Buzz Al­drin

È sta­to pi­lo­ta di caccia, eroe di guer­ra in Co­rea e dot­to­re in Astro­nau­ti­ca al Mit. Poi BUZZ AL­DRIN è ar­ri­va­to sul Ma­re del­la Tran­quil­li­tà, e da 45 an­ni tut­to il mon­do lo ri­cor­da come un’im­pron­ta sul suo­lo del no­stro sa­tel­li­te. Ma, fi­no a qual­che tem­po fa

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di JEAN­NE MA­RIE LASKAS Foto di PA­RI DUKOVIC

Dal­lo sbar­co sul­la luna a Bal­lan­do con le stelle: ecco a voi un ci­me­lio del XX se­co­lo

«Al­lo­ra, com’era? Com’era?». Non c’è al­tra do­man­da. Per­ché lui è sta­to sul­la Luna e adesso è con te in un ri­sto­ran­te di Wa­shing­ton. In­cre­di­bi­le. La Luna! Cre­scen­te, ca­lan­te. Sem­pre lì, not­te do­po not­te. I ter­re­stri di ogni età, ge­ne­re, na­zio­na­li­tà, con­di­zio­ne so­cia­le han­no la stes­sa reazione: «Sei sta­to sul­la Luna!». Gli sor­ri­di, come tutti. Per­ché lui è Buzz Al­drin, noi il re­sto dell’uma­ni­tà.

Un at­ti­mo e guar­da al­tro­ve. Fa sem­pre co­sì. Le tue aspet­ta­ti­ve lo met­to­no a disagio. Ha com­piu­to 85 an­ni; ne ave­va 39 quan­do c’è an­da­to e da al­lo­ra lo av­vi­ci­na­no tutti con lo stes­so sor­ri­so. Sul­la giac­ca di velluto, una spil­la con la fa­mo­sa im­pron­ta. In­dos­sa brac­cia­let­ti vi­sto­si: tur­che­si a un polso, vi­si alieni all’al­tro. Ge­sti­co­la, fa­cen­do­li tin­tin­na­re. Ha an­che un enor­me oro­lo­gio dop­pio e tan­ti anel­li d’oro, una luna, una stella, dia­man­ti, per­si­no al mi­gno­lo.

Non sai co­sa pen­sa­re, la di­stan­za è abis­sa­le. Im­ma­gi­na­te come si sen­te Buzz da quan­do è tor­na­to nel lu­glio del 1969, l’am­ma­rag­gio dell’apol­lo 11 nel Pa­ci­f­co con Neil Arm­strong e Mi­chael Col­lins. È la ma­scot­te di una squadra uni­ver­sa­le. Par­la di astro­nau­ti­ca. Or­bi­te, Mar­te, il suo pro­get­to “Al­drin Mars Cy­cler”. De­tie­ne tre bre­vet­ti – uno di una ba­se mo­du­la­re – e una fon­da­zio­ne per le scien­ze spa­zia­li. Si ri­par­la del­la Luna. Un at­ti­mo di por­ta­ta mon­dia­le, in cui in­te­res­si scien­ti­f­ci, mi­li­ta­ri e na­zio­na­li­sti­ci com­ba­cia­va­no. Lui, Neil e Mike ne era­no la ce­le­bra­zio­ne. «È una co­sa che ab­bia­mo fat­to. Ora do­vrem­mo fa­re qual­co­sa d’al­tro». Ti sen­ti un idio­ta.

«Oba­ma vuo­le man­dar­ci su un aste­roi­de? Ma non è come la Luna»

Buzz Al­drin è un ci­me­lio del XX se­co­lo, un’istan­ta­nea di glo­ria ame­ri­ca­na, di un tra­guar­do dell’uma­ni­tà. È una foto nei li­bri di sto­ria di tut­to il mon­do e chiun­que vuol far­gli quel­la do­man­da: «Com’era la Luna?».

Al ri­tor­no era spos­sa­to e con ten­den­ze sui­ci­de. Il non­no s’era spa­ra­to una pal­lot­to­la nel cer­vel­lo, sua ma­dre una mon­ta­gna di pillole. «Ere­di­tà ge­ne­ti­ca», dice e cam­bia ar­go­men­to, par­la di vet­to­ri, di or­bi­te. «Oba­ma vuol man­da­re un uo­mo su un aste­roi­de. Per ac­con­ten­ta­re il pub­bli­co e osten­ta­re il pro­gres­so. Ma non è come an­da­re sul­la Luna. O su Mar­te». Sie­de con­tro la pa­re­te, oc­chi azzurri in­quie­ti e at­ten­ti. Un sor­so d’acqua. Ha chiu­so con l’al­col da 36 an­ni.

«La ma­lin­co­nia di chi ha già fat­to tut­to»: co­sì Al­drin ha de­scrit­to il crol­lo al ri­tor­no. Sbron­ze. Un pa­io di di­vor­zi. Cli­ni­ca psi­chia­tri­ca. A pez­zi. Ven­de­va au­to. Neil Arm­strong e Mi­chael Col­lins non eb­be­ro crol­li. Mike non su­bi­va tan­ta pres­sio­ne: era in or­bi­ta mentre Neil e Buzz si posavano sul Ma­re del­la Tran­quil­li­tà. Neil fu il pri­mo ad apri­re il por­tel­lo, il pri­mo a po­sa­re pie­de sul­la Luna. Poi la­sciò la car­rie­ra di astro­nau­ta. Di­ven­tò un ac­ca­de­mi­co, quin­di un bu­si­ness­man che te­sti­mo­nia­va al Con­gres­so e fe­ce cau­sa al­la Hall­mark Cards per l’uso non au­to­riz­za­to del­la fa­mo­sa fra­se: «Que­sto è un pic­co­lo pas­so per un uo­mo, un gi­gan­te­sco bal­zo per l’uma­ni­tà».

Buzz ha gi­ra­to il vi­deo rap Roc­ket Experience con Snoop Dogg. Ha bal­la­to il cha cha cha a Bal­lan­do con le stelle. Ha par­te­ci­pa­to a Ok, il prezzo è giu­sto!, a programmi di wrestling, di cucina, a qual­che flm e a se­rie come 30 Rock, The Big Bang Theory e I Simpson. Ha scrit­to 8 li­bri, tra cui 4 bio­gra­fe, due di fan­ta­scien­za, uno per bam­bi­ni. Il suo si­to ven­de T-shirt con la scrit­ta: «Get your ass to Mars» («Por­ta il cu­lo su Mar­te») e li­to­gra­fe del “Pri­mo pas­so” a 600 dol­la­ri.

Quan­do Neil mo­rì, nel 2012, la Ca­sa Bianca lo def­nì «uno dei più gran­di eroi ame­ri­ca­ni di tutti i tempi». Buzz ha do­vu­to fa­ti­ca­re per­ché com­me­mo­ras­se il 45º an­ni­ver­sa­rio del­la sua “moo­n­walk”. Og­gi gui­da una Bmw M3 ros­sa del 2014, ap­pic­ci­ca­to a

«TOR­NA­RE? TRE­MEN­DO,

SEN­TI DI AVER FAT­TO GIÀ TUT­TO»

una Che­vro­let «che non vuo­le spo­star­si». Por­ta un pa­io di oc­chia­li da vi­sta so­pra quel­li da so­le e un berretto blu del­la Na­sa. Su­pe­ra la Che­vy, qua­si tam­po­na un’al­tra au­to e zig­za­ga come un pi­lo­ta di caccia quan­do ab­bat­te due MIG-15; come ha fat­to in Co­rea. «Stru­men­ta­zio­ne di tut­to ri­spet­to » , dice, « ma fa­rei del­le mo­di­fi­che » . E l’ocu­li­sta non sa fa­re il suo me­stie­re. «De­vo in­ven­ta­re qual­co­sa per la mon­ta­tu­ra». E l’in­du­stria de­gli oro­lo­gi non sa usa­re il quar­zo. «Nel 1970 lo dis­si a Bu­lo­va».

Stu­dia e in­ven­ta. Il pa­dre, avia­to­re mi­li­ta­re di car­rie­ra che co­no­sce­va uno dei fra­tel­li Wright e Ame­lia Ea­rhart, vo­lò sul di­ri­gi­bi­le Hin­den­burg pri­ma che an­das­se a fuo­co. Buzz era il fglio pic­co­lo, il ma­schio. Bas­so, ti­mi­do, im­pac­cia­to, sen­si­bi­le. Il pa­dre lo vo­le­va co­rag­gio­so e bril­lan­te, co­sì lo divenne. Pura for­za di vo­lon­tà. Ac­ca­de­mia di We­st Point, pi­lo­ta di caccia, eroe di guer­ra. De­co­ra­to.

« E adesso? » , do­man­dò Ed­win Sr. do­po la Co­rea. Nel ’63 Buzz ot­ten­ne un dot­to­ra­to in Astro­nau­ti­ca, lo sport estre­mo del­la scienza, al Mit di Bo­ston; poi la Na­sa e il pri­mo viag­gio con la Ge­mi­ni XII nel ’66. Uscì dal­la na­vi­cel­la per te­sta­re la re­si­sten­za di un es­se­re umano. Fu la più lun­ga “spa­cewalk” mai ef­fet­tua­ta: 2 ore e 29 mi­nu­ti. Quin­di l’apol­lo 11: cam­mi­nò sul­la Luna. «Il se­con­do uo­mo a cam­mi­na­re sul­la Luna?», dis­se il pa­dre. «Il nu­me­ro due? ».

Come ven­di­to­re di Ca­dil­lac non era un gran­ché e be­ve­va tan­tis­si­mo

Do­po, il crol­lo. Non ave­va più nien­te da fa­re. La fre­ne­sia dei me­dia in tut­to il mon­do, 24 Pae­si in 45 gior­ni: al­la Na­sa ser­vi­va come ad­det­to al­le pub­bli­che re­la­zio­ni. Nel 1971 rien­trò in Ae­ro­nau­ti­ca, ma era un ou­tsi­der, fuori dal gi­ro dei con­fe­ren­zie­ri. Il matrimonio con la ma­dre dei tre fgli fal­lì, be­ve­va e fnì in ria­bi­li­ta­zio­ne. Si ri­spo­sò, du­rò un an­no. Si mi­se a be­re an­co­ra di più, eb­be tan­te re­la­zio­ni. La pen­sio­ne non era gran­ché e ini­ziò a ven­de­re Ca­dil­lac. Non era bravo. In ria­bi­li­ta­zio­ne par­lò per la pri­ma vol­ta dei suoi sentimenti. Sco­prì di aver­ne una va­lan­ga. In­sie­me a un vuo­to inf­ni­to. Gli re­sta­va da con­qui­sta­re solo la vit­to­ria con­tro i pro­pri de­mo­ni.

Il se­con­do uo­mo a cam­mi­na­re sul­la Luna. Il nu­me­ro due. Il pa­dre non l’ac­cet­tò mai. In­tra­pre­se ad­di­rit­tu­ra una bat­ta­glia (per­sa) affn­ché le Po­ste so­sti­tuis­se­ro il fran­co­bol­lo Pri­mo uo­mo sul­la Luna con: Pri­mi uo­mi­ni sul­la Luna. Né ac­cet­tò il crol­lo del fglio, la de­pres­sio­ne, l’al­co­li­smo. Die­de la col­pa all’as­sen­za di gra­vi­tà, agli ef­fet­ti igno­ti del­lo spa­zio. La Na­sa pa­re aves­se de­ci­so che sa­reb­be sce­so per pri­mo, poi scel­se Arm­strong per­ché era me­no emo­ti­vo. È plau­si­bi­le: il co­man­dan­te re­sta­va al­la gui­da, il pi­lo­ta usci­va. Ma il por­tel­lo era da­van­ti,bi­so­gna­va ti­rar­lo: bloc­ca­va Buzz mentre Neil ave­va il pas­sag­gio li­be­ro. Al re­sto del mon­do non im­por­ta­va. In mez­zo mi­liar­do li guar- da­ro­no sul­la Luna, l’au­dien­ce più al­ta di sem­pre. Poi ci fu­ro­no parate ovun­que, per fe­steg­gia­re il ri­tor­no di Neil, Buzz e Mike.

For­se la ma­dre si era sui­ci­da­ta per­ché non sop­por­ta­va i ri­fet­to­ri. Sof­fri­va di de­pres­sio­ne, vi­ve­va iso­la­ta. Il ma­ri­to con­vin­se il co­ro­ner a dichiarare che si era trat­ta­to di un ar­re­sto car­dia­co. «Com’era la Luna? Come ci si sen­te ad an­da­re las­sù?». Ci si sen­te: se­con­do. E ci sen­te come: mia ma­dre si è ap­pe­na uc­ci­sa. «Ma­gni­f­ca de­so­la­zio­ne», ave­va det­to Buzz quan­do era sce­so dal­la sca­let­ta.

«MI RI­MA­SE UN VUO­TO E POI PER­SI AN­CHE MIA

MA­DRE»

«Il se­con­do uo­mo a cam­mi­na­re sul­la Luna?», dis­se suo pa­dre. «Il nu­me­ro due? »

IL CO­MAN­DAN­TE “BUZZ” AL­DRIN, 85 AN­NI

Buzz Al­drin du­ran­te la pas­seg­gia­ta lu­na­re 2. 16 lu­glio 1969, Il de­col­lo dell’apol­lo 11 3. L’im­pron­ta fo­to­gra­fa­ta do­po un’ora di “moo­n­walk” 1. 2

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