Mar­co Ma­te­raz­zi

Co­sa ci fa MAR­CO MA­TE­RAZ­ZI sul­la pan­chi­na di una squadra del Pae­se che oc­cu­pa solo il 171° po­sto nel ran­king Fifa? «So­no un pre­cur­so­re, un apri­pi­sta. Ma­ga­ri, tra die­ci an­ni, ver­ran­no tutti a gio­ca­re in In­dia»

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di MAD­DA­LE­NA BIANCO

«Matrix al­le­na­to­re? Sì, del Chen­naiy­in: l’in­dia può es­se­re una pro­mes­sa man­te­nu­ta»

MATRIX L’IN­DIA­NO Lo spo­glia­to­io, i fans, la di­vi­sa, le gio­va­ni pro­mes­se: va­ri mo­men­ti del­la nuo­va vi­ta di Mar­co Ma­te­raz­zi (41 an­ni), dal­lo scor­so set­tem­bre di­fen­so­re a al­le­na­to­re del Chen­naiy­in, una del­le 8 squa­dre del­la In­dian Su­per Lea­gue. Ma­te­raz­zi ha por­ta­to la sua for­ma­zio­ne fno al­la se­mif­na­le dei playoff del neo­na­to campionato di cal­cio in­dia­no

Sul pra­to del­lo sta­dio di Chen­nai, ri­spar­mia­to per una se­ra da­gli ac­quaz­zo­ni mon­so­ni­ci, mi pa­re di ve­der dop­pio. Lag­giù, sul cam­po, ho in­tra­vi­sto due Mar­co Ma­te­raz­zi.

Uno era il freddo al­le­na­to­re che, mentre l’ar­bi­tro gli espel­le­va il por­tie­re, sta­va già se­gna­lan­do la so­sti­tu­zio­ne e ri­com­po­nen­do gli equi­li­bri del suo Chen­naiy­in, di cui è di­fen­so­re e ma­na­ger con un con­trat­to da un mi­lio­ne di dol­la­ri per due stagioni; il tec­ni­co esor­dien­te che ha por­ta­to la squadra fno al­la se­mif­na­le dell’in­dian Su­per Lea­gue, eliminata dai Ke­ra­la Bla­sters do­po un tem­po sup­ple­men­ta­re nel­la ga­ra di ri­tor­no. L’al­tro, che ho os­ser­va­to po­chi mi­nu­ti do­po, era in­ve­ce il fa­mo­so gi­gan­te Mar­co “Matrix” che ben co­no­scia­mo e ri­co­no­scia­mo mentre ag­gan­cia­va tra avam­brac­cio e bi­ci­pi­te un pic­co­lo at­tac­can­te, striz­zan­do­gli il col­lo tra muscoli e tatuaggi. In­die­treg­gia­va per far cre­de­re d’es­se­re lui l’ag­gre­di­to, ma pa­re­va qua­si che il suo av­ver­sa­rio re­sti so­spe­so da ter­ra.

Quan­do ci sia­mo in­con­tria­ti per una lun­ga chiac­chie­ra­ta e un tè verde nel­la son- tuo­sa hall dell’hyatt Re­gen­cy, do­ve ha abi­ta­to du­ran­te i tre me­si dell’isl, non ha ne­ga­to la di­co­to­mia. «Eh», ha riso, «so­no sem­pre io, non cam­bio. Quan­do so­no in cam­po non ho amici. Non mi fac­cio met­te­re i pie­di in te­sta. Se hai visto be­ne, era quell’at­tac­can­te con il nu­me­ro 6 che mi ave­va pro­prio rot­to i co­glio­ni. E i nu­me­ri di tar­ga li so pren­de­re an­co­ra. Chi scel­go tra i due, al­le­na­to­re o gio­ca­to­re? Se ho pre­so que­st’im­pe­gno è per­ché vo­glio fa­re l’al­le­na­to­re. Ma qui in In­dia, non in Ita­lia. In Ita­lia, og­gi, non mi ve­do nel cal­cio. Non per­ché sia un cal­cio esi­gen­te, ma per­ché è un cal­cio do­ve non san­no aspet­ta­re. Quan­do le cose non van­no be­ne in una squadra, è più fa­ci­le cam­bia­re l’al­le­na­to­re. Non è una co­sa di cui ho bi­so­gno, l’in­sta­bi­li­tà».

La pri­ma reazione do­po il suo ar­ri­vo: «Ma chi me lo ha fat­to fa­re?»

Co­sa ti ha per­sua­so ad af­fron­ta­re que­sta fa­se del­la car­rie­ra qui?

«So­no sem­pre sta­to uno che ha vis­su­to lo sport a mil­le all’ora e que­sta vo­glia di vincere sull’av­ver­sa­rio non si è mai fermata. È sem­pre sta­ta la mia for­za. E ho vin­to tut­to. Vo­le­vo met­ter­mi in pro­prio, ma an­che tro­va­re una sf­da nuo­va. Pe­rò sen­ti­vo la ne­ces­si­tà di stac­ca­re per un pa­io d’an­ni e co­sì ho pre­so il pa­ten­ti­no da al­le­na­to­re. Non mi sen­ti­vo pronto per un’espe­rien­za in Ita­lia. L’al­ter­na­ti­va era sta­re a ca­sa per un po’ o far­mi tre me­si in In­dia».

Ti sen­ti come un la­vo­ra­to­re di una mul­ti­na­zio­na­le co­stret­to a vi­ve­re fuori dall’ita­lia?

«Mi sen­to un pri­vi­le­gia­to, per­ché ma­ga­ri tra die­ci an­ni ver­ran­no tutti qui. Nel­la Le­ga indiana ci so­no 8 al­le­na­to­ri e 8 squa­dre: ce la stia­mo gio­can­do. In fu­tu­ro, mi au­gu­ro di es­se­re con­si­de­ra­to un apri­pi­sta. Mi pia­ce pen­sa­re di ap­por­ta­re qual­co­sa al cal­cio in un Pae­se con un po­ten­zia­le di cre­sci­ta co­sì im­por­tan­te. Spe­ro di es­se­re ri­cor­da­to, per­ché se lascio un ri­cor­do in­de­le­bi­le nel­le per­so­ne con cui la­vo­ro so­no sod­di­sfat­to. Per me la­scia­re un ri­cor­do vuol di­re vincere. Pas­sa­re inos­ser­va­to è una tri­stez­za. Non mi so­no mai ac­con­ten­ta­to di vi­vac­chia­re e mai mi ac­con­ten­te­rò».

Di­co­no che tu, Del Pie­ro e le al­tre star sie­te solo vec­chi gla­dia­to­ri spe­di­ti a com­bat­te­re le ul­ti­me bat­ta­glie nel­le lontane pro­vin­ce di un cal­cio ine­si­sten­te, mercenari qua­ran­ten­ni fni­ti in un ghet­to pro­fes­sio­na­le…

(Ve­do che sta per in­caz­zar­si, ma si con­trol­la. Do­po una pau­sa, e aver­mi lan­cia­to uno sguar­do di chi pren­de le mi­su­re, ri­spon­de) «Ghet­to pro­fes­sio­na­le? Ah, co­sì di­co­no? Al­lo­ra de­vo­no spie­gar­mi come mai uno come Del Pie­ro, che è sta­to due an­ni in Au­stra­lia, do­ve c’è il 3% di di­soc­cu­pa­zio­ne, uno che ha e ave­va an­co­ra più scel­ta di me, è an­che lui qui. Per­ché vo­le­va tro­var­si in un ghet­to? Per­ché gli pia­ce sof­fri­re o per­ché gli pia­ce ri­met­ter­si in gio­co? Ed è ve­nu­to qui come gio­ca­to­re, non come me che pos­so di­re: “Mah, og­gi mi an­no­io, dai, mi fac­cio gio­ca­re”. Non so­no in bancarotta, non ho smes­so di gio­ca­re, ho aper­to tre pun­ti vendita del mio ne­go­zio, lo Spa­ce23. So­no am­bi­zio­so. Quel­lo che di­co­no cer­ti gior­na­li­sti, o gior­na­lai, è solo in­vi­dia».

Come è sta­to il pri­mo im­pat­to con que­sto Pae­se?

«È un mon­do to­tal­men­te di­ver­so. Quan­do ar­ri­vi la pri­ma vol­ta, ti di­ci: “Ma chi me l’ha fat­to fa­re? Do­ve so­no ca­pi­ta­to?”. C’è mol­ta po­ver­tà e la gente ti sor­ri­de con un pez­zo di pane. All’ini­zio que­sto fe­ri­sce. Per­ché? Be’, su cen­to per­so­ne, no­van­ta so­no scal­ze. Non pen­so sia una scel­ta. Non cre­do che gli piac­cia cam­mi­na­re scal­zi sul ca­tra­me fre­sco. Ma que­sto è un Pae­se con un po­ten­zia­le in­cre­di­bi­le. L’in­dia è al 171° po­sto nel ran­king Fifa. Pos­so­no fa­re di me­glio. E la na­zio­na­le avrà an­che bi­so­gno di un bravo al­le­na­to­re, no?».

Ah, a que­sto stai pun­tan­do?

«Me lo de­vo­no chie­de­re lo­ro. Mi­ca pos­so can­di­dar­mi io. C’è gente di qua­li­tà. Og­gi nel mon­do non ci so­no solo le gran­di squa­dre dei gran­di Pae­si. Qui io vor­rei crea­re un’ac­ca­de­mia in­no­va­ti­va do­ve non co­strui­sci l’atle­ta, ma puoi ca­pi­re se un gio­ca­to­re può da­re il suo me­glio in Spa­gna, in Ita­lia o in In­ghil­ter­ra. Op­pu­re in In­dia, per sca­la­re quel­la clas­si­f­ca Fifa».

La tua squadra è ar­ri­va­ta in se­mif­na­le. Come ci sei riu­sci­to?

«Ho mes­so su­bi­to una regola: tutti ugua­li, stra­nie­ri e in­dia­ni. Per­ché, in­ve­ce, ho sa­pu­to che in qual­che al­tra squadra ci so­no gli in­dia­ni che dor­mo­no nel­le stan­ze tri­ple e gli stra­nie­ri han­no le sin­go­le. Non è mi­ca

«SO­NO QUI PER RE­STA­RE.

MA­GA­RI MI OF­FRO­NO LA NA­ZIO­NA­LE»

«Que­sto non è un ghet­to e io non ho smes­so di gio­ca­re né so­no in bancarotta»

tan­to sim­pa­ti­co, no? Per­ché più lus­so allo stra­nie­ro? Per pri­ma co­sa ven­go­no le per­so­ne. Gli in­dia­ni de­vo­no es­se­re ugua­li agli al­tri. La squadra è come una fa­mi­glia, ma dev’es­ser­ci ugua­glian­za. Sia­mo sem­pre as­sie­me: è ov­vio che è più fa­ci­le li­ti­ga­re che an­da­re d’ac­cor­do. An­che per­ché, in­dub­bia­men­te, chi non gio­ca è in­caz­za­to. Io ho smes­so pro­prio per quel­lo: per­ché a 37 an­ni an­co­ra mi in­caz­za­vo se mi la­scia­va­no in pan­chi­na. Come al­le­na­to­re, ho det­to al­la squadra che dob­bia­mo met­ter­ci il cuo­re, l’or­go­glio e la vo­glia di vincere. E solo do­po, la tec­ni­ca. E poi so­no for­tu­na­to ad ave­re im­pa­ra­to mol­to da Mou­ri­n­ho».

Hai an­che la fortuna che qui i pro­prie­ta­ri non ca­pi­sco­no mol­to di cal­cio.

«Ho la fortuna di ave­re una pro­prie­tà che sa di non sa­pe­re. Ave­vo un ra­gaz­zo in­dia­no che non sta­va be­ne e, di fron­te a me, parlava con la pre­si­den­tes­sa in hin­di. Gli ho det­to: “Oh, inu­ti­le che ti met­ti a par­lar­le in in­dia­no, tan­to qui si fa come dico io”. Per que­sto te­mo che non al­le­ne­rò mai in Ita­lia, per­ché se tro­vo un pro­prie­ta­rio che in­ve­ce mi fa sto­rie in si­tua­zio­ni del ge­ne­re lo attacco al mu­ro. Per me la di­gni­tà non ha prezzo».

«La le­zio­ne dei più gran­di: se na­sci com­pe­ti­ti­vo, mo­ri­rai com­pe­ti­ti­vo»

Con la glo­ba­liz­za­zio­ne del cal­cio sta na­scen­do uno sti­le di gio­co glo­ba­le? Co­sa stai sco­pren­do in que­sto sen­so con il Chen­naiy­in?

«Vor­rei dei gio­ca­to­ri con la tat­ti­ca ita­lia­na, la tec­ni­ca bra­si­lia­na e spa­gno­la, e il fsi­co di un in­gle­se o di un te­de­sco. Non in­se­gne­rei ai di­fen­so­ri a gio­ca­re di re­par­to. In­dur­re i ra­gaz­zi di 7, 8 o 10 an­ni ad af­f­dar­si agli al­tri nel­le dif­f­col­tà, abi­tua trop­po a far­si aiu­ta­re. Poi ti ri­tro­vi sen­za i Fer­ra­ra e i Can­na­va­ro. In uno con­tro uno fai più fa­ti­ca. Ma di­ven­ti un Ne­sta».

A pro­po­si­to di Ne­sta – che hai por­ta­to a gio­ca­re con il Chen­naiy­in – e dei Fer­ra­ra e Can­na­va­ro: come mai nel

cal­cio italiano si as­si­ste a un vuo­to pre­oc­cu­pan­te di lea­der ca­ri­sma­ti­ci?

«Per me in Ita­lia, in que­sto mo­men­to, c’è solo una squadra che ha un buon mo­del­lo: la Ro­ma. I lea­der ca­ri­sma­ti­ci ci so­no e si chia­ma­no Buf­fon, Tot­ti, De Ros­si, Pir­lo. Per cre­sce­re, i gio­va­ni de­vo­no solo guar­da­re come si com­por­ta­no questi quat­tro gio­ca­to­ri. Ci so­no cam­pio­ni an­che tra i più gio­va­ni, ma non ca­pi­sco­no le op­por­tu­ni­tà che han­no. Quan­do gio­ca­vo con Can­na­va­ro, Ne­sta, Buf­fon, Del Pie­ro, per me ogni al­le­na­men­to era una scuo­la. Ar­ri­vi in na­zio­na­le e pen­si d’es­se­re come lo­ro, ma sen­za umil­tà non lo sa­rai mai. Quan­do toc­chi il cie­lo con un di­to non pen­si che do­vrai lot­ta­re per ri­toc­car­lo, pen­si di es­se­re come lo­ro, non ve­di ol­tre l’oriz­zon­te. Qui sta l’er­ro­re. Nel vo­ler con­qui­sta­re gli obiet­ti­vi non guar­di avan­ti, ma in­die­tro. In que­sto mo­do ci met­te­rai più tem­po a rag­giun­ge­re quel­li successivi. Ma se na­sci com­pe­ti­ti­vo, mo­ri­rai com­pe­ti­ti­vo. Non ho mai visto gli asi­ni di­ven­ta­re ca­val­li».

FOTO DI SUMIT DA­YAL

«PRI­MA REGOLA: I N S Q UA D R A SIA­MO TUTTI

U G UA L I »

MAR­CO MA­TE­RAZ­ZI SU UN CAM­PET­TO DI CHEN­NAI, CA­PI­TA­LE DEL­LO STA­TO DEL SUD TA­MIL NA­DU: QUA­SI 5 MI­LIO­NI DI ABI­TAN­TI

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