l’uo­mo o un dio, è sta­to mol­to in­tel­li­gen­te: ha crea­to qual­co­sa in cui nes­su­no può guar­da­re il Crea­to­re dall’al­to in bas­so, per­ché an­che se pen­si di guar­da­re in giù, ti ri­vol­gi sem­pre ver­so l’al­to.

In que­sto po­sto ho ca­pi­to quan­to so­no diventato pi­gro

For­se è un pen­sie­ro scioc­co, ma am­met­to che non mi era mai ve­nu­to in men­te pri­ma di tro­var­mi lì. Non amo vi­ve­re in mez­zo al­la na­tu­ra. Ho do­vu­to com­pie­re uno sfor­zo d’im­ma­gi­na­zio­ne per av­ven­tu­rar­mi in que­sto viag­gio. Ma so­no con­ten­to di aver fat­to la fa­ti­ca ne­ces­sa­ria.

È in oc­ca­sio­ni del ge­ne­re che ti ren­di con­to di quan­to sei diventato pi­gro. Ma­ga­ri vai a ve­de­re l’en­ne­si­ma Bien­na­le in un luogo eso­ti­co do­ve tro­vi le stes­se per­so­ne che in­con­tre­re­sti a New York, ma poi t’im­pi­gri­sci men­tal­men­te e ti rie­sce dif­f­ci­le re­car­ti in po­sti do­ve non ti aspetti di tro­va­re qual­co­sa di uti­le per il tuo la­vo­ro. Pen­so che mi ab­bia fat­to be­ne an­da­re in An­tar­ti­de, per il sem­pli­ce gu­sto di an­dar­ci. Non c’era né te­le­fo­no né in­ter­net, nien­te. Co­sa ho fat­to al mio ri­tor­no a Mi­la­no? So­no an­da­to in uf­f­cio e ho ri­pre­so a la­vo­ra­re. Poi ho in­con­tra­to un po’ di gente che co­no­sco e ho co­min­cia­to a rac­con­tar­gli la mia espe­rien­za. In fon­do si va in An­tar­ti­de per po­ter­lo poi rac­con­ta­re.

UN “AR­CHI­VIO DEL GHIAC­CIO” NEL­LA BA­SE RUS­SA

FRAN­CE­SCO BONAMI, DI­RET­TO­RE AR­TI­STI­CO DEL­LA FON­DA­ZIO­NE SAN­DRET­TO RE RE­BAU­DEN­GO, AL PO­LO SUD. A DE­STRA, L’IN­TER­NO DEL­LA BA­SE RUS­SA, DO­VE SI ANA­LIZ­ZA L’ACQUA TRO­VA­TA 3600 ME­TRI SOT­TO IL GHIAC­CIO

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