Cacciatori di boss

Lui c’era, quan­do han­no pre­so Bru­sca e Pro­ven­za­no. E c’era in tut­te le 28 azio­ni del­la se­zio­ne Catturandi, gli sbir­ri di Palermo che han­no ar­re­sta­to i la­ti­tan­ti ma­fio­si più pe­ri­co­lo­si. Com’è an­da­ta, I. M.D. lo rac­con­ta a GQ. Aspet­tan­do an­co­ra al var­co

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di CRI­STI­NA D’AN­TO­NIO

Sto­rie di ma­fa: la se­zio­ne Catturandi di Palermo nel­le pa­ro­le di un in­si­der

E poi c’è sta­ta quel­la vol­ta che ha in­cro­cia­to in piaz­za i fgli di un boss. Guar­da come so­no cre­sciu­ti, ha det­to al­la mo­glie. Come si so­no fat­ti bel­li. Pa­ren­ti tuoi?, ha iro­niz­za­to lei. No. Pe­rò. Il fat­to è che quan­do il boss si ro­to­la­va nel let­to, lui ascol­ta­va. In­ter­cet­ta­va. Per­ciò quel­li era­no fgli che co­no­sce­va, di­cia­mo co­sì, da sem­pre.

I.M.D. è un po­li­ziot­to. Un cacciatore. Ha una bel­la vo­ce, leg­ge­ra, che non met­te­re­sti in go­la a un uo­mo che ha pas­sa­to me­tà dei suoi an­ni die­tro ai la­ti­tan­ti ma­fo­si. Lo ha fat­to dal­le stan­ze di una se­zio­ne del­la Squa- dra Mobile di Palermo, la Catturandi. Dal 1995 al 2013. Fa i cal­co­li in ba­se al­le cat­tu­re: dal­la pri­ma in as­so­lu­to, quel­la di Cri­sto­fo­ro Can­nel­la, a quel­la cla­mo­ro­sa di Gio­van­ni Bru­sca, a quel­la che do­po no­ve an­ni di in­da­gi­ni ha mes­so den­tro Ber­nar­do Pro­ven­za­no. Ha par­te­ci­pa­to a tut­te e 28 le azio­ni. Me­no l’ul­ti­ma, quel­la che an­co­ra man­ca: la cat­tu­ra di Mat­teo Mes­si­na De­na­ro. La pros­si­ma, as­si­cu­ra: «Non esi­sto­no gli im­pren­di­bi­li, a me­no che non de­ci­da­no di ta­glia­re i le­ga­mi con la fa­mi­glia ma­fo­sa e con quel­la di san­gue. Sap­pia­mo che non lo ha fat­to. Per­ciò è solo questione di tem­po».

A 44 an­ni, I.M.D. è pas­sa­to ad al­tro. Al­la Se­con­da se­zio­ne in­ve­sti­ga­ti­va del­la Squadra mobile, che si oc­cu­pa del­le or­ga­niz­za­zio­ni ma­fo­se le­ga­te al­la cri­mi­na­li­tà stra­nie­ra. Ma gi­ra an­co­ra l’ita­lia per spie­ga­re nel­le scuo­le come funziona la ma­fa, una for­ma di lot­ta pre­ven­ti­va al ma­le. E ha pub­bli­ca­to da po­co il suo quar­to li­bro-re­so­con­to, La Catturandi. La ve­ri­tà ol­tre le fc­tion (so­no tutti pub­bli­ca­ti con Da­rio Flac­co­vio Edi­to­re). Non sve­la nul­la dell’acro­ni­mo che lo pro­teg­ge, ma quan­do par­la in pub­bli­co lo fa a vol­to sco­per­to, chie­den­do di non es­se­re fo­to­gra­fa­to o fl­ma­to in vi­so. A Palermo cer­ti se­gre­ti non esi­sto­no, e chi de­ve, le sue ge­ne­ra­li­tà già le co­no­sce, ma «pri­ma le in­da­gi­ni era­no per­so­na­liz­za­te: uc­ci­de­vi il po­li­ziot­to e bloc­ca­vi l’in­da­gi­ne, uc­ci­de­vi il ma­gi­stra­to e fni­va tutt’e cose. Adesso la­vo­ria­mo in squadra: per fer­ma­re l’inchiesta do­vreb­be­ro far­ci fuori tutti, e que­sto mi dà for­za».

Nei gior­ni in cui Ro­ma si ren­de con­to di quan­ta ma­fa agi­sca e pro­spe­ri nei suoi pa- laz­zi, I.M.D. mi spie­ga come si di­ven­ta sbir­ro, un po­li­ziot­to sen­za di­vi­sa. «Vo­le­vo fa­re il chi­mi­co, non sven­ta­re i crimini. E in­ve­ce, fglio di ope­rai, sen­za le­ga­mi di­ret­ti con la ma­fa o la ma­gi­stra­tu­ra, mi so­no tro­va­to spes­so in mez­zo. Mia ma­dre, che è cre­den­te, ci leg­ge un di­se­gno di­vi­no». Ni­ni Cas­sa­rà come vi­ci­no di ca­sa, e la sel­va di col­pi che lo la­scia a ter­ra. Un’at­ten­ta­to a scuo­la. La pri­ma fdan­za­ta ve­ra, fglia di un po­li­ziot­to im­por­tan­te. «E l’al­fet­ta co­lor cac­ca che ci se­gui­va ovun­que». Suo­na fa­mi­lia­re? I.M.D. è ami­co d’in­fan­zia di Pif. «Quante ce ne sia­mo rac­con­ta­te. Ma mi­ca me lo ha det­to, che vo­le­va fa­re un flm». Il 1992 è un an­no sen­za ri­tor­no: am­maz­za­no Gio­van­ni Fal­co­ne e Pao­lo Bor­sel­li­no. «Al­lo­ra, qua­lun­que mez­zo po­li­ti­co ave­va il por­to­ne di ca­sa pro­tet­to dal­la rimozione for­za­ta. La ma­dre di Bor­sel­li­no no. Per­ciò han­no po­tu­to far­lo sal­ta­re in aria». Quel gior­no ha una reazione emo­ti­va, dice. In­ve­ce di par­ti­re per il ser­vi­zio mi­li­ta­re, si ar­ruo­la in po­li­zia. «Cre­de­vo di es­se­re l’uni­co, la cit­tà era in un ba­gno di san­gue, e in­ve­ce ho tro­va­to tan­ti ra­gaz­zi che la pen­sa­va­no come me, che vo­le­va­no agi­re con­tro la ma­fa. Al­cu­ni tra lo­ro so­no di­ven­ta­ti i miei mi­glio­ri amici».

«Il grup­po è tut­to. Sap­pia­mo come ri­sol­ve­re gli scaz­zi: con una piz­za»

Gli amici, la fa­mi­glia, i col­le­ghi. Sen­za di lo­ro nul­la sa­reb­be pos­si­bi­le. «Mio fglio com­pie gli an­ni il 15 novembre. Come mio pa­dre e mia non­na. Una da­ta che è sem­pre una gran festa. Ma un 15 novembre, Do­me­ni­co Rac­cu­glia è pronto a far­si cat­tu­ra­re». Uno dei più pe­ri­co­lo­si, do­po Mat­teo Mes­si­na De­na­ro. «Il bam­bi­no ca­pi­sce che c’è qual­co­sa nell’aria e pren­de la bor­sa do­ve ten­go il mef­sto, il cap­puc­cio che ci co­pre il vol­to. Mi la­scia an­da­re con una do­man­da: vuo­le solo sa­pe­re se tor­ne­rò per la tor­ta».

Ma lei dor­me be­ne la not­te? «Be­nis­si­mo». Chi vi aiu­ta a non da­re di matto? «So­ste­gni non ne ab­bia­mo, so­no cose ame­ri­ca­ne. Con­ta il grup­po. Stia­mo as­sie­me in mol­ti mo­di, e quel­lo da­van­ti al ci­bo è il più im­me­dia­to. Uno scaz­zo, da­van­ti a una piz­za si ri­sol­ve». Uo­mi­ni e don­ne, allo stes­so mo­do? «Sì. Don­ne ne ab­bia­mo avu­te po­che al­la Catturandi. To­ste. An­che bel­le. Ma per noi to­tal­men­te ases­sua­te». Mi­nac­ce ri­ce­vu­te? «Di grup­po. Ga­spa­re Spa­tuz­za ci man­dò una let­te­ra con le tar­ghe del­le no­stre macchine per­so­na­li e una cro­ce

«LE MA­NET­TE

CHE SI

R OM P O NO?

UN FAT TO

SIM­BO­LI­CO»

ac­can­to: un in­vi­to pa­le­se a non dar­gli la caccia. Ma quan­to ci fe­ce in­caz­za­re! Co­sì lo pren­dem­mo in po­chi me­si».

Tra pre­da e cacciatore ogni mos­sa è le­git­ti­ma. I.M.D. ha cor­teg­gia­to una gio­va­ne don­na per en­tra­re a Ci­ni­si, il pae­se di Gae­ta­no Ba­da­la­men­ti, sen­za al­lar­ma­re i ma­fo­si. Una spe­cie di la­scia­pas­sa­re. Quel­la don­na poi l’ha spo­sa­ta, per in­ci­so. Dai la­ti­tan­ti in­ve­ce ha im­pa­ra­to a staccarsi. «All’ini­zio no, era complicato. E alie­nan­te: ovun­que gi­ras­si lo sguar­do, la­vo­ra­vo. Ora mollo, di­men­ti­co co­sa ho fat­to cin­que mi­nu­ti pri­ma». Ma si crea una qual­che re­la­zio­ne? «Uni­di­re­zio­na­le: tu dai la caccia, il ma­fo­so lo sa, ma non può in­di­vi­duar­ti». Ore di ascol­to e ria­scol­to di con­ver­sa­zio­ni tra per­so­ne “at­ten­zio­na­te”, come si dice in ger­go, pron­ti a cap­ta­re si­gni­f­ca­ti, cose non det­te, so­spi­ri. «En­tri nel­la te­sta del cri­mi­na­le e tra i pen­sie­ri di chi lo cir­con­da. Im­pa­ri a cap­ta­re le ano­ma­lie nel­le abi­tu­di­ni: so­no quel­le in­cri­na­tu­re da cui si pas­sa per bec­car­lo».

«Fi­nal­men­te lu pi­glia­ru a stu cur­nu­tu, e adesso met­te­te­gli la te­sta nel­la mer­da», com­men­tò San­ti­no Di Mat­teo, il pentito, il pa­dre del ra­gaz­zi­no sciol­to nell’acido, quan- do han­no fer­ma­to Gio­van­ni Bru­sca. I.M.D. con­ser­va an­co­ra il si­ga­ro che il la­ti­tan­te te­ne­va in ta­sca quel­la se­ra. E l’odio? «Cer­co di se­pa­ra­re la lo­gi­ca dai sentimenti. Bru­sca è l’uo­mo che ha pre­mu­to sul pul­san­te del­la stra­ge di Ca­pa­ci. Per me, il ma­le in per­so­na. Nel suo ca­so non man­ca­va cer­to la rab­bia». Le immagini del suo ar­re­sto e del­la gio­ia sel­vag­gia dei po­li­ziot­ti so­no nel­la memoria del­la gente e del­la rete. «Quel­le, e la sto­ria del­le ma­net­te: era­no de­gli An­ni 60, si so­no rot­te e c’è vo­lu­to il fab­bro. In que­sto ar­re­sto il sim­bo­li­smo ha vo­lu­to la sua par­te».

Pri­ma di ogni ca­ro­sel­lo da­van­ti all’al­be­ro Fal­co­ne, il fcus che cre­sce in via No­tar­bar­to­lo – «un gi­ro di clac­son che fe­steg­gia la vit­to­ria del­lo Sta­to sul­la ma­fa» –, gli uo- mi­ni del­la Catturandi de­vo­no fa­re ri­cor­so al­la fan­ta­sia, ol­tre che al­la for­za dei pro­pri ner­vi. Pri­ma che gli agen­ti dell’fbi ar­ri­vas­se­ro con le lo­ro camicie ha­wa­ia­ne per da­re una ma­no nel­la caccia a zio Bin­nu – e se ne an­das­se­ro av­vi­li­ti, la­scian­do in re­ga­lo l’at­trez­za­tu­ra tec­no­lo­gi­ca – questi sbir­ri in­ven­ta­no la mi­cro­spia che si ali­men­ta con la car­ti­na tor­na­so­le. Ria­dat­ta­no per le pro­prie mis­sio­ni le tu­te usa­te dei col­le­ghi del Re­par­to Vo­lo («Una vol­ta so­no fni­to in una va­sca di ce­men­to fre­sco. E so­no tor­na­to a ca­sa con una to­va­glia in­tor­no ai fan­chi»). E so­no pron­ti a tra­sfor­mar­si per gior­ni in sas­si, se l’ap­po­sta­men­to lo ri­chie­de.

È suc­ces­so nel­la cam­pa­gna di Cor­leo­ne, gli oc­chi fs­si su una mas­se­ria. «Mo­ri­va­mo di fa­me». Con­clu­so il blitz, la Catturandi ve­de una mon­ta­gna di ri­cot­ta fre­sca. Il pri­mo po­li­ziot­to tira fuori la sua car­ta pla­ti­num e la usa come un cuc­chia­io. Gli al­tri lo imi­ta­no, ciascuno con la car­ta che tro­va nel por­ta­fo­gli. Di cre­di­to, del su­per­mer­ca­to. È il for­mag­gio di cui si nu­tre, con un po’ di ci­co­ria e di mie­le, Ber­nar­do Pro­ven­za­no. Pre­so do­po 43 an­ni di la­ti­tan­za. Per I.M.D., la ri­cot­ta più buo­na di sem­pre.

«IL LE­GA­ME

CON IL LA­TI­TAN­TE C’È, A SEN­SO

UNI­CO» «Le in­ter­cet­ta­zio­ni? Al­la fne, im­pa­ri a cap­ta­re le ano­ma­lie tra le cose non det­te»

DI BER­NAR­DO 2006: L’AR­RE­STO . SOT­TO, 1996: PRO­VEN­ZA­NO BRU­SCA TOC­CA A GIO­VAN­NI

LA MAS­SE­RIA NEL­LA CAM­PA­GNA DI COR­LEO­NE DO­VE SI NA­SCON­DE­VA BER­NAR­DO PRO­VEN­ZA­NO

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