Il cam­mi­no dei giu­sti

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di EN­RI­CO DEA­GLIO Foto di STE­VE SCHAPIRO

Da Sel­ma a Pa­ri­gi, la gente in piaz­za può

an­co­ra pen­sa­re di cam­bia­re la sto­ria

In fon­do, a pen­sar­ci be­ne, i di­rit­ti da con­qui­sta­re, le libertà da man­te­ne­re, l’uma­ni­tà da ri­ven­di­ca­re so­no una questione di scar­pe e pie­di che cam­mi­na­no, di per­so­ne che marciano te­nen­do­si per ma­no, pos­si­bil­men­te can­tan­do. A que­ste mar­ce si può ri­spon­de­re con le bom­be, i col­pi dei mo­schet­ti, le ca­ri­che a cavallo, i ca­ni, gli idran­ti e le au­to­blin­do, ma al­la fne, nel­la Sto­ria, so­no le mar­ce che vin­co­no. Al­me­no, co­sì è sta­to nel ven­te­si­mo se­co­lo. E, ve­den­do quel­lo che è suc­ces­so a Pa­ri­gi – gli ina­spet­ta­ti due mi­lio­ni di per­so­ne che han­no cam­mi­na­to per Je suis Charlie –, la ri­cet­ta sem­bra va­li­da an­che per il ven­tu­ne­si­mo se­co­lo.

La piaz­za, i cor­tei si so­no pre­si la rivincita non solo su chi li ha sem­pre te­mu­ti, ma an­che su chi li ha snob­ba­ti, pro­muo­ven­do a cam­pio­ni del­la de­mo­cra­zia gli effimeri mes­sag­gi po­sta­ti sui te­le­fo­ni­ni.

La sfi­da al “po­te­re bianco” di Mar­tin Lu­ther King

Del­la “le­zio­ne di Pa­ri­gi” in Eu­ro­pa si par­le­rà per an­ni, in Ame­ri­ca in­tan­to è sta­to un flm a riac­cen­de­re la pas­sio­ne su questi te­mi. Sel­ma, del­la gio­va­ne re­gi­sta afroa­me­ri­ca­na Ava Duver­nay, è il com­mo­ven­te rac­con­to dell’or­mai di­men­ti­ca­ta mar­cia di pro­te­sta dal­la cit­ta­di­na di Sel­ma a Mont­go­me­ry, la ca­pi­ta­le del­lo Sta­to dell’ala­ba­ma.

Cin­que gior­ni e 54 miglia nel cuo­re del raz­zi­smo bianco, tra uc­ci­sio­ni e at­tac­chi ar­ma­ti del­la po­li­zia, per ri­ven­di­ca­re il di­rit­to di vo­to per i “ne­gri”, che al­lo­ra an­co­ra si chia­ma­va­no co­sì. Era l’an­no 1965, i ne­gri ave­va­no ap­pe­na avu­to il di­rit­to di se­der­si su un au­to­bus con i bian­chi, ma non an­co­ra quel­lo di vo­ta­re, a cen­to an­ni dall’abolizione del­la schia­vi­tù. Gui­da­va la mar­cia il re­ve­ren­do Mar­tin Lu­ther King, fre­sco di un pre­mio No­bel per la pa­ce avu­to in Nor­ve­gia, ma ne­gli Sta­ti Uni­ti spia­to e per­se­gui­ta­to dall’fbi.

Con­si­de­ra­ta pe­ri­co­lo­sis­si­ma e impossibile, una te­me­ra­ria sf­da al “po­te­re bianco” in un luogo tan­to re­mo­to quan­to mi­ste­rio­so, la mar­cia (pic­co­la e com­po­sta da so­li ne­ri) fe­ce la Sto­ria quan­do la te­le­vi­sio­ne tra­smi­se le immagini ag­ghiac­cian­ti del­la po­li­zia dell’ala­ba­ma che pic­chia­va i ma­ni­fe­stan­ti iner­mi.

Fu per quel­le immagini che all’ul­ti­mo gior­no del­la pro­te­sta si ag­giun­se­ro al re­ve­ren­do King pre­ti e suo­re di di­ver­se chie­se, cit­ta­di­ni bian­chi, per­so­ne im­por­tan­ti del mon­do del­lo spet­ta­co­lo come Harry Be­la­fon­te e Sam­my Da­vis Jr. e che il ti­tu­ban­te presidente Lyn­don John­son fr­mò la leg­ge che to­glie­va le re­stri­zio­ni al vo­to de­gli afroa­me­ri­ca­ni. E lo an­nun­ciò fa­cen­do pro­prio lo slo­gan usa­to dai ma­ni­fe­stan­ti: «We shall over­co­me».

Gran­de film, che en­tra nell’ame­ri­ca di og­gi con straor­di­na­rio tem­pi­smo. Da me­si, in­fat­ti, si sus­se­guo­no ma­ni­fe­sta­zio­ni, sit-in, bloc­chi stra­da­li per pro­te­sta­re con­tro le trop­pe uc­ci­sio­ni di gio­va­ni ne­ri da par­te di una po­li­zia evi­den­te­men­te an­co­ra trop­po im­be­vu­ta di pre­giu­di­zio raz­zia­le. E il dibattito, in un mo­vi­men­to che sem­bra es­se­re giun­to a un bi­vio, è pro­prio sui me­to­di di pro­te­sta da im­boc­ca­re. Ecco per­ché sui siti, sui gior­na­li e nel­le pub­bli­che oc­ca­sio­ni si par­la mol­to di Sel­ma e del suo esem­pio.

Mar­tin Lu­ther King, si ri­sco­pre, non fu solo l’uo­mo ispi­ra­to, ma un gran­de po­li­ti­co con un par­ti­co­la­re me­to­do pe­da­go­gi­co-ma­ieu­ti­co; la pre­di­ca­zio­ne, l’as­sem­blea, e poi la mar­cia pa­ci­f­ca, la re­si­sten­za pas-

L’AME­RI­CA SI CHIE­DE: QUAL È LA PRO­TE­STA

ORA PIÙ EF­FI­CA­CE?

1965, Usa: una man­cia­ta di

afroa­me­ri­ca­ni mar­cia da Sel­ma a Mont­go­me­ry. 2015, Fran­cia: due mi­lio­ni di per­so­ne marciano a Pa­ri­gi con­tro

il ter­ro­ri­smo isla­mi­co. Per­ché è an­co­ra met­ten­do un pie­de da­van­ti

all’al­tro che LA STO­RIA SI PUÒ CAM­BIA­RE

si­va, l’uso del pro­prio cor­po come sim­bo­lo di di­gni­tà, il ri­fiu­to del­la vio­len­za come de­gra­dan­te per sé e perdente come ef­fet­to; tut­to ciò in­tro­dus­se nel­la lot­ta po­li­ti­ca un so­vrap­più vin­cen­te di con­sa­pe­vo­lez­za e di su­pe­rio­ri­tà mo­ra­le.

La Mar­si­glie­se, un se­no nudo e poi Mao­met­to

Sel­ma è la le­zio­ne di come si vin­ce una bat­ta­glia. Da qui, la do­man­da: come so­no av- ve­nu­te al mon­do le mag­gio­ri con­qui­ste ci­vi­li? E la ri­spo­sta: so­no av­ve­nu­te con la par­te­ci­pa­zio­ne cosciente e pa­ci­f­ca di lar­ghe mas­se di per­so­ne, più che con la vio­len­za, più che con la de­le­ga po­li­ti­ca, più che con l’eser­ci­zio del po­te­re. È sta­to mar­cian­do che le don­ne han­no ot­te­nu­to il di­rit­to al vo­to, che i ne­ri han­no avu­to i di­rit­ti, che la guer­ra in Viet­nam è ter­mi­na­ta, che i gay han­no ot­te­nu­to di po­ter­si spo­sa­re. È sta­to di­giu­nan­do che l’in­dia ha ot­te­nu­to l’indipendenza, è sta­to in una piaz­za enor­me – ti­mi­da, qua­si mu­ta – a Dre­sda che i tedeschi han­no ot­te­nu­to la di­stru­zio­ne del mu­ro; è sta­to da­van­ti a due mi­lio­ni di poveri con le ma­ni al­za­te che lo Scià di Per­sia ha do­vu­to la­scia­re il po­te­re (voi di­re­te: pe­rò a Tie­nan­men gli stu­den­ti ci­ne­si per­se­ro. È ve­ro).

Gli Sta­ti Uni­ti han­no, a dif­fe­ren­za dell’eu­ro­pa, il viag­gio, la strada, i gran­di spa­zi. Que­sto aiu­ta a spie­ga­re per­ché la lo­ro de­mo­cra­zia, più del­la no­stra, sia fat­ta di cor­tei, di tre­ni, di mu­si­ca ( la mu­si­ca, pro­ba­bil­men­te, è il suc­co di que­sta vi­sio­ne del­la de­mo­cra­zia. In Sel­ma, un an­go­scia­to dot­tor

SEL­MA È LA

LE­ZIO­NE DI COME SI VIN­CE UNA BAT TA­GLIA

King te­le­fo­na nel­la not­te al­la can­tan­te Ma­ha­lia Jack­son per sen­ti­re, at­tra­ver­so di lei, la vo­ce del Si­gno­re, e lei, se­du­ta sul let­to, in­to­na un go­spel che su­pe­ra qualsiasi pro­cla­ma po­li­ti­co).

Più che di lun­ghe strade ame­ri­ca­ne, Pa­ri­gi in­ve­ce ci ha ri­cor­da­to quan­to la no­stra de­mo­cra­zia sia fat­ta di cit­tà. Pa­ri­gi è la cit­tà del­la ri­vo­lu­zio­ne che in­tro­dus­se al mon­do il con­cet­to di “cittadinanza”; i cit­ta­di­ni pa­ri­gi­ni so­no bla­sfe­mi non per una vi­gnet­ta sul pro­fe­ta Mao­met­to, ma per­ché osa­ro­no ta­glia­re la te­sta al re (e al­la sua po­ve­ra mo­glie, che non c’en­tra­va nien­te). Nel­le strade, da­van­ti ai palazzi, sot­to le statue, ogni ge­sto col­let­ti­vo ine­vi­ta­bil­men­te tor­na a quel­la mi­to­lo­gia.

Di fron­te a una stra­ge inau­di­ta – i kil­ler del Pro­fe­ta che uc­ci­do­no in una re­da­zio­ne di un gior­na­li­no, do­ve si la­vo­ra an­co­ra di ma­ti­te, pen­na­rel­li, scot­ch; do­ve l’uni­ca fo­to­co­pia­tri­ce è sem­pre rot­ta – so­no sta­ti i luo­ghi stes­si a in­car­na­re lo spi­ri­to del­la cit­tà, a chia­ma­re a rac­col­ta. Pa­ri­gi si è sco­per­ta ine­vi­ta­bil­men­te de­mo­cra­ti­ca, af­fe­zio­na­ta ai suoi di­rit­ti e ai suoi fgli più fol­li, per­ché sen­za quel­li sa che la vi­ta sa­reb­be più no­io­sa; e, se solo li ab­ban­do­nas­se, un re qua­lun­que po­treb­be tor­na­re e fa­re vendetta di quell’an­ti­ca ri­bel­lio­ne.

Più dei ca­pi di Sta­to, con­ta­va­no i signori nes­su­no

La piaz­za pa­ri­gi­na – e il presidente Hol­lan­de (uno che tutti, non solo Charlie Heb­do, ave­va­no ri­di­co­liz­za­to) l’ha ca­pi­to be­nis­si­mo – co­sì è di­ven­ta­ta in una do­me­ni­ca una te­sti­mo­nian­za di tol­le­ran­za e di fe­rez­za de­mo­cra­ti­ca. La Mar­si­glie­se va­le­va più per quel “Mar­chons, mar­chons”, che per i ver­si successivi. La libertà tor­na­va a es- se­re la don­na a se­no sco­per­to che agi­ta una gros­sa ban­die­ra. (Il po­ve­ro Wo­lin­ski, con la sua Pau­let­te, non ave­va fat­to al­tro, per 50 an­ni, che di­se­gna­re quel mo­del­lo di don­na).

C’era­no cin­quan­ta ca­pi di Sta­to al­la te­sta del cor­teo, ma con­ta­va di più la fol­la fran­ce­se – che ap­plau­di­va i po­li­ziot­ti sui tet­ti, scri­ve­va sui pie­di­stal­li dei mo­nu­men­ti, inal­be­ra­va ma­ti­te –, con­ta­va di più la co­mu­ni­tà ebrai­ca che, all’in­vi­to di la­scia­re la Fran­cia, ri­spon­de­va in si­na­go­ga a un at­to­ni­to Ne­ta­nya­hu can­tan­do La Mar­si­glie­se a pie­na go­la. La piaz­za, che si glo­ria­va di non ave­re al suo in­ter­no Ma­ri­ne Le Pen o il suo vec­chio pa­dre, ave­va l’oc­ca­sio­ne di far sen­ti­re al­le per­so­na­li­tà qual era “la co­sa giu­sta”. Una piaz­za straor­di­na­ria chie­de­va di non ri­nun­cia­re al­la libertà, non fo­men­ta­re l’odio, ga­ran­ti­re la si­cu­rez­za, pu­ni­re i cattivi, ma di ac­co­glie­re i poveri e i sen­za di­rit­ti.

Sel­ma e Pa­ri­gi so­no di­stan­ti cin­quant’an­ni. Ep­pu­re per un mo­men­to si so­no sfo­ra­te. Ba­sta­va che – ri­nun­cian­do al cal­co­lo po­li­ti­co del suo Pae­se – Ba­rack Oba­ma aves­se pre­so l’ae­reo e aves­se mar­cia­to an­che lui per le strade di Pa­ri­gi. In fn dei con­ti, se Oba­ma è presidente de­gli Sta­ti Uni­ti, lo de­ve al­la mar­cia di Sel­ma che per­mi­se ai ne­gri di vo­ta­re. Pec­ca­to, i pa­ri­gi­ni lo aspet­ta­va­no.

Nel 1927, quan­do lo stre­ma­to Lind­ber­gh av­vi­stò la ter­ra fran­ce­se, non ca­pi­va co­sa fos­se­ro quel­le lu­ci che sem­bra­va lo gui­das­se­ro al­la pi­sta dell’at­ter­rag­gio; era­no le fac­co­le di de­ci­ne di mi­glia­ia di pa­ri­gi­ni che gli mo­stra­va­no la via per l’aeroporto di Le Bour­get.

Si dice ora che Oba­ma sia ram­ma­ri­ca­to di non aver­lo fat­to, co­sì come nel flm Sel­ma si ve­de un John­son mol­to di­stur­ba­to dal­la piaz­za, mol­to at­ten­to ai tempi del­la po­li­ti­ca e solo al- la fne con­vin­to all’azio­ne. Li si può ca­pi­re en­tram­bi. La piaz­za, in­fat­ti, non è un po­sto sem­pli­ce do­ve sta­re. Si può es­se­re fschia­ti, si può es­se­re in po­chi, si può es­se­re am­maz­za­ti.

I gran­di cam­bia­men­ti non sem­pre av­ven­go­no con i vo­ti

Ma Pa­ri­gi e Sel­ma so­no lì a ricordare che la Sto­ria pas­sa dal sel­cia­to, non dai te­le­fo­ni­ni, e che i cam­bia­men­ti del mon­do mo­der­no il più del­le vol­te non so­no pas­sa­ti dai ri­sul­ta­ti elet­to­ra­li o dal­le ge­sta di gran­di e pic­co­li Ma­chia­vel­li; so­no piut­to­sto cu­sto­di­ti in un ar­ma­dio, un pa­io di scar­pe con­su­ma­te, ma non but­ta­te via; un cap­pot­to di­strut­to da un idran­te, la pic­co­la ci­ca­tri­ce per quei due pun­ti di su­tu­ra, un vol­to in un fram­men­to di una di­ret­ta te­le­vi­si­va, un ade­si­vo ma­gne­ti­co sul fri­go­ri­fe­ro, con una da­ta e la scrit­ta: “Io c’ero”.

La piaz­za si è pre­sa la rivincita sui mes­sag­gi dei te­le­fo­ni­ni, cam­pio­ni effimeri di de­mo­cra­zia

MAR­TIN LU­THER KING E I MA­NI­FE­STAN­TI DEL­LA MAR­CIA SEL­MA- MONT­GO­ME­RY IN UNO STO­RI­CO FO­TO­GRAM­MA

LE FO­TO­DI QUE­STA PA­GI­NA SO­NO DI STE­PHEN SO­MER­STEIN E FAN­NO PAR­TE DEL­LA SUA MO­STRA FREE­DOM JOUR­NEY 1965: PHO­TO­GRA­PHS OF THE SEL­MA TO MONT­GO­ME­RY MAR­CH, IN COR­SO A NEW YORK FI­NO AL 19 APRI­LE AL­LA NEW YORK HI­STO­RI­CAL SO­CIE­TY

DAL­LA STO­RIA AL CI­NE­MA: “SEL­MA - LA STRADA PER LA LIBERTÀ” DI AVA DUVER­NAY È NEL­LE SA­LE DA 12 FEB­BRA­IO

UN’AL­TRA IMMAGINE DEL­LA STO­RI­CA PRO­TE­STA DI SEL­MA. L’AU­TO­RE DEL­LA FOTO, STE­VE SCHAPIRO, VIAG­GIÒ CON RO­BERT F. KEN­NE­DY E DO­CU­MEN­TÒ LE LOT­TE PER I DI­RIT­TI CI­VI­LI PER IL MAGAZINE

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