Da­vid Oye­lo­wo

La sua fan­ta­sti­ca pro­va in Sel­ma ha pro­iet­ta­to DA­VID OYE­LO­WO tra i gran­di di Hol­ly­wood. A vo­ler­lo per quel­la par­te, dice lui, so­no sta­ti in due: Dio e Oprah Win­frey

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di FE­LI­CIA R. LEE Foto di ERIC WIL­LIAMS

«Gra­zie a Dio e a Oprah Win­frey

so­no diventato una star»

Ha mes­so su 14 chi­li. Si è ra­sa­to per spo­sta­re in­die­tro l’at­tac­ca­tu­ra dei ca­pel­li. Ha vi­si­ta­to cer­ti an­go­li del Sud de­gli Sta­ti Uni­ti, tea­tro di pa­gi­ne ne­ris­si­me. Ma la par­te più im­por­tan­te del­la preparazione, quel­la che ha aiu­ta­to Da­vid Oye­lo­wo a in­ter­pre­ta­re il re­ve­ren­do Mar­tin Lu­ther King Jr. nel flm Sel­ma ( al ci­ne­ma dal 12 feb­bra­io), è sta­ta l’in­fan­zia tra­scor­sa in Ni­ge­ria e In­ghil­ter­ra, lon­ta­no quin­di dal Pae­se in cui ne­gli An­ni 60 so­no na­te le ri­vol­te con­tro l’or­di­na­ria oppressione de­gli afroa­me­ri­ca­ni.

«Il ri­cor­do del­le ri­vol­te non era par­te del­la mia sto­ria»

« Non so­no cre­sciu­to con l’espe­rien­za che ho sco­per­to es­se­re co­mu­ne a tan­ti ne­ri ame­ri­ca­ni: “Mio zio ha mar­cia­to in­sie­me a lui”, “mio non­no lo co­no­sce­va”, “mia non­na ave­va la foto di J. F. K., Ge­sù e King” » , ha rac­con­ta­to Oye­lo­wo nel cor­so di una recente intervista. «Non ho mai avu­to que­sta co­sa sul­le spal­le».

Que­sto ap­proc­cio obli­quo ha con­tri­bui­to a por­tar­lo al­la ri­bal­ta nel­la pri­ma gran­de pel­li­co­la bio­gra­fi­ca su uno dei gi­gan­ti del ven­te­si­mo se­co­lo. Di­ret­to da Ava Duver­nay, Sel­ma si sof­fer­ma sul 1965, nel pe­rio­do in cui il dot­tor King ven­ne ai fer­ri cor­ti con il presidente Lyn­don B. John­son sul te­ma de­gli ine­si­sten­ti di­rit­ti ci­vi­li dei ne­ri, e sul­la ne­ces­si­tà di una leg­ge che li ga­ran­tis­se, a co­min­cia­re dal vo­to. I cri­ti­ci han­no elo­gia­to Oye­lo­wo e il flm, e l’at­to­re, fno­ra se­mi­sco­no­sciu­to, è ar­ri­va­to a es­se­re can­di­da­to agli ul­ti­mi Golden Glo­be.

È na­ta una stella in­so­li­ta: un at­to­re con la fac­cia da bravo ra­gaz­zo che par­la aper­ta­men­te del­la pro­pria fe­de cri­stia­na e af­fer­ma che «l’amo­re in­te­so come sa­cri­fi­cio » è la qua­li­tà che più am­mi­ra ne­gli al­tri. «Se vie­ni qui, “nel­la ter­ra del­le op­por­tu­ni­tà”, sen­za aver su­bi­to quel che gli afroa­me­ri­ca­ni su­bi­sco­no in ge­ne­re – cioè il sen­tir­si ri­pe­te­re co­stan­te­men­te: “Tu non puoi, tu non de­vi, tu non hai” –, es­se­re ne­ri sen­za que­sto far­del­lo ti dà qual­co­sa di esplo­si­vo», di­chia­ra Oye­lo­wo.

Nel flm il dot­tor King gui­da una mar­cia, a vol­te san­gui­no­sa e sem­pre con­te­sta­ta, da Sel­ma a Mont­go­me­ry, per da­re ri­sal­to al­la lot­ta per il di­rit­to di vo­to dei ne­ri nel­lo Sta­to dell’ala­ba­ma e in tut­to il Sud. «È il ruo­lo più dif­f­ci­le che ab- bia mai in­ter­pre­ta­to » , pro­se­gue Oye­lo­wo nel suo ele­gan­te ac­cen­to bri­tan­ni­co.

Si di­chia­ra con­vin­to che è sta­to Dio a chia­mar­lo a ve­sti­re i pan­ni del lea­der del mo­vi­men­to per i di­rit­ti ci­vi­li, as­sas­si­na­to nel 1968 a 39 an­ni (Oye­lo­wo og­gi ne ha 38).

La dif­fi­col­tà era quel­la di an­da­re ol­tre la “sem­pli­ce imi­ta­zio­ne” di un uo­mo le cui pa­ro­le e il cui vi­so era­no ce­le­bri ma a Da­vid Oye­lo­wo non è man­ca­to il tem­po: ci so­no vo­lu­ti an­ni per rea­liz­za­re Sel­ma, che è rim­bal­za­to da un re­gi­sta all’al­tro e ha in­con­tra­to un’inf­ni­tà di osta­co­li.

«Que­sto ruo­lo è la sin­te­si di tut­to quel­lo che so­no»

« Non avrei po­tu­to de­di­car­mi a que­sto pro­get­to a me­no che non aves­si sen­ti­to una vo­ca­zio­ne. Ed ec­co­ci in un mo­men­to in cui un film come Sel­ma non po­treb­be es­se­re più at­tua­le», com­men­ta l’at­to­re, a po­che settimane dal­la de­ci­sio­ne del tri­bu­na­le di non in­cri­mi­na­re l’agen­te di po­li­zia bianco che, il 9 ago­sto 2014, uc­ci­se un ado­le­scen­te di co­lo- re, non ar­ma­to, a Fer­gu­son, nel Mis­sou­ri.

Oye­lo­wo, at­to­re tea­tra­le di for­ma­zio­ne clas­si­ca, di­plo­ma­to al­la Lon­don Aca­de­my of Mu­sic and Dra­ma­tic Art, si è fat­to un no­me nel tea­tro e nel­la te­le­vi­sio­ne in­gle­si per poi tra­sfe­rir­si a Los An­ge­les, nel 2007, con la mo­glie Jes­si­ca e i due fgli. Da al­lo­ra la fa­mi­glia ha avu­to al­tri due bam­bi­ni, e Oye­lo­wo è riu­sci­to a ot­te­ne­re ruo­li in flm im­por­tan­ti come Lin­coln di Ste­ven Spiel­berg (nei pan­ni di un sol­da­to), The Bu­tler di Lee Da­niels ( nei pan­ni di un fi­glio ribelle) e The Help di Ta­te Tay­lor ( nei pan­ni di un pre­di­ca­to­re).

I ge­ni­to­ri, ta­xi­sti a Lon­dra, non vo­le­va­no che re­ci­tas­se

Quel­lo del dot­tor King, pe­rò, è un ruo­lo che nel­la vi­ta ca­pi­ta una vol­ta sol­tan­to. Oye­lo­wo dice di aver­lo ot­te­nu­to in gran par­te per me­ri­to di Oprah Win­frey, una dei pro­dut­to­ri, e Ava Duver­nay, una del­le po­che re­gi­ste di colore.

L’at­to­re ha le­ga­to con la Win­frey quan­do que­st’ul­ti­ma ha in­ter­pre­ta­to sua ma­dre in The Bu­tler - Un mag­gior­do­mo al­la Ca­sa Bianca e, quan­do il pro­get­to di Sel­ma ri­schia­va di af­fon­da­re per l’en­ne­si­ma vol­ta, le ha chie­sto aiu­to. «Da­vid è na­to per quel ruo­lo, è tut­to quel­lo che pos­so di­re » , co­sì Oprah ha com­men­ta­to la sua in­ter­pre­ta­zio­ne di King. Gli ha cre­du­to quan­do lui le ha det­to che era sta­to Dio a chia­mar­lo per quel­la par­te, e ha spro­na­to l’at­to­re ad an­da­re in pro­fon­di­tà: « In lui, nel­lo spi­ri­to con cui fa le cose, ri­ve­do me stes­sa da gio­va­ne».

Mal­gra­do il suc­ces­so, i suoi ge­ni­to­ri ni­ge­ria­ni, che ge­sti­sco­no un ser­vi­zio di ta­xi nel Nord di Lon­dra, all’ini­zio non ap­pro­va­va­no. Da­vid sco­prì la re­ci­ta­zio­ne per ca­so, a 14 an­ni. Pen­sa­va di an­da­re a un ap­pun­ta­men­to con una ra­gaz­za, ma que­sta lo por­tò al

«C’È UNA

PAU R A IN­CON­SCIA DEI NE­RI

FOR­TI»

suo cor­so di tea­tro e l’at­ti­vi­tà si ri­ve­lò un toc­ca­sa­na per la sua pro­fon­da ti­mi­dez­za.

«Per en­tra­re nel­la par­te di King so­no an­da­to let­te­ral­men­te in tutti i luo­ghi sto­ri­ci in cui era sta­to lui. So­no sta­to a Mem­phis e ho visto do­ve è mor­to. Ho gi­ra­to in mac­chi­na il Sud, ho at­tra­ver­sa­to Mo­ney, nel Mis­sis­sip­pi, do­ve fu uc­ci­so Em­mett Till», ri­pren­de.

« Gli stru­men­ti più uti­li li ho avu­ti par­lan­do con An­drew Young», con­ti­nua a rac­con­ta­re, «che co­no­sce­va King in­ti­ma­men­te, che ha co­no­sciu­to il buon­tem­po­ne, il pa­dre, l’ami­co, l’uo­mo as­sil­la­to da tan­ti dub­bi » . Young, che mar­ciò in­sie­me a King e poi divenne de­pu­ta­to, am­ba­scia­to­re per l’onu e sin­da­co di Atlanta, gli ha an­che se­gna­la­to dei fl­ma­ti di King tut­to­ra ine­di­ti.

Quel­lo che emer­ge guar­dan­do­li è un dot­tor King de­ci­sa­men­te me­no in­ges­sa­to del gio­va­ne pre­di­ca­to­re im­pet­ti­to. « La sua ca­den­za è di­ver­sa » , spie­ga Oye­lo­wo. « Di­ver­so il mo­do in cui ar­ti­co­la le fra­si. Di­ver­so l’uso di pa­ro­le al­ti­so­nan­ti. Sen­ti­va l’esi­gen­za di mo­stra­re il vol­to di­gni­to­so, in­tel­let­tua­le e scal­tro dell’afroa­me­ri­ca­no » , per­ché non era quel­la l’immagine che l’ame­ri­ca vo­le­va ac­cet­ta­re. « E non lo è nem­me­no og­gi».

« Que­sto ruo­lo è sta­to la sin­te­si di tut­to quel­lo che so­no come uo­mo. Pen­so che fno­ra ci sia sta­ta una pau­ra in­na­ta dei per­so­nag­gi ne­ri for­ti, che con­trol­la­no il pro­prio de­sti­no. È una pau­ra in­con­scia. E per pau­ra in­ten­do il fat­to che, quan­do noi ne­ri in­ter­pre­tia­mo do­me­sti­che e schia­vi ves­sa­ti, è come una pro­fe­zia che si au­toav­ve­ra. È com­pren­si­bi­le, è in­ne­ga­bi­le, fa par­te del­la sto­ria dei ne­ri d’ame­ri­ca. Quel che è me­no ac­cet­ta­to, me­no evi­den­te, me­no pro­fe­ti­co, so­no i mo­men­ti in cui ab­bia­mo cam­bia­to in mo­do for­te la tra­iet­to­ria del no­stro de­sti­no».

«An­co­ra og­gi il vol­to in­tel­let­tua­le dell’afroa­me­ri­ca­no non è ac­cet­ta­to»

DA­VID OYE­LO­WO È NA­TO A OX­FORD, IN IN­GHIL­TER­RA, IL 1° APRI­LE 1976, DA GE­NI­TO­RI NI­GE­RIA­NI. È SPOSATO CON L’AT­TRI­CE JES­SI­CA WA­TSON, DA CUI HA AVU­TO QUAT­TRO FI­GLI

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