Un tu­fo do­ve l’acqua è più brrr

Sta per ri­far­lo: si but­te­rà an­co­ra tra i ghiac­ci, que­sta vol­ta dell’an­tar­ti­co, per sol­le­ci­ta­re la crea­zio­ne di un’area pro­tet­ta. È l’en­ne­si­ma im­pre­sa da pazzi pen­sa­ta da LEWIS PU­GH, nuo­ta­to­re estre­mo per ot­ti­me cau­se

GQ (Italy) - - Purapura Vidavida - Te­sto di CRI­STI­NA D’AN­TO­NIO

Lewis Pu­gh va di fret­ta. De­ve sal­va­re il suo pros­si­mo ma­re: una qual­che par­te di ocea­no dal­le ac­que mol­to pu­re, mol­to fred­de e mol­to a sud. An­tar­ti­co. «Po­treb­be di­ven­ta­te l’area pro­tet­ta più va­sta del pianeta: 1,34 mi­lio­ni di chi­lo­me­tri qua­dra­ti», mes­sag­gia in pie­na not­te. Il Re­gno Uni­to, la Fran­cia e la Ger­ma­nia mes­si as­sie­me, per da­re un’idea.

Ol­tre a dormire mol­to po­co, ed es­se­re una crea­tu­ra for­te­men­te mediatica, Pu­gh è un nuo­ta­to­re estre­mo. In tutti i sen­si. Per le di­stan­ze che rie­sce a co­pri­re, una brac­cia­ta do­po l’al­tra, ti­po 60 chi­lo­me­tri nel Ma­re del Nord in due gior­ni, da Sou­thend al­la Tha­mes Bar­rier di Lon­dra. E per i po­sti in cui si tuf­fa, come nel lago Im­ja, che si è crea­to a cau­sa del di­sge­lo sull’everest, a 5.500 me­tri.

Tro­va gli spon­sor idean­do im­pre­se sem­pre più hard

È un esa­ge­ra­to, ma non è un matto. Per di­re: si for­ma come av­vo­ca­to di di­rit­to ma­rit­ti­mo, gua­da­gna l’in­ca­ri­co di Pa­la­di­no de­gli ocea­ni per con­to dell’onu, at­tra­ver­sa i ma­ri come at­to po­li­ti­co, per in­cen­ti­va­re la crea­zio­ne di par­chi pro­tet­ti, e per que­sto il National Geographic lo in­se­ri­sce nel­la li­sta dei suoi Ad­ven­tu­rers of the Year 2015 (il vincitore ver­rà pro­cla­ma­to en­tro feb­bra­io). Dice che l’uni­ca co­sa che lo spa­ven­ta in que­sta vi­ta «è la mo­no­to­nia»: da bam­bi­no si per­de­va nel­le av­ven­tu­re di Da­vid Li­ving­sto­ne, Roald Amund­sen e Sir Ed­mund Hil­la­ry; da gran­de ha vo­lu­to «di­ven­ta­re la lo­ro ver­sio­ne ac­qua­ti­ca».

Si man­tie­ne con i suoi talk mo­ti­va­zio­na­li, una me­dia di 120 all’an­no, e vendendo i suoi due li­bri ( Achie­ving the Im­pos­si­ble e 21 Yaks and a Spee­do – How to achie­ve your im­pos­si­ble). Fi­nan­za le sue im­pre­se al­zan­do l’asti­cel­la del­la sf­da. Co­sì gli spon­sor si con­vin­co­no e gli stan­no die­tro. An­che se, ogni vol­ta, la do­man­da è la stes­sa: si­cu­ro di far­ce­la? «Ho 45 an­ni e nuo­to da 27. Non c’è sta­ta una so­la vol­ta, in nes­su­na del­le mie im­pre­se, che qual­cu­no non ab­bia avan­za­to il dub­bio. “Non è fat­ti­bi­le”. “Que­sta vol­ta non ci rie­sci”. Or­mai l’ho ca­pi­to: se qual­cu­no mi dice che non pos­so rea­liz­za­re il mio so­gno, è inu­ti­le per­de­re tem­po a cer­ca­re di con­vin­cer­lo del con­tra­rio. Fac­cio co­sì: va­do e di­mo­stro che era pos­si­bi­le».

Pu­gh è un uo­mo che sa sta­re al mon­do, in qua­lun­que par­te del pianeta. Gi­ra ovun­que con una cuf­fa e gli oc­chia­li­ni in ta­sca (fe­tic­ci por­ta fortuna?), fa la spo­la tra Lon­dra, do­ve è na­to, e il Su­da­fri­ca, do­ve si è tra­sfe­ri­to a 17 an­ni. La sua pri­ma nuo­ta­ta è ar­ri­va­ta po­co più tar­di, do­po aver pre­so una man­cia­ta di lezioni in pi­sci­na: set­te chi­lo­me­tri da Rob­ben Island, l’isola-pri­gio­ne che ha rin­chiu­so a lun­go Nel­son Man­de­la, a Ca­pe Town. Tem­pe­ra­tu­ra me­dia dell’acqua: 17 gra­di. Tem­po di per­cor­ren­za: 3 ore.

Da al­lo­ra non ha più smes­so. E sem­pre più spes­so sce­glie di far­lo tra i ghiac­ci. «Nuo­ta­re è il mo­do mi­glio­re per ini­zia­re una gior­na­ta e il mi­glio­re per con­clu­der­la. Non im­por­ta quan­to dif­f­ci­le sia sta­to il gior­no: ba­sta che io mi but­ti in ma­re per­ché il mon­do tor­ni ad ave­re i con­tor­ni del­la per­fe­zio­ne». Spe­cie in­tor­no a ca­sa: «La vi­sta del­la Ta­ble Mountain (la mon­ta­gna piat­ta che so­vra­sta Ca­pe Town, ndr) è una del­le più spet­ta­co­la­ri del pianeta. Quan­do ci so­no in acqua i pin­gui­ni, la gio­ia è to­ta­le».

Le bar­che in na­vi­ga­zio­ne. Or­si po­la­ri e trichechi, squali e fo­che leo­par­do. Le cor­ren­ti fred­de. L’elen­co dei ri­schi in

«AMO GLI ESPLO­RA­TO­RI, VO­GLIO ES­SE­RE LA VER­SIO­NE AC­QUA­TI­CA DI LI­VING­STO­NE»

acqua, per uno che nuota per par­ti­to pre­so, po­treb­be con­ti­nua­re a lun­go. Ma la real­tà è che il pe­ri­co­lo più gran­de, per il fu­tu­ro di noi tutti, vie­ne dal­le azio­ni dell’es­se­re umano.

Nel 2005 Pu­gh era in mis­sio­ne a Deception Island, una del­le She­tland Me­ri­dio­na­li, po­co so­pra la pe­ni­so­la an­tar­ti­ca. L’or­ro­re di quel­lo che vi­de ce l’ha an­co­ra ne­gli oc­chi: a 30 me­tri dal­la ri­va, il fon­do del ma­re era co­per­to di ossa. Ossa di ba­le­na, stra­to su stra­to. Una mon­ta­gna co­sì al­ta da im­pe­dir­gli il mo­vi­men­to com­ple­to del­la brac­cia­ta, e da co­strin­ger­lo ad avan­za­re come una mez­za ra­na. «Sia­mo sta­ti a un pas­so dall’estin­gue­re le ba­le­ne. Ne­gli ul­ti­mi 40 an­ni ab­bia­mo det­to addio al 52% del­la fau­na mon­dia­le. Ma an­co­ra non ba­sta a far sì che la gente si fer­mi e ascol­ti». Da quel gior­no Lewis Pu­gh ha avu­to un solo pen­sie­ro: por­ta­re il ma­re nei sa­lot­ti del­le case. Lo fa con le sue im­pre­se: l’ul­ti­ma, ini­zia­ta e con­clu­sa lo scor­so ago­sto, è sta­ta la 7 Seas Ex­pe­di­tion. Mediterraneo, Adria­ti­co, Egeo, Mar Ne­ro, Mar Ros­so e i Ma­ri Ara­bi­co e del Nord. «Sapevo già che si trat­ta­va di ac­que ro­vi­na­te dal­la pesca in­ten­si­va, ma l’en­ti­tà del nul­la che ho in­con­tra­to mi ha scioc­ca­to. Nel­le quat­tro settimane pas­sa­te in acqua non ho visto un pesce più lun­go del pal­mo del­la mia ma­no. Non un del­fno, né uno squalo».

Ogni an­no, dice, nel mon­do ven­go­no pe­sca­ti 100 mi­lio­ni di squali, 250 mi­la al gior­no. «Pren­de­te qual­che se­con­do e pro­va­te a vi­sua­liz­za­re quei 100 mi­lio­ni di squali che non ci so­no più. Se fos­se­ro es­se­ri uma­ni, par­le­rem­mo di ge­no­ci­dio. Io par­lo di eco­ci­dio». Per­ciò si agi­ta tan­to. «Il di­rit­to a un am­bien­te pro­tet­to è il più im­por­tan­te tra i di­rit­ti uma­ni. Sen­za que­sto, non può esi­ste­re nem­me­no il re­sto». La so­lu­zio­ne? Aree ma­ri­ne pro­tet­te. Zo­ne sal­ve, come quel­la che Pu­gh vor­reb­be ve­nis­se crea­ta in An­tar­ti­de.

Lo straor­di­na­rio ca­so del cor­po che si au­to­ri­scal­da

Lo dice mentre si allena, guar­da­to a vi­sta dai suoi tre ca­ni, rit­wit­ta gli aggiornamenti che gli ar­ri­va­no dal­la Geor­gia del Sud e mo­stra Kel­vin Traut­man, il fo­to­gra­fo che lo se­gue da sem­pre nel­le sue mis­sio­ni, spe­ri­men­ta­re la mu­ta a quat­tro stra­ti che do­vreb­be pro­teg­ger­lo dal ge­lo del­la pros­si­ma spe­di­zio­ne. Lewis Pu­gh no, lui in­dos­sa solo il suo costume Spee­do.

Non ha bi­so­gno d’al­tro per­ché è uno splen­di­do ca­so di “ter­mo­ge­ne­si an­ti­ci­pa­to­ria”, un ter­mi­ne co­nia­to per lui da un ri­cer­ca­to­re di Ca­pe Town, Tim Noa­kes, che in­di­ca la ca­pa­ci­tà di in­nal­za­re la tem­pe­ra­tu­ra cor­po­rea pri­ma di un’im­mer­sio­ne. «È qual­co­sa che suc­ce­de a li­vel­lo in­con­scio: pri­ma di en­tra­re nell’acqua ge­li­da, il mio cor­po si scal­da da solo. Pas­sa da 37 a 38,2 gra­di. Sem­bra po­ca ro­ba, e in­ve­ce è quel­lo che fa la dif­fe­ren­za. Una cre­sci­ta di due gra­di in­di­che­reb­be un col­po di ca­lo­re. Un ca­lo di due gra­di, ipo­ter­mia. Quell’uni­co gra­do vir­go­la due mi per­met­te in­ve­ce di re­si­ste­re a lun­go in un ba­gno ghiac­cia­to». La scienza non lo spie­ga, pe­rò: «Io pen­so si trat­ti di un ri­fes­so con­di­zio­na­to: do- po tutti questi an­ni tra­scor­si a nuo­ta­re al freddo, il mio cor­po de­ve aver ca­pi­to di che co­sa ha bi­so­gno. E anticipa la ri­spo­sta di so­prav­vi­ven­za».

È suc­ces­so quan­do si è but­ta­to al Po­lo Nord, nel 2007. È an­da­ta be­ne an­che tre an­ni più tar­di, ben­ché ab­bia ri­schia­to di an­ne­ga­re al pri­mo dei due ten­ta­ti­vi, sull’everest. Evi­den­te­men­te Lewis Pu­gh ha un cor­po che non lo tra­di­sce. «È la men­te quel­la che mol­la per pri­ma. Una vol­ta che lei ac­cet­ta che l’impossibile sia fat­ti­bi­le, il cor­po le va die­tro». Pluf. Lewis non c’è più. È già in acqua.

«PRO­VA­TE A VI­SUA­LIZ­ZA­RE 100 MI­LIO­NI

DI SQUALI. SO­NO QUEL­LI

UC­CI­SI OGNI AN­NO»

2007: LEWIS PU­GH AL PO­LO NORD. È IL PRI­MO ES­SE­RE UMANO A NUO­TA­RE IN AC­QUE CO­SÌ GE­LI­DE (- 1,7 GRA­DI). FA­RÀ UN CHI­LO­ME­TRO IN 18 MI­NU­TI E 50 SE­CON­DI. ALL’EPO­CA DELL’IM­PRE­SA SI ERA GIÀ SCIOL­TO IL 23% DEL­LA CA­LOT­TA GLA­CIA­LE AR­TI­CA

« L’ U N I C A COS A C H E M I S PAV E N TA A MO R T E

È L A MONOTO N I A »

PU­GH È UN NUO­TA­TO­RE ESTRE­MO: CON LE SUE IM­PRE­SE CHIE­DE CHE VEN­GA­NO CREA­TE AREE MA­RI­NE PRO­TET­TE. IL NATIONAL GEOGRAPHIC LO HA CAN­DI­DA­TO AD­VEN­TU­RER OF THE YEAR 2015

AGO­STO 2014: PU­GH NUOTA AT­TRA­VER­SO SET­TE MA­RI PER LA 7 SEAS EX­PE­DI­TION. QUEL­LO DI AQA­BA, NEL MAR ROS­SO, È L’UNI­CO CON IL FON­DA­LE ABI­TA­TO DA PE­SCI E CO­RAL­LI

LEWIS PU­GH, 45 AN­NI. IN AL­TO, IL SUO EX­PLOIT AL LAGO IM­JA, SUL MON­TE EVEREST

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