Jim­my Io­vi­ne

BU­SI­NESS «Do­po la mor­te di Ste­ve Jobs, al­la Ap­ple c’era un bu­co». Il tap­po per chiu­der­lo era lui, JIM­MY IO­VI­NE, l’“in­ven­to­re” di Bru­ce Spring­steen, del rap e del­le cuf­fe Bea­ts, che ha ven­du­to a Cu­per­ti­no per 3 mi­liar­di di dol­la­ri

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di GREG WIL­LIAMS

Chi è? “Solo” l’in­ven­to­re di Bru­ce Spring­steen, del rap e del­le cuf­fe Bea­ts

Ma­ga­ri lo co­no­sce­te come co-fon­da­to­re del­la In­ter­sco­pe Re­cords o, for­se, come il vi­sio­na­rio che ha crea­to la Bea­ts ( in­sie­me al so­cio Dr. Dre) e poi l’ha ven­du­ta al­la Ap­ple per tre mi­liar­di di dol­la­ri. Ma lo sa­pe­va­te che Jim­my Io­vi­ne ha an­che pro­dot­to Ea­ster di Pat­ti Smi­th, Rat­tle and Hum de­gli U2 e il flm con Emi­nem 8 Mile? Og­gi Io­vi­ne ha 61 an­ni, ma ha an­co­ra l’at­ti­tu­di­ne di un tee­na­ger. È un uo­mo asciut­to, cor­dia­le, e non rie­sce a sta­re mai fer­mo. Non è dif­fi­ci­le im­ma­gi­nar­lo ra­gaz­zo, quan­do spaz­za­va i pa­vi­men­ti in uno stu­dio di re­gi­stra­zio­ne di New York, a 19 an­ni. Do­po nean­che un an­no, nel 1973, la svolta: John Len­non è lì a re­gi­stra­re un al­bum so­li­sta, e c’è un bra­no che crea qual­che dif­f­col­tà. Io­vi­ne ar­meg­gia un po’, Len­non sta ad ascol­ta­re e, gra­to, gli dice: «Re­sta se­du­to lì».

«Chie­si a John Len­non: “Per­ché lo fai?”. Mi ri­spo­se: “Per fa­re sesso”»

Io­vi­ne si fa co­no­sce­re. Sol­tan­to due an­ni do­po è il tec­ni­co del suo­no che la­vo­ra su Born to Run di Bru­ce Spring­steen. Ne­gli An­ni 70 e 80 la sua re­pu­ta­zio­ne cre­sce, i gran­di no­mi si ac­cu­mu­la­no. Tom Pet­ty, Pat­ti Smi­th, U2. Nel 1990 fon­da un’eti­chet­ta di­sco­gra­f­ca, la In­ter­sco­pe Re­cords. Un gior­no ar­ri­va un gio­va­ne rap­per a pro­por­re le sue pro­du­zio­ni. Il ti­zio è An­dre Young, in ar­te Dr. Dre. L’al­bum con cui si pre­sen­ta è The Ch­ro­nic, una pie­tra mi­lia­re del­la sto­ria del rap. Nei due de­cen­ni successivi Io­vi­ne pro­du­ce Emi­nem, Snoop Dogg, Ni­ne In­ch Nails, Lady Gaga. Solo per fa­re qual­che no­me... La li­sta è fn trop­po lun­ga.

Sal­tia­mo al 2006. Dre in­for­ma Io­vi­ne di aver ri­ce­vu­to del­le pro­po­ste per crea­re una linea di snea­kers. «La­scia per­de­re le scar­pe», dice Io­vi­ne. «Fac­cia­mo del­le cuf­fe». Co­sì i due crea­no il marchio Bea­ts by Dr. Dre, che in bre­ve di­ven­ta un bu­si­ness di enor­me suc­ces­so. La scor­sa primavera Io­vi­ne e Dre ven­do­no tut­to al­la Ap­ple per tre mi­liar­di di dol­la­ri, e Io­vi­ne la­scia la ca­ri­ca di presidente del­la In­ter­sco­pe Gef­fen A&M. La Ap­ple si è com­pra­ta an­che lui, per­ché la aiu­ti a im­ma­gi­na­re il fu­tu­ro e, ci­tan­do Io­vi­ne, «a ren­de­re un ser­vi­zio im­por­tan­te quan­to la mu­si­ca».

Come è an­da­to l’affare con Ap­ple?

«Li ho con­vin­ti che do­ve­va­no com­pra­re la Bea­ts. Gli ho det­to: “Non vo­glio la­vo­ra­re per nes­sun al­tro. Vo­glio fa­re que­ste cose al­la Ap­ple, so che al­la Ap­ple pos­so riu­scir­ci. Non vo­glio an­da­re sul mer­ca­to, vo­glio ve­ni­re qui, nel­la so­cie­tà di Ste­ve. Vi co­no­sco, ra­gaz­zi, so di che co­sa sie­te ca­pa­ci; so che ca­pi­te la cultura pop. E so che in que­sto mo­men­to ave­te un bu­co nel­la mu­si­ca. Ve lo tap­po io”. Cre­do sia sta­to due an­ni pri­ma che si de­ci­des­se­ro fnal­men­te a di­re di sì».

Co­sa in­ten­de­vi quan­do gli hai det­to «ave­te un bu­co nel­la mu­si­ca»?

«Do­po la mor­te di Ste­ve Jobs, con il dif­fon­der­si del­lo strea­ming ho ca­pi­to che al­la Ap­ple man­ca­va qual­co­sa. La Bea­ts Mu­sic po­te­va dar­glie­lo».

Sei cre­sciu­to a Red Hook, giu­sto?

«Sì, a Brooklyn. Mio pa­dre era un uo­mo straor­di­na­rio, uno sca­ri­ca­to­re di por­to;

mia ma­dre fa­ce­va la segretaria. Gente che la­vo­ra­va so­do. Quel­lo era il mon­do da cui ve­ni­vo, ma io ama­vo la mu­si­ca e vo­le­vo fa­re qual­co­sa di di­ver­so».

Quan­do hai ini­zia­to ad ap­pas­sio­nar­ti al­la mu­si­ca?

«Fa­ci­le: She Lo­ves You. Boom! Sta­vo ste­so sul pa­vi­men­to, a ca­sa, da­van­ti al no­stro te­le­vi­so­re Rca ad aspet­ta­re i Beatles. È sta­to come bru­ciar­si...».

Un gior­no John Len­non ti chie­se come mai ti eri da­to al­la mu­si­ca...

«Mi dis­se: “Per­ché fai que­sto la­vo­ro?”. Gli spie­gai: “Vi ho visto all’ed Sul­li­van Show, ho com­pra­to una chi­tar­ra e ho pen­sa­to di met­te­re su una band. Poi mi so­no re­so con­to che era trop­po dif­f­ci­le, al­lo­ra ho de­ci­so di tro­va­re un al­tro mo­do per an­da­re più vi­ci­no pos­si­bi­le a que­sto mon­do”. Gli chie­si: “John, e tu per­ché ti sei da­to al­la mu­si­ca?”. “Per fa­re sesso”, mi ri­spo­se».

Hai avu­to suc­ces­so gra­zie al­la tua fran­chez­za bru­ta­le.

«Ve­ro. Spring­steen e Pat­ti [Smi­th] odia­no i com­pro­mes­si. E in stu­dio va­le que­sta regola: la ve­ri­tà va di pa­ri pas­so con la so­stan­za. Io so­no una spe­cie di spu­gna. Non ho im­pa­ra­to quel­lo che so a scuo­la, ma stan­do con gente che re­pu­ta­vo gran­de. Ho un do­no: ri­co­no­sco su­bi­to le per­so­ne spe­cia­li».

Gli ar­ri­vò il di­sco di uno che vo­le­va uc­ci­de­re la ma­dre: «Era Emi­nem»

Hai di­chia­ra­to che il mot­to del­la Bea­ts è: «Tut­to ciò che sap­pia­mo po­treb­be es­se­re già sba­glia­to».

«È il mio ap­proc­cio a ogni co­sa. Se non la pen­si co­sì sei vec­chio, non im­por­ta se hai 25 an­ni o 55. Ma es­se­re sem­pre in mo­vi­men­to spa­ven­ta. Da­vid Gef­fen mi dice da trent’an­ni: “Non def­ni­re te stes­so in ba­se al tuo la­vo­ro, altrimenti non riu­sci­rai mai ad an­da­re avan­ti. Re­ste­rai in­trap­po­la­to”. Me l’ha fc­ca­to be­ne in te­sta. La vi­ta è un equi­li­brio tra la pau­ra e il su­pe­ra­men­to del­la pau­ra. E la pau­ra può di­ven­ta­re vento fa­vo­re­vo­le o con­tra­rio. So­no mol­to or­go­glio­so di aver pen­sa­to al marchio Bea­ts a 55 an­ni. Io mi sen­to co­sì: aper­to a tut­to. Ti fac­cio un esem­pio. Nel 1998 la Death Row Re­cords sta­va scop­pian­do; Tupac era sta­to uc­ci­so e le cose an­da­va­no ma­le. In quel pe­rio­do ave­vo un as­si­sten­te in pro­va, un ra­gaz­zo in gam­ba. Mi dis­se: “Ieri se­ra so­no sta­to a un con­cer­to rap. C’era un ti­zio in­cre­di­bi­le”. Gli chie­si: “Pro­cu­ra­ti un suo cd, lo fac­cio sen­ti- re a Dre”. Tor­nò il gior­no do­po con il ma­te­ria­le. Quel ti­zio gri­da­va con­tro sua ma­dre, di­ce­va di vo­ler­la uc­ci­de­re. Da do­ve ven­go io non uc­ci­di tua ma­dre, ti pa­re? Lo die­di a Dre. Il re­sto è leg­gen­da. Era Emi­nem».

C’è qual­co­sa su cui non ti ho fat­to do­man­de di cui mi vor­re­sti par­la­re?

«Sì, il mio rap­por­to con Dre. Per­ché è ve­ra­men­te spe­cia­le. Ci fdia­mo l’uno dell’al­tro, sen­za bi­so­gno di di­re nul­la. Se lui ha un’idea e io non so­no d’ac­cor­do, Dre mi dice: “Okay, non se ne fa nien­te”, tan­to cre­de cie­ca­men­te nel mio istin­to. E vi­ce­ver­sa. In­sie­me ne ab­bia­mo pas­sa­te pro­prio tan­te».

Cos’è per te la pa­ce?

«Quan­do ti sve­gli al mat­ti­no e sei pre­sen­te. Quan­do va­do al­la Ap­ple a la­vo­ra­re sul ser­vi­zio mu­si­ca­le che stia­mo pre­pa­ran­do e so­no to­tal­men­te con­cen­tra­to. (Ogni settimana Io­vi­ne tra­scor­re un pa­io di gior­ni al quar­tie­re ge­ne­ra­le del­la Ap­ple, a Cu­per­ti­no, ndr). Il Sa­cro Graal è la pa­ce, più l’am­bi­zio­ne. Altrimenti sprechi la tua vi­ta».

Sen­ti di aver spre­ca­to in qual­che mo­do una par­te del­la tua esi­sten­za?

« In pas­sa­to, c’è sta­to un tem­po in cui mi fa­ce­vo tra­sci­na­re trop­po. Avrei vo­lu­to es­se­re più ri­las­sa­to, go­der­mi di più il mio la­vo­ro. In­ve­ce mi ri­du­ce­vo a uno strac­cio, la­vo­ra­vo e ba­sta. Mi di­ce­vo: “Okay, è giu­sto sta­re con­ti­nua­men­te sul­le spi­ne, se vuoi fa­re di­schi di suc­ces­so”. Per­ciò sgob­ba­vo ven­ti ore al gior­no, set­te gior­ni su set­te. Non fa­ce­vo al­tro».

La mi­glio­re idea del­la sua vi­ta? Quel­la che gli ver­rà in te­sta domani

Qua­li so­no i con­si­gli che da­re­sti al di­cian­no­ven­ne Jim­my Io­vi­ne?

«Nien­te pa­ra­no­ie e tie­ni la men­te aper­ta. Poi lo in­co­rag­ge­rei a pren­de­re la di­re­zio­ne del­la tec­no­lo­gia che si spo­sa con i con­te­nu­ti. La mag­gior par­te del­le azien­de che ope­ra­no nel set­to­re del­la tec­no­lo­gia so­no cul­tu­ral­men­te po­ve­re, e la mag­gior par­te di quel­le di en­ter­tain­ment non han­no la tec­no­lo­gia ade­gua­ta. Aper­tu­ra si­gni­f­ca que­sto. Puoi ave­re tutti i sol­di che vuoi, ma non è il suc­ces­so eco­no­mi­co che ti def­ni­sce. Cer­to, nel­le re­la­zio­ni so­no age­vo­la­to dai suc­ces­si pas­sa­ti, pe­rò è l’idea che mi vie­ne og­gi o domani a ren­der­mi dav­ve­ro uti­le. Altrimenti re­sto sol­tan­to un tro­feo».

«PUOI AVE­RE TUTTI I SOL­DI CHE VUOI, NON SO­NO QUEL­LI A DEFINIRTI»

«Da Pat­ti Smi­th a Emi­nem. Ho un do­no: so ri­co­no­sce­re su­bi­to le per­so­ne spe­cia­li»

M A CI Fo EK to K di O BI EL SK I

SO­CI IN AFFARI E AMICI DA UNA VI­TA: DR. DRE ( A SI­NI­STRA) E JIM­MY IO­VI­NE ( A DE­STRA). IN­SIE­ME HAN­NO FON­DA­TO LA BEA­TS

AN­DRE YOUNG, NO­TO COME DR. DRE, 50 AN­NI QUE­STO ME­SE, AU­TO­RE DEL CA­PO­LA­VO­RO THE CH­RO­NIC. UN’ICO­NA DEL RAP

LE CUF­FIE BEA­TS. PER SCO­PRI­RE TUT­TA LA GAM­MA, AN­DA­TE AL SI­TO IT. BEA­TS BYDRE. COM

JIM­MY IO­VI­NE, 61 AN­NI, EX PRO­DUT­TO­RE DI­SCO­GRA­FI­CO E FON­DA­TO­RE DEL­LA IN­TER­SCO­PE, ORA CON­SU­LEN­TE DI AP­PLE

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.