C’È UNA SE­CON­DA VOL­TA

La car­rie­ra di EDWARD NOR­TON ri­par­te da Bird­man: mai il ci­ne­ma è sta­to tan­to si­mi­le al­la real­tà

GQ (Italy) - - Super! - VALENTINA CA­IA­NI

Te­sto di Da vent’an­ni quel­lo del re­ma­ke di Fight Club, che “si ri­fà” e poi “no, non è nell’aria”, è diventato un tor­men­to­ne. Ma che fne ha fat­to da al­lo­ra Edward Nor­ton? Ap­pro­da­to dal mon­do del tea­tro a quel­lo del ci­ne­ma a fne mil­len­nio, era su­bi­to esplo­so re­ci­tan­do in 5 flm e por­tan­do a ca­sa due no­mi­na­tion agli Oscar in 24 me­si: con quel­lo d’esor­dio, Scheg­ge di pau­ra, e poi con Ame­ri­can History X. Due ruo­li mol­to in­ten­si. Il se­con­do an­che sco­mo­do, in una sto­ria che for­se per la pri­ma vol­ta a Hol­ly­wood parlava sen­za tan­ti fl­tri di neo­na­zi­sti.

Era il pre­lu­dio di Fight Club, ap­pun­to, la pel­li­co­la che lo ha im­pres­so nel­la memoria del gran­de pub­bli­co. Do­po, è sta­to più bu­si­ness. Ca­st im­por­tan­ti in flm dal­la re­gia ec­cel­len­te ( The Sco­re, La 25ª ora, The Italian Job) e la ten­ta­zio­ne di rea­liz­zar­si più a tut­to ton­do, de­di­can­do­si an­che al­la pro­du­zio­ne e al­la re­gia (nel 2000, nel non riu­sci­tis­si­mo Ten­ta­zio­ni d’amo­re). Ed è co­sì che ha ini­zia­to ad ap­pa­ri­re sem­pre di me­no. Al­me­no fno a una svolta com­mer­cia­le che og­gi sa qua­si di pre­mo­ni­zio­ne: pun­tan­do sul su­pe­re­roe. Nel 2008, do­po che gli Spi­der-man di Sam Rai­mi e il Batman di Ch­ri­sto­pher No­lan ave­va­no già ri­da­to smal­to com­mer­cia­le e di­gni­tà au­to­ria­le al ge­ne­re, Nor­ton in­ter­pre­ta L’in­cre­di­bi­le Hulk (con­tri­buen­do an­che al­la sce­neg­gia­tu­ra, non ac­cre­di­ta­to).

È un suc­ces­so­ne. Che non du­ra, pe­rò. Gli al­ti e bas­si con­ti­nua­no fno a que­sto me­se, quan­do sa­rà tra i pro­ta­go­ni­sti del­la not­te de­gli Oscar 2015, con due flm in liz­za ( Grand Budapest Ho­tel e Bird­man) e lui stes­so in ga­ra per il pre­mio come mi­glior at­to­re non pro­ta­go­ni­sta nel­la dark co­me­dy di Ale­jan­dro Gon­zá­lez Iñár­ri­tu al ci­ne­ma pro­prio in questi gior­ni. Nel­la sto­ria dell’at­to­re pas­sa­to dai fa­sti di un su­pe­re­roe hol­ly­woo­dia­no – il Bird­man del ti­to­lo, ap­pun­to – a una sgan­ghe­ra­ta pro­du­zio­ne tea­tra­le, c’è tut­to il sa­po­re di quel­le ope­ra­zio­ni di ri­va­lu­ta­zio­ne me­ta­ci­ne­ma­to­gra­f­che che han­no fat­to la fortuna di Quen­tin Ta­ran­ti­no. Bird­man ha mol­to di Pulp Fic­tion. Non solo in ter­mi­ni di ori­gi­na­li­tà e iro­nia. Il flm di Iñár­ri­tu di­vi­de con il ca­po­la­vo­ro di Ta­ran­ti­no il pro­ces­so di ri­va­lu­ta­zio­ne dei suoi in­ter­pre­ti at­tra­ver­so la lo­ro pa­ra­dos­sa­le “ri­di­co­liz­za­zio­ne”. Mi­chael Kea­ton, il pro­ta­go­ni­sta, ed Edward Nor­ton, in­fat­ti, ven­go­no più vol­te la­scia­ti let­te­ral­men­te in mutande, met­ten­do in sce­na una fsi­ci­tà lon­ta­nis­si­ma da quel­la che li ave­va con­sa­cra­ti sex sym­bol. Il re­gi­sta mes­si­ca­no di Amo­res per­ros fa dell’ex Batman e dell’ex Hulk i suoi John Tra­vol­ta e Bru­ce Wil­lis, co­struen­do in­tor­no ai due straor­di­na­ri at­to­ri un gio­co di spec­chi in cui le vi­cis­si­tu­di­ni dei per­so­nag­gi che met­to­no in sce­na si con­fon­do­no con le bio­gra­fe di Kea­ton e Nor­ton.

Bird­man è la sto­ria di un ex pro­ta­go­ni­sta di bloc­k­bu­ster che ten­ta un ri­lan­cio tar­di­vo del­la car­rie­ra a Broad­way, ma re­sta vit­ti­ma di tutti i tic e le ne­vro­si che af­fig­go­no il mon­do del­lo spet­ta­co­lo og­gi, ai tempi dei so­cial net­work. Nor­ton gio­ca la par­ti­ta del suo ri­scat­to con co­rag­gio­sa iro­nia, pun­ta drit­to a quel po­sto al so­le a cui è de­sti­na­to a tor­na­re, do­po an­ni un po’ in pe­nom­bra. «Pen­so che la gente ten­da a pro­iet­tar­ci ad­dos­so il pro­ble­ma del­la ge­stio­ne del­la fa­ma, e del­le an­sie le­ga­te a es­sa, più di quan­to non ac­ca­da real­men­te. Io non ho mai av­ver­ti­to quel disagio», sor­ri­de di­plo­ma­ti­co e si­cu­ro quan­do lo in­con­tria­mo. «So­no for­tu­na­to: ho sem­pre fat­to tut­to quel­lo che vo­le­vo fa­re, sen­za che que­sta co­sa mi osta­co­las­se o bloc­cas­se. La no­to­rie­tà è più che al­tro un in­con­ve­nien­te. In un mon­do idea­le fai un flm, poi spe­gni tut­to e tor­ni nell’ano­ni­ma­to, pronto ad ac­co­glie­re, fre­sco come una ro­sa, un al­tro ruo­lo. Sa­reb­be bel­lo po­ter ri­co­min­cia­re sem­pre da zero».

Met­ter­si in mutande per ri­lan­ciar­si: il me­to­do Ta­ran­ti­no

E l’ap­proc­cio zen a suc­ces­so e po­po­la­ri­tà non cam­bia an­che quan­do par­lia­mo del­le di­na­mi­che iste­ri­che del web: «Non ho nul­la con­tro i so­cial net­work. Non mi ci ap­pli­co gran­ché, per­ché so­no trop­po im­pe­gna­to: non ho tut­to il tem­po che in­ve­ce han­no i gio­va­ni. Ma cre­do che chi ne smi­nui­sce l’im­por­tan­za non stia ca­pen­do le po­ten­zia­li­tà di questi mez­zi che si evol­vo­no co­sì ve­lo­ce­men­te. So­no dell’idea che ab­bia­mo li­qui­da­to trop­po spes­so come “stupidi” o “inu­ti­li” fenomeni che poi si so­no ri­ve­la­ti dav­ve­ro ri­vo­lu­zio­na­ri. Cre­do che ab­bia­mo solo ini­zia­to ad ave­re idea di qua­le pos­sa es­se­re l’ef­fet­ti­va potenza dei so­cial me­dia».

A pro­po­si­to di giu­di­zi af­fret­ta­ti, ma­ga­ri in for­ma di luo­ghi co­mu­ni, Bird­man ne rac­con­ta pa­rec­chi su Broad­way e sul mon­do del­lo spet­ta­co­lo. A par­ti­re da quel­li sul nar­ci­si­smo pa­ra­noi­co dell’at­to­re. «Ef­fet­ti­va­men­te il flm con­tie­ne una for­te sa­ti­ra in que­sto sen­so. Le in­si­cu­rez­ze di chi fa il no­stro me­stie­re ven­go­no ac­cen­tua­te e ri­di­co­liz­za­te, ma non è che se ne par­li sen­za un fon­do di ve­ri­tà... An­zi, so­no as­so­lu­ta­men­te ac­cu­ra­te. La vi­ta del ci­ne­ma e del tea­tro è, in ef­fet­ti, un po’ stra­na. È di per sé una scel­ta di vi­ta par­ti­co­la­re quel­la che ti por­ta a in­flar­ti per la­vo­ro in al­tri pan­ni e poi uscir­ne, ri­di­se­gnan­do con­ti­nua­men­te sto­rie su sto­rie. Per me, pe­rò, è una vi­ta mol­to di­ver­ten­te. Amo la paz­za fa­mi­glia che si co­strui­sce at­tor­no a una pro­du­zio­ne ci­ne­ma­to­gra­f­ca o tea­tra­le».

Esper­to (con tan­to di lau­rea) di lin­gue e flo­so­fe orien­ta­li, Edward Nor­ton scher­za e non si scom­po­ne, ne­ga ogni nar­ci­si­smo e qua­lun­que ipotesi di ri­va­li­tà tra col­le­ghi: «Non ci ho mai pen­sa­to sul set. Il bel­lo è pro­prio la­vo­ra­re as­sie­me. Pe­rò c’è una bat­tu­ta mol­to co­mu­ne su chi fa il mio me­stie­re che mi fa sem­pre sor­ri­de­re: “Sai quan­ti at­to­ri ci vo­glio­no per av­vi­ta­re una lam­pa­di­na? Uno per av­vi­tar­la e 99 per di­re che lo­ro l’avreb­be­ro av­vi­ta­ta me­glio”».

«Io un per­fe­zio­ni­sta? No, ma mi pia­ce es­se­re per­fet­to»

Nor­ton ha sem­pre avu­to un ap­proc­cio tut­to suo an­che al­la pro­ver­bia­le os­ses­sio­ne de­gli at­to­ri per i ge­sti sca­ra­man­ti­ci? «Quan­do ho ini­zia­to con il tea­tro mi pia­ce­va fschiet­ta­re. E lo fa­ce­vo pa­rec­chio, fn­ché un gior­no una col­le­ga an­zia­na mi ha guar­da­to pie­tri­f­ca­ta dal­la pau­ra e mi ha det­to: “Ma che fai?”. Poi mi ha spie­ga­to che fschia­re in tea­tro por­ta dav­ve­ro jel­la». A noi re­sta la con­so­la­zio­ne di aver­gli estor­to il rac­con­to di un er­ro­re. Pro­prio lui, uno con la fa­ma di ve­ro ma­nia­co del per­fe­zio­ni­smo: «Sin­ce­ra­men­te non mi def­ni­rei un per­fe­zio­ni­sta. Pe­rò, lo am­met­to, so­no uno a cui pia­ce pro­va­re e ri­pro­va­re, ri­fa­re, ri­pe­te­re, per aff­na­re al mas­si­mo la mia per­for­man­ce».

De­ve es­se­re sta­ta du­ra, al­lo­ra, per uno co­sì at­ten­to al con­trol­lo, par­te­ci­pa­re a un flm che è pre­va­len­te­men­te com­po­sto di lun­ghe sce­ne sen­za stac­chi di mon­tag­gio: «In real­tà ab­bia­mo pro­va­to tan­tis­si­mo. An­che du­ran­te le ri­pre­se. Vo­le­va­mo da­re al flm un ritmo ma­gi­co. Iñár­ri­tu e il di­ret­to­re del­la fo­to­gra­fa, Emmanuel Lu­be­z­ki, han­no fat­to un la­vo­ro fan­ta­sti­co e co­rag­gio­so. Han­no osa­to. Chi fa flm spes­so si af­f­da trop­po al mon­tag­gio, ri­man­dan­do a quel­la fa­se la scel­ta tra più op­zio­ni, tra di­ver­se ri­pre­se del­la stes­sa sce­na. In Bird­man è come se Iñár­ri­tu si fos­se ne­ga­to que­sta op­por­tu­ni­tà. Ha cer­ca­to di ot­te­ne­re quel­lo che vo­le­va di­ret­ta­men­te sul set».

Do­man­da fna­le. Co­sa pensa del­la se­ria­li­tà al ci­ne­ma, dell’at­tua­le os­ses­sio­ne di Hol­ly­wood per se­quel, pre­quel e chi più ne ha più ne met­ta? «C’è da fa­re un di­stin­guo, se­con­do me. Esi­sto­no sto­rie se­ria­li per na­tu­ra, come Il si­gno­re de­gli anel­li. E, in quei ca­si, so­no d’ac­cor­do. In al­tri, lo so­no mol­to me­no. Nel mio ca­so, l’uni­co flm di cui si è par­la­to se­ria­men­te di un se­quel è , Il gio­ca­to­re - Roun­ders (re­gia di John Da­hl, del 1998, ndr). Ma non mi ri­sul­ta che ci sia­no al­tri progetti nell’aria». Nien­te, in­som­ma, per ri­ve­der­lo in un nuo­vo Fight Club c’è an­co­ra da aspet­ta­re.

SU­PE­RE­ROI Mi­chael Kea­ton e Edward Nor­ton in Bird­man, in questi gior­ni nei ci­ne­ma ita­lia­ni

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