Ch­ris Hem­swor­th

È il ma­schio più ma­schio di Hol­ly­wood. Nel­la vi­ta rea­le, CH­RIS HEM­SWOR­TH pro­du­ce più te­sto­ste­ro­ne del Thor che que­sto me­se por­ta al ci­ne­ma con gli al­tri su­pe­re­roi di Avengers. Noi l’ab­bia­mo fat­to su­da­re, in­ter­vi­stan­do­lo su una bi­ci

GQ (Italy) - - Da Prima Pagina - Te­sto di DA­VID KA­TZ Foto di SE­BA­STIAN KIM

A Hol­ly­wood pia­ce co­strui­re i per­so­nag­gi ma­schi­li come esem­pi di vi­ri­li­tà e caz­zu­tag­gi­ne. Ma sia­mo one­sti: re­ci­ta­re da uo­mo ed es­se­re un uo­mo so­no due cose di­ver­se. Ab­bia­mo visto John­ny Depp in­fil­trar­si nel­la Ma­fia e ma­neg­gia­re un mi­tra, ma non mi fi­de­rei a chie­der­gli di far ri­par­ti­re la mia mac­chi­na se ri­ma­nes­si con la bat­te­ria a ter­ra. E poi c’è Ch­ris Hem­swor­th, il Ca­pel­lo­ne Bion­do che è diventato fa­mo­so in­ter­pre­tan­do lo stoi­co dio-del-ma­schio-al­fa Thor. Uno che an­che nel film che gli ha da­to cre­di­bi­li­tà come at­to­re, Rush, in­ter­pre­ta­va un pi­lo­ta ubria­co­ne di F1 che si por­ta a let­to fo­to­mo­del­le moz­za­fia­to. E ora pas­sa dall’in­ter­pre­ta­re l’hac­ker più cat­ti­vo del mon­do in Blac­khat al rein­dos­sa­re i pan­ni del Dio Bion­do con il Mar­tel­lo in Avengers: Age of Ul­tron.

È cre­sciu­to fa­cen­do a bot­te con due fra­tel­li (gli at­to­ri Liam, più pic­co­lo, e Lu­ke, il mag­gio­re), con un pa­dre che gui­da­va la mo­to e an­da­va in gi­ro ad am­maz­za­re bu­fa­li. Fa surf, tira di bo­xe e co­no­sce la Muay Thai. In più vie­ne dall’au­stra­lia, pa­tria di Paul Hogan, di cir­ca un mi­liar­do di animali fe­ro­cis­si­mi e di una ver­sio­ne del rug­by che al con­fron­to il no­stro sem­bra un in­con­tro di coc­co­le. Quin­di mi so­no chie­sto: for­se Ch­ris Hem­swor­th è uno di quei ra­ri ma­schi di Hol­ly­wood che so­no più ma­schi nel­la vi­ta che sul­lo scher­mo? Ecco per­ché quan­do lo in­con­tro a Los An­ge­les mi presento ar­ma­to di una se­rie di do­man­de e pro­ve fi­si­che a cui non è as­so­lu­ta­men­te pre­pa­ra­to. Co­min­cia­mo.

Matt Da­mon ci pre­sta le sue mountain bi­ke per un gi­ro

Ch­ris è uno a cui pia­ce sta­re all’aria aper­ta. Quin­di gli chie­do: per­ché non an­dia­mo a fa­re un gi­ro in mountain bi­ke? Mi presento al­le 8.30 di sa­ba­to mat­ti­na a ca­sa del suo ami­co Matt, che ci pre­ste­rà le bi­ci- clet­te. Matt vi­ve a Los An­ge­les in una bel­la ca­sa di le­gno e ve­tro nel­la zo­na del­le Pa­ci­fic Pa­li­sa­des. Ch­ris Hem­swor­th mi sa­lu­ta ca­lo­ro­sa­men­te come se fos­si un vec­chio ami­co: di­sin­vol­to, sor­ri­den­te, ac­co­glien­te. In una pa­ro­la: au­stra­lia­no. È gros­so come la por­ta.

Mi ren­do con­to del mo­ti­vo per cui an­che in snea­ker, shorts e ma­gliet­ta lar­ga con scollo a V, dall’al­to del suo me­tro e no­van­ta, è sta­to scel­to su­bi­to per in­ter­pre­ta­re un dio. En­tro, ar­ri­vo in cucina e mi ren­do con­to di es­se­re a ca­sa di Matt Da­mon. La pro­va è che c’è Matt Da­mon che be­ve il caf­fè ap­pog­gia­to al ta­vo­lo.

No­no­stan­te i 13 an­ni di dif­fe­ren­za, Ch­ris e Da­mon van­no tutti gli an­ni in va­can­za in­sie­me con la fa­mi­glia in Co­sta Ri­ca. Og­gi Matt è an­che il no­stro uo­mo del­le biciclette. Ci por­ta in garage e co­min­cia a pre­pa­ra­re l’at­trez­za­tu­ra. Nel frat­tem­po, guar­do Ch­ris e spa­ro: qual è la ci­ca­tri­ce più ma­schia che hai e come te la sei fat­ta? Me ne mo­stra qual­cu­na, con­se­guen­za di una vi­ta pas­sa­ta a sur­fa­re, an­da­re in bi­ci su pi­ste ster­ra­te e fa­re ca­si­no con due fra­tel­li ma­schi. Poi se ne ri­cor­da una più spet­ta­co­la­re sul pal­mo sinistro: «Ve­di que­sta pic­co­la? Me la so­no fat­ta a 6 o 7 an­ni quan­do vi­ve­vo nel Nor­thern Territory».

Hem­swor­th ha pas­sa­to la mag­gior par­te dell’in­fan­zia a Melbourne, do­ve sua ma­dre fa­ce­va l’in­se­gnan­te e suo pa­dre la­vo­ra­va nel set­to­re pub­bli­co in un pro­gram­ma di pro­te­zio­ne per l’in­fan­zia. In un pa­io di oc­ca­sio­ni, pe­rò, il pa­dre tra­sfe­rì tut­ta la fa­mi-

« C O LT E L L I ,

B U FA L I E S U R F. S O N O

PIE­NO DI C I CAT R I C I »

glia nell’out­back, su al Nord, per la­vo­ra­re nei ran­ch di be­stia­me. Ab­bat­te­va man­drie di bu­fa­li che ro­vi­na­va­no i pa­sco­li. «Era un mo­do per ri­spar­mia­re sol­di», dice Ch­ris, che al­lo­ra fre­quen­ta­va le scuo­le de­gli abo­ri­ge­ni. «Era un po­sto sper­du­to, la pri­ma cit­tà era a sei ore di pi­sta ster­ra­ta».

Un gior­no il pic­co­lo Ch­ris de­ci­de di com­pra­re un col­tel­lo. Gran­de. «Mi ri­cor­do il ti­po al ne­go­zio che mi chie­de: “Per co­sa ti ser­ve?”. E io: “Per pescare”. È l’uni­ca do­man­da che mi ha fat­to, per lui an­da­va be­ne co­sì. So­no an­da­to a fa­re snor­ke­ling in que­sta pic­co­la la­gu­na, pen­sa­vo di aver pre­so un pesce in­ve­ce mi so­no ac­col­tel­la­to una ma­no. Mi ri­cor­do an­co­ra la sen­sa­zio­ne. Non era gra­ve, ma mi so­no det­to: “Mi sa che qui è suc­ces­so qual­co­sa”».

Qual è sta­ta l’ul­ti­ma co­sa che hai fat­to che ti ha spa­ven­ta­to a mor­te? «Fa­re una fa­mi­glia», dice. Non in­ten­de di­re si­ste­mar­si. Quel­la par­te del­la sto­ria, cioè met­ter­si con l’at­tri­ce spa­gno­la El­sa Pa­ta­ky (nel ca­st di Fa­st & Fu­rious), è an­da­ta via sen­za trop­pe an­sie. Ha già eli­mi­na­to dal­la sua vi­ta tut­te le caz­za­te da play­boy, dice. «La fa­ma, le fe­ste, le don­ne. Ho già fat­to tut­to», dice ri­fe­ren­do­si al pe­rio­do in cui re­ci­ta­va nel­la soap ope­ra Home and Away. In Au­stra­lia è un suc­ces­so, du­ra da 27 an­ni e ha lan­cia­to la car­rie­ra di Hea­th Led­ger e Nao­mi Watts. «Mi ha da­to tan­to», dice Ch­ris. «Poi so­no ve­nu­to qui nel 2010, per gi­ra­re Ca­sh Ga­me, e so­no ri­par­ti­to da zero».

Un in­se­gnan­te di re­ci­ta­zio­ne gli pre­sen­ta El­sa Pa­ta­ky. No­ve me­si do­po, lui but­ta lì la do­man­da, come se nien­te fos­se. «Ab­bia­mo fat­to tut­to al con­tra­rio. ab­bia­mo con­cor­da­to di spo­sar­ci pri­ma che io le fa­ces­si la pro­po­sta». La par­te del matrimonio non lo ha spa­ven­ta­to. Fa­re dei fi­gli, quel­lo sì. Ha una bam­bi­na di qua­si 3 an­ni e due ge­mel­li di uno. «Non vo­glio sbagliare», dice, mo­stran­do su­bi­to il pri­mo se­gna­le del fat­to d’es­se­re un buon pa­dre, ov­ve­ro pre­oc­cu­par­si di es­se­re un buon pa­dre. Quan­to ci met­ti a cam­bia­re un pan­no­li­no? «So­no bravo. Di­pen­de da quan­to fa schi­fo. A vol­te lo de­vi la­va­re con la pom­pa».

«Ho il fai- da-te nel san­gue, ma spes­so fac­cio ca­si­no»

Par­tia­mo in bi­ci sul sentiero, e rea­liz­zo su­bi­to una co­sa: so­no tal­men­te pre­oc­cu­pa­to di non ri­bal­tar­mi in avan­ti in di­sce­sa da non es­se­re pronto a ri­bal­tar­mi all’in­die­tro in sa­li­ta. Sia­mo di fron­te a una col­li­na bel­la al­ta. So di es­se­re nei guai quan­do mi gi­ro ver­so Ch­ris e ve­do che sta su­dan­do. “Nien­te di stra­no”, ave­va det­to Matt Da­mon? Vaf­fan­cu­lo.

«SPO­SAR­SI È F AC I L E . MA F ARE FI­GLI, CHE ANGOS C I A »

Chi vin­ce a bot­te tra te e un canguro? Hem­swor­th è con­sa­pe­vo­le che la sua bio­gra­fia lo fa rien­tra­re «al­la per­fe­zio­ne nel per­so­nag­gio Crocodile Dun­dee». Det­to ciò, «a bot­te vin­ce il canguro, chia­ro. Ti pren­de a cal­ci in fac­cia. Di brut­to. Si pie­ga sul­la co­da e ti spara una dop­piet­ta con le zampe. Com­bat­to­no co­sì tra di lo­ro».

Qual è la co­sa più fol­le che hai fat­to per en­tra­re in un per­so­nag­gio? Hem­swor­th non è uno da Me­to­do dell’actors Stu­dio. La sua filosofia, pre­sa da An­tho­ny Ho­p­kins sul set di Thor, è: «Non por­tar­ti il la­vo­ro a ca­sa e nem­me­no in ca­me­ri­no». Que­sto non vuol di­re che nel cor­so del­la car­rie­ra non si sia sot­to­po­sto a in­ten­se pre­pa­ra­zio­ni fi­si­che. Per esem­pio, sul set del­la pros­si­ma sa­ga di Ron Ho­ward sul­la sto­ria del­la ba­le­nie­ra Es­sex, In the Heart of the Sea, si è do­vu­to li­mi­ta­re a con­su­ma­re solo 500 ca­lo­rie al gior­no per ot­te­ne­re l’aspet­to ema­cia­to da nau­fra­go.

Ma la co­sa più fol­le che ha fat­to è sta­ta ri­ma­ne­re in uf­fi­cio con Mi­chael Mann a im­pa­ra­re a bat­te­re sul­la ta­stie­ra del com­pu­ter (lui è più un ti­po da caccia a ma­ni nude, in ef­fet­ti). Per die­ci settimane. Lo ha fat­to per Blac­khat, th­ril­ler sul cy­ber­cri­mi­ne usci­to da po­co in Ita­lia, in cui in­ter­pre­ta il più caz­zu­to e de­via­to hac­ker del mon­do, ti­ra­to fuori di ga­le­ra dall’fbi solo per aiu­tar­li a pren­de­re un cyber-so­cio­pa­ti­co. Mann ha scrit­tu­ra­to un esper­to di hac­king del­la Ucla per far­gli ve­de­re come si scri­ve un codice in­for­ma­ti­co.

Quan­do è sta­ta l’ul­ti­ma vol­ta che hai usa­to un mar­tel­lo qui sul­la ter­ra? «Due o tre settimane fa», ri­spon­de, «ho ri­pa­ra­to la ca­set­ta sull’al­be­ro». Quel­la di sua fi­glia nel giar­di­no del­la nuo­va vil­la da 7 mi­lio­ni di dol­la­ri, una pro­prie­tà di ot­to stan­ze, af­fac­cia­ta sul­le ac­que cri­stal­li­ne di By­ron Bay, sul­la co­sta est dell’au­stra­lia. Ha an­che co­strui­to un ponte di cor­da sull’al­be­ro. Ch­ris ha il fai-da-te nel san­gue (suo pa­dre ha co­strui­to con le sue ma­ni di­ver­se del­le case in cui è cre­sciu­to), an­che se am­met­te che ora ha per­so un po’ di smal­to: «So­no uno di quel­li che dice: “Non c’è bi­so­gno di chia­ma­re qual­cu­no, lo fac­cio io”. Poi di so­li­to fac­cio un ca­si­no ti­po Ho­mer Simpson e de­vo chia­ma­re qual­cu­no a met­ter­lo a po­sto».

Tre fra­tel­li dall’au­stra­lia. Una sa­ga tut­ta al ma­schi­le

Fa cal­do. Ar­ran­co. Poi suc­ce­de un col­po di fortuna: il pe­da­le del­la sua bi­ci si smol­la. De­ci­dia­mo di pro­va­re a ri­pa­rar­lo. Tro­via­mo una chia­ve in­gle­se in una del­le bor­se ap­pe­se al­la sel­la, Ch­ris si met­te al la­vo­ro, per ter­ra, in gi­noc­chio, al la­to del sentiero. Nes­su­no lo ri­co­no­sce o si of­fre di da­re una ma­no. Do­po die­ci mi­nu­ti, di­chia­ra. «An­dia­mo a fa­re co­la­zio­ne?». Bravo.

Ti pren­di cu­ra di tuo fra­tel­lo mi­no­re? Lu­ke ha 34 an­ni, Ch­ris 31, Liam 25. Lu­ke è l’ul­ti­mo ac­qui­sto di Hol­ly­wood, è ar­ri­va­to l’an­no scor­so da Melbourne con la fa­mi­glia. Liam è ar­ri­va­to a Los An­ge­les in­sie­me a Ch­ris, chia­ma­to dal­la Mar­vel per fa­re un pro­vi­no di Thor. Non è sta­to pre­so, ma si è con­so­la­to con un ruo­lo nel­la sa­ga di Hun­ger Games, una sto­ria (fi­ni­ta) con Mi­ley Cy­rus e uno sta­tus di rubacuori di tee­na­ger. «L’ho visto fa­re cose che fa­ce­vo io al­la sua età e non pro­va­vo nes­su­na em­pa­tia nei suoi con­fron­ti». A pro­pria di­fe­sa, Ch­ris dice di aver­ne pre­se tan­te da Lu­ke all’ini­zio del­la car­rie­ra e que­sto pro­ba­bil­men­te lo ha sal­va­to. «De­si­de­ra­vo da mo­ri­re es­se­re bravo. Di­ce­vo a tutti che non ero un at­to­re di soap ope­ra, ma un ve­ro ar­ti­sta. E Lu­ke mi di­ce­va di sta­re zit­to, che si era rot­to di star­mi a sen­ti­re».

Chi è più ma­schio, tu nei pan­ni di Thor o Matt Da­mon in quel­li di Ja­son Bour­ne? «Io in­dos­so una par­ruc­ca», dice. Ci sa­reb­be un’al­tra do­man­da: chi dei due è più un uo­mo tut­to d’un pez­zo? Non ar­ri­via­mo mai a fa­re co­la­zio­ne. Da­mon in­si­ste per­ché an­dia­mo da lui. Pre­pa­ra il caf­fè mentre Hem­swor­th fa i pan­ca­ke. «Buo­ni, ve­ro?», chie­de Ch­ris. «Non bru­cia­to, non mol­le al cen­tro». In­fi­ne dice: «Og­gi ti ho pre­sen­ta­to il mio ami­co, sia­mo an­da­ti in bi­ci in­sie­me e poi ti ho fat­to i pan­ca­ke. Cre­do che sia l’intervista più ro­man­ti­ca del­la mia vi­ta». È ab­ba­stan­za ma­schio da ammetterlo, e ab­ba­stan­za gen­ti­luo­mo da far­la an­da­re al­la gran­de.

«CHI VIN­CE

A BO TTE TRA ME E UN CANGURO? LU I , O VVIO »

CH­RIS HEM­SWOR­TH, 31 AN­NI, È STA­TO THOR PER LA PRI­MA VOL­TA DI­RET­TO DA KEN­NE­TH BRA­NA­GH. IN QUE­STA FOTO: GIAC­CA, MA­GLIA, CA­MI­CIA E JEANS PRADA, CINTURA ETIQUETA NE­GRA, BRAC­CIA­LE GEOR­GE FROST

GIUB­BOT­TO IN PEL­LE, CA­MI­CIA E JEANS STI­VA­LI

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