I L N U O VO N E M I CO P U B B L I CO

La pros­si­ma EPI­DE­MIA può ar­ri­va­re a uc­ci­de­re ol­tre die­ci mi­lio­ni di per­so­ne. Per l’ex ca­po di Mi­cro­soft, ora flan­tro­po, bi­so­gna fot­ter­la sul tem­po

GQ (Italy) - - Super ! - Te­sto di BILL GA­TES

Il vi­rus Ebo­la, in Africa Oc­ci­den­ta­le, è co­sta­to la vi­ta a più di die­ci­mi­la per­so­ne. Ep­pu­re que­sta tra­ge­dia, non an­co­ra con­clu­sa, ha un ri­svol­to “po­si­ti­vo”, se co­sì si può di­re, quel­lo di aver mes­so il mon­do di fron­te a una ter­ri­bi­le ve­ri­tà: non sia­mo pre­pa­ra­ti ad af­fron­ta­re un’epi­de­mia glo­ba­le.

Tra i pos­si­bi­li even­ti in gra­do di cau­sa­re la mor­te di ol­tre die­ci mi­lio­ni di per­so­ne nel mon­do, il più pro­ba­bi­le è di gran lun­ga un’epi­de­mia. Qua­si certamente, pe­rò, non sa­rà di Ebo­la. Per quan­to gra­vis­si­ma, si tra­smet­te solo at­tra­ver­so il con­tat­to fsi­co e i ma­la­ti di­ven­ta­no con­ta­gio­si quan­do i sin­to­mi so­no già evi­den­ti, il che ne ren­de re­la­ti­va­men­te age­vo­le l’iden­ti­f­ca­zio­ne. Al­tre ma­lat­tie in­ve­ce, come per esem­pio l’in­fuen­za, di­la­ga­no per via ae­rea e ri­sul­ta­no in­fet­ti­ve pri­ma che i sin­to­mi sia­no ma­ni­fe­sti: ciò si­gni­f­ca che un pa­zien­te può tra­smet­ter­la a mol­ti sconosciuti sem­pli­ce­men­te con la pre­sen­za in un luogo af­fol­la­to. Il fe­no­me­no si è già ve­ri­f­ca­to, con esi­ti rac­ca­pric­cian­ti. Nel 1918 la co­sid­det­ta febbre “spa­gno­la” uc­ci­se più di 50 mi­lio­ni di per­so­ne. Pro­va­te a im­ma­gi­na­re co­sa po­treb­be ac­ca­de­re og­gi, con l’at­tua­le mo­bi­li­tà del­la po­po­la­zio­ne mon­dia­le.

Il dibattito pub­bli­co sul­la reazione di tutti i Pae­si all’epi­de­mia di Ebo­la sì è per­lo­più con­cen­tra­to sull’ef­f­ca­cia e la tem­pe­sti­vi­tà del­le so­lu­zio­ni adot­ta­te dall’or­ga­niz­za­zio­ne mon­dia­le del­la sa­ni­tà (Oms), dai Cen­ters for Di­sea­se Control and Pre­ven­tion (Cen­tri per la pre­ven­zio­ne e il con­trol­lo del­le ma­lat­tie, o Cdc) e da al­tri en­ti pre­po­sti. Que­stio­ni senz’al­tro im­por­tan­ti, che per­do­no pe­rò di vi­sta un pro­ble­ma più ge­ne­ra­le: il pun­to non è il man­ca­to fun­zio­na­men­to del si­ste­ma, ma il fat­to che que­sto si­ste­ma nep­pu­re esi­ste. In pri­mo luogo i Pae­si poveri, dov’è più pro­ba­bi­le che in­sor­ga un’epi­de­mia na­tu­ra­le, so­no pri­vi di mez­zi e di si­ste­mi di con­trol­lo del­le ma­lat­tie. Lo scor­so an­no, an­che quan­do l’epi­de­mia di Ebo­la era or­mai con­cla­ma­ta, man­ca­va­no le ri­sor­se per cen­si­re in mo­do ade­gua­to sia i ca­si di in­fe­zio­ne sia i luo­ghi in cui si ve­ri­f­ca­va­no, e per ri­co­strui­re i mo­vi­men­ti del­le per­so­ne col­pi­te in mo­do da pre­ve­de­re nuo­vi, even­tua­li fo­co­lai.

Non sia­mo af­fat­to at­trez­za­ti per af fron­ta­re le emer­gen­ze

Inol­tre, ap­pe­na ac­cer­ta­ta la gra­vi­tà del­la cri­si sa­reb­be­ro do­vu­te in­ter­ve­ni­re in for­ze, nel gi­ro di qual­che gior­no, squa­dre for­ma­te da per­so­na­le spe­cia­liz­za­to. In­ve­ce ci so­no vo­lu­ti me­si. Me­di­ci Sen­za Fron­tie­re ha il gran me­ri­to di aver mo­bi­li­ta­to i pro­pri vo­lon­ta­ri più ra­pi­da­men­te di qualsiasi governo. Ma il mon­do non do­vreb­be at­ten­de­re l’in­ter­ven­to di un’or­ga­niz­za­zio­ne non go­ver­na­ti­va per met­te­re in cam­po una ri­spo­sta glo­ba­le a questi pro­ble­mi.

Se an­che aves­si­mo a di­spo­si­zio­ne mol­ti esper­ti e vo­lon­ta­ri pron­ti a in­ter­ve­ni­re, non sa­prem­mo con pre­ci­sio­ne come di­slo­car­li in fret­ta nel­le aree col­pi­te o come ef­fet­tua­re in ma­nie­ra si­cu­ra il tra­spor­to dei pa­zien­ti. So­no po­che le or­ga­niz­za­zio­ni in gra­do di ap­pron­ta­re nel gi­ro di una settimana le strut­tu­re ne­ces­sa­rie al tra­sfe­ri­men­to di mi­glia­ia di per­so­ne, al­cu­ne del­le qua­li in­fet­te.

Il di­sa­stro causato da Ebo­la avreb­be po­tu­to sor­ti­re con­se­guen­ze ben peggiori se gli Sta­ti Uni­ti, la Gran Bre­ta­gna e al­tri governi non aves­se­ro uti­liz­za­to mez­zi e ri­sor­se mi­li­ta­ri per il tra­spor­to di per­so­ne ed equi­pag­gia­men­ti nel­le aree col­pi­te dal vi­rus. Ma non va da­to per scon­ta­to che la pros­si­ma epi­de­mia ri­man­ga en­tro i conf­ni di Pae­si do­ve le trup­pe oc­ci­den­ta­li so­no le ben­ve­nu­te.

Al­tro pro­ble­ma cru­cia­le: i da­ti. Du­ran­te la cri­si, il da­ta­ba­se che tie­ne traccia di tutti i sin­go­li ca­si non sem­pre è ri­sul­ta­to pre­ci­so. Que­sto è di­pe­so in par­te dal caos del­la si­tua­zio­ne, ma an­che dal fat­to che il ver­ba­le re­la­ti­vo a ogni ma­la­to ve­ni­va re­dat­to a ma­no su car­ta, e poi in­via­to a un cen­tro ap­po­si­to per la di­gi­ta­liz­za­zio­ne.

So­no an­che man­ca­ti gli in­ve­sti­men­ti nel cam­po di stru­men­ti cli­ni­ci de­di­ca­ti, per esem­pio, a te­st dia­gno­sti­ci, far­ma­ci e vac­ci­ni. In me­dia, per ot­te­ne­re i ri­sul­ta­ti de­gli esa­mi per l’ebo­la ser­vi­va­no da uno a tre gior­ni. Un’eter­ni­tà, quan­do c’è l’urgenza di met­te­re i pa­zien­ti in qua­ran­te­na. I far­ma­ci che po­te­va­no – e po­treb­be­ro – con­tri­bui­re a fer­ma­re la ma­lat­tia so­no sta­ti te­sta­ti sui

UMA­NI­TA­RIO Bill Ga­tes, 59 an­ni, fon­da­to­re del­la Mi­cro­soft EBO­LA Il vi­rus che ha causato ol­tre die­ci­mi­la mor­ti in Africa. Le per­so­ne in­fet­te so­no con­si­de­ra­te pe­ri­co­lo­se quan­to un’ar­ma bio­lo­gi­ca di ca­te­go­ria A ( in as­so­lu­to, la più le­ta­le)

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