Ja­mes Ell­roy

Ha per­so le spe­ran­ze di sco­pri­re chi uc­ci­se sua ma­dre, non la vo­glia di scri­ve­re. Mentre esce il suo ul­ti­mo ro­man­zo, JA­MES ELL­ROY sve­la le sue co­stan­ti per­ver­sio­ni: sesso, bu­gie, or­ge e una be­stia­le os­ses­sio­ne per i pet­te­go­lez­zi mor­bo­si

GQ (Italy) - - Sommario - TE­STO DI CLAU­DI­NE MULARD FOTO DI DO­NALD GRA­HAM

Mentre esce il nuo­vo ro­man­zo, sve­la le sue

per­ver­sio­ni: sesso, bu­gie e pet­te­go­lez­zi

Sin da Le strade dell’innocenza, del 1984, Ja­mes Ell­roy è an­no­ve­ra­to tra i gran­di au­to­ri ame­ri­ca­ni, ere­de di scrit­to­ri qua­li Ray­mond Chand­ler, Da­shiell Ham­mett e Ross Mac­do­nald, le cui lezioni so­no sta­te da lui as­si­mi­la­te al­la per­fe­zio­ne. Ell­roy si è poi eman­ci­pa­to dai suoi nu- mi tu­te­la­ri e si è lan­cia­to con il suc­ces­so che sap­pia­mo in un am­bi­zio­so af­fre­sco lo­san­ge­li­no ( Da­lia ne­ra, 1987; Il gran­de nul­la, 1988; L.A. Con­f­den­tial, 1990; White Jazz, 1992) da cui emer­ge un mon­do di psi­co­pa­ti­ci, di cor­ru­zio­ne, di vio­len­za sa­di­ca. Con una scrit­tu­ra sec­ca, con­ci­ta­ta, in cui le de­scri­zio­ni so­no ri­dot­te al mi­ni­mo, Ell­roy in­fran­ge ogni vol­ta le con­ven­zio­ni del noir po­li­zie­sco e co­glie al­la sprov­vi­sta il let­to­re con dei gan­ci allo sto­ma­co che so­no, al con­tem­po, uno sber­lef­fo al po­li­ti­ca­men­te cor­ret­to. Nel 1995, la trilogia Underworld Usa ( Ame­ri­can Ta­bloid, 1995; Sei pez­zi da mil­le, 2001; Il san­gue è ran­da­gio, 2009) si spin­ge an­co­ra ol­tre con la sua vo­lon­tà di­chia­ra­ta di ri­co­strui­re nien­te­me­no che la sto­ria de­gli Sta­ti Uni­ti de­gli An­ni 60. Tor­ne­rà poi a ope­re più au­to­bio­gra­f­che ( I miei luo­ghi oscu­ri, 1996; Caccia al­le don­ne, 2010) in cui par­la del­la tra­gi­ca fne del­la ma­dre e dell’as­sen­za del pa­dre.

«Io in­ven­to l’es­sen­zia­le, c’è chi la­vo­ra per con­to mio»

Il suo ul­ti­mo li­bro, Ri­cat­to, del 2012, si pre­sen­ta­va come la con­fes­sio­ne di un ex po­li­ziot­to cor­rot­to, Fred Ota­sh, tra­sfor­ma­to­si in uno dei più gran­di pro­pa­ga­to­ri di pet­te­go­lez­zi a Hol­ly­wood ne­gli An­ni 50 e 60. Il la­vo­ro più recente, in­ve­ce, è Per­f­dia, pri­mo vo­lu­me di una nuo­va te­tra­lo­gia, un va­sto qua­dro d’in­sie­me sul­la Ca­li­for­nia che Ei­nau­di pub­bli­che­rà nel me­se di mar­zo.

Per­ché ha scel­to pro­prio il Pa­ci­fic Di­ning Car, nel cuo­re di Los An­ge­les, per que­sta intervista?

«È il mio lo­ca­le pre­fe­ri­to, a li­vel­lo mon­dia­le: è aper­to 24 ore su 24 e com­pa­re in di­ver­si miei li­bri. Io so­no na­to in que­sto quar­tie­re, nell’ospe­da­le qui di fron­te. Qui ho in­con­tra­to la mia ex mo­glie ado­ra­ta, He­len Kno­de, e sem­pre qui ab­bia­mo ce­le­bra­to il no­stro di­vor­zio».

In Ri­cat­to c’era un cer­to Ja­mes Ell­roy che con­fes­sa­va Fred­dy Ota­sh...

«Ho ri­pe­sca­to Fred­dy Ota­sh, che fi­gu­ra­va già in Sei pez­zi da mil­le. È una per­so­na real­men­te esi­sti­ta: io stes­so l’ho co­no­sciu­to nel 1989 e l’ho fre­quen­ta­to fno al­la sua mor­te, nel 1992. Nei miei li­bri con­fon­do di con­ti­nuo le ac­que, mi ri­fiu­to di di­stin­gue­re ciò che è rea­le e do­cu­men­ta­to da ciò che non lo è. Era un po­li­ziot­to cor­rot­to, tra­sfor­ma­to­si in investigatore pri­va­to e pap­po­ne, che ha fat­to mol­ti tor­ti a mol­te per­so­ne, spiat­tel­lan­do le lo­ro

«NEI MIEI LI­BRI MI DI­VER­TO A CON­FON­DE­RE

LEACQUE» «Guar­do te­le­film po­li­zie­schi o film noir. I miei

pun­ti di ri­fe­ri­men­to non so­no gli scrit­to­ri»

per­ver­sio­ni ses­sua­li sul­le ri­vi­ste. Io lo col­lo­co in pur­ga­to­rio, do­ve scon­ta la sua cat­ti­va con­dot­ta, e lo fac­cio con­fes­sa­re da uno scri­va­no, un cer­to Ja­mes Ell­roy. È una no­vel­la (in italiano, ndt) co­mi­ca, un com­men­ta­rio su­gli ec­ces­si e gli scan­da­li di que­st’epo­ca, sul­la cen­su­ra, sull’inu­ti­li­tà del­la re­pres­sio­ne. E io gio­co su due ta­vo­li di­ver­si, per­ché da un la­to mi ap­pas­sio­na­no i pet­te­go­lez­zi mor­bo­si, mi pia­ce co­no­sce­re di pri­ma ma­no le cose più per­ver­se, ci go­do, ci pen­so e, ose­rei di­re, ne so­no os­ses­sio­na­to. Cre­do, pe­rò, an­che a una pu­ni­zio­ne nell’al­di­là per le no­stre cat­ti­ve azio­ni, per­ciò ho of­fer­to a Fred­dy Ota­sh la pos­si­bi­li­tà di ri­scat­tar­si e di an­da­re in paradiso rac­con­tan­do­me­li. È il mio mo­do di giu­di­car­lo dall’ester­no, traen­do al con­tem­po un gran di­let­to dal rac­con­to dei suoi at­ti ver­go­gno­si. Mi so­no mol­to di­ver­ti­to a scri­ve­re que­sta sto­ria. Vo­glio che il let­to­re si do­man­di se è ve­ro che Ka­tha­ri­ne He­p­burn ha avu­to una re­la­zio­ne con un pa­sto­re te­de­sco...».

Ed è ve­ro?

(Sor­ri­de) «Come di­ce­vo, io con­fon­do le ac­que...».

Che me­to­do di scrit­tu­ra se­gue? Fa mol­te ri­cer­che?

«In­ven­to l’es­sen­zia­le, e fac­cio la­vo­ra­re gente che leg­ge li­bri e si do­cu­men­ta per con­to mio. Ma ha po­ca im­por­tan­za, per­ché in fn dei con­ti io in­ven­to. Scri­vo a ma­no su un bloc­co di car­ta; non pos­sie­do un com­pu­ter né un cel­lu­la­re; non spe­di­sco e-mail; ho un’as­si­sten­te che si oc­cu­pa di tut­to e che di­gi­ta an­che i miei ma­no­scrit­ti. Re­di­go pia­ni mol­to lun­ghi e det­ta­glia­ti. So sem­pre do­ve mi tro­vo e so fn dall’ini­zio come an­drà a fni­re».

Al­cu­ni ro­man­zie­ri so­sten­go­no di es­se­re gui­da­ti dai lo­ro per­so­nag­gi...

«Be’, que­sta è una fes­se­ria, e le spie­go per­ché. I per­so­nag­gi non esi­sto­no, non so­no en­ti­tà in­di­vi­dua­li. In­som­ma, questi au­to­ri ven­go­no a tro­var­si in un di­lem­ma psi­co­lo­gi­co, de­vo­no sce­glie­re, e a quel pun­to ar­ri­ve­reb­be il per­so­nag­gio a ri­sol­ve­re la si­tua­zio­ne!? Io so fn dall’ini­zio che co­sa fa­ran­no i miei per­so­nag­gi».

«Ho in­cas­sa­to tan­to dai film, come po­trei par­lar­ne ma­le?»

Da do­ve de­ri­va il suo sti­le di scrit­tu­ra?

«Il ma­no­scrit­to di L.A. Confidential era trop­po lun­go, e l’edi­to­re vo­le­va che ne ta­glias­si due­cen­to pa­gi­ne. Io, al­lo­ra, ho im­pie­ga­to que­sto sti­le ora­le sin­co­pa­to, che si con­fa­ce­va al ti­po di li­bro. Do­po­di­ché l’ho usa­to di nuo­vo, por­tan­do­lo al­le estreme con­se­guen­ze, per esem­pio in White Jazz e in Sei pez­zi da mil­le. Nei due ro­man­zi successivi, in­ve­ce, Il san­gue è ran­da­gio e Per­f­dia, l’ho ab­ban­do­na­to def­ni­ti­va­men­te. Chiu­so, over, muer­te, mo­ri­bond!... Lo sti­le di­pen­de sem­pre dal­la sto­ria che rac­con­to, per­ciò il mio sti­le cam­bia a se­con­da dei ca­si».

Lei leg­ge al­tri au­to­ri?

«No, nes­su­no. I miei pun­ti di ri­fe­ri­men­to non so­no gli scrit­to­ri. Ho let­to per tut­ta l’in­fan­zia e l’ado­le­scen­za, ma quan­do ho co­min­cia­to a scri­ve­re li­bri ho smes­so di leg­ger­ne. Del re­sto, non so­no uno che va in cer­ca di sva­ghi. Guar­do te­le­flm po­li­zie­schi o flm noir, nel wee­kend. Amo la mu­si­ca, ho un ot­ti­mo ste­reo, fac­cio gin­na­sti­ca, ho qual­che ami­co con cui par­lo e, so­prat­tut­to, pas­so tan­te ore a ri­mu­gi­na­re. Sto al buio e pen­so ai miei li­bri, al­le don­ne, agli animali, al­la mu­si­ca clas­si­ca...».

De­gli adat­ta­men­ti ci­ne­ma­to­gra­fi­ci dei suoi li­bri che pensa?

«Mi fan­no gua­da­gna­re be­ne da una ven­ti­na d’an­ni. Tutti i miei ti­to­li so­no op­zio­na­ti, ma mol­ti non sa­ran­no mai por­ta­ti sul gran­de scher­mo, per­ché è un la­vo­rac­cio met­te­re in pie­di un lun­go­me­trag­gio».

L.A. Con­f­den­tial?

«Non ho avu­to al­cun con­trol­lo sull’adat­ta­men­to di que­sto film; nel­la sce­neg­gia­tu­ra c’è sol­tan­to un 15-20% del li­bro. Gli sce­neg­gia­to­ri so­no sta­ti bra­vi a com­pri­me­re un’ope­ra che io con­si­de­ra­vo ir­ri­du­ci­bi­le. Che co­sa ne pen­so? Io ra­gio­no co­sì: so­no sta­to trat­ta­to be­ne, in mol­ti ca­si so­no sta­to an­che mol­to ben pagato, e se an­che aves­si qual­che ri­ser­va su questi flm do­vrei es­se­re un in­gra­to per par­lar­ne in pub­bli­co. Con­fes­so, pe­rò, di aver guar­da­to L.A. Con­f­den­tial... già 35 vol­te! È il mio fglio­lo pre­di­let­to».

La fgu­ra di sua ma­dre è cen­tra­le nel­la sua ope­ra. Spe­ra an­co­ra di tro­va­re il suo as­sas­si­no, un gior­no?

«Ci ho ri­nun­cia­to. L’as­sas­si­no di mia ma­dre non sa­rà mai sco­per­to: mi ci so­no ras­se­gna­to da un bel pez­zo».

«Mi sen­to come Bee­tho­ven nel suo pe­rio­do mi­glio­re»

Lei cre­de in Dio?

« So­no cri­stia­no, edu­ca­to al­la re­li­gio­ne pro­te­stan­te, e ho sem­pre cre­du­to in Dio. Va­do in chie­sa, pre­go, ve­do Dio ogni gior­no e gli par­lo. Ma non fac­cio pro­se­li­ti­smo, non mi im­por­ta se gli al­tri cre­do­no o non cre­do­no. Io cre­do in un al­di­là si­mi­le a un gran­de in­con­scio col­let­ti­vo. Un mon­do in­vi­si­bi­le, dif­fu­so, ac­ces­si­bi­le ai più ri­cet­ti­vi, che per me è più im­por­tan­te del mon­do rea­le. E mi è ca­pi­ta­to in al­me­no due ca­si, nel­la mia lun­ga vi­ta di os­ses­sio­ni, di im­ma­gi­na­re don­ne che poi si so­no ma­te­ria­liz­za­te fn nei mi­ni­mi par­ti­co­la­ri fsi­ci».

Pensa spes­so al­la mor­te?

«Ci pen­so, pen­so al paradiso, ma so­no in buo­na sa­lu­te e non ho la mi­ni­ma fret­ta di an­dar­me­ne. Do­po que­sta nuo­va te­tra­lo­gia, que­sto se­con­do L.A. Quar­tet, che mi por­te­rà via al­me­no ot­to an­ni, ho in pro­gram­ma un’al­tra se­rie di li­bri».

Sul fron­te po­li­ti­co, si sa­reb­be por­ta­ti a cre­der­la di de­stra, ep­pu­re nel 2008 ha vo­ta­to per Oba­ma.

«L’ho det­to io? Be’, ma­ga­ri era una bu­gia! Non par­le­rò mai più di po­li­ti­ca, per nes­su­na ra­gio­ne: è uno sfor­zo inu­ti­le».

È con­ten­to quan­do la ri­co­no­sco­no per strada?

«Mi fa un pia­ce­re im­men­so: è bel­lo in­con­tra­re gente che ap­prez­za i miei li­bri. E mi piac­cio­no i van­tag­gi da­ti dal­la con­di­zio­ne di scrit­to­re ben pagato; pos­so spen­de­re. Ho una bel­la ca­sa e col­ti­vo la pas­sio­ne del­le bel­le au­to spor­ti­ve: al mo­men­to sto pen­san­do di com­prar­mi una Porsche... Ho 66 an­ni, so­no in buo­na sa­lu­te e, in que­sta fa­se del­la mia vi­ta, mi sen­to più a mio agio, più con­ten­to, me­no sog­get­to all’in­fuen­za di pul­sio­ni pa­to­lo­gi­che, come se le mie ten­den­ze os­ses­si­ve e il mio ar­do­re si fos­se­ro tra­sfor­ma­ti. Cre­do che Per­f­dia sia il mio li­bro mi­glio­re a og­gi, l’equi­va­len­te di un Bee­tho­ven dell’ul­ti­mo pe­rio­do, una No­na sin­fo­nia o uno dei suoi ul­ti­mi quartetti per ar­chi. So­no all’alba di una nuo­va fa­se spi­ri­tua­le: sen­to di aver fi­nal­men­te rag­giun­to la maturità ar­ti­sti­ca».

LO SCRIT­TO­RE JA­MES ELL­ROY È NA­TO A LOS AN­GE­LES IL 4 MAR­ZO 1948

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.