Gi­gi Buf­fon

«Fe­li­ce, in mo­do to­ta­le, 24 ore su 24»

GQ (Italy) - - Da Prima Pagina - Te­sto di ILA­RIA BER­NAR­DI­NI Foto di MAT­TIA BALSAMINI

GIAN­LUI­GI BUF­FON, 37 AN­NI, ÈI L POR­TIE­RE

DEL­LA JU­VEN­TUS E DEL­LA NA­ZIO­NA­LE

Gi­gi Buf fon nel 2006 è sta­to cam­pio­ne del­mon­do e L’IFFHS lo ha no­mi­na­to por­tie­re­più for­te del se­co­lo. È il ca­pi­ta­no del­la Na­zio­na­le e il ca­pi­ta­no del­la Ju­ven­tus. L’obiet­ti­vo spor­ti­vo è di­spu­ta­re il suo se­sto mon­dia­le: non esi­sto­no nel­la sto­ria calciatori che ab­bia­no gio­ca­to sei mondiali. Il suo epi­te­to, nel mon­do, è il Leg­gen­da­rio Por­tie­re Italiano. L’in­con­tro si svol­ge a To­ri­no. Buf­fon ar­ri­va da­gli al­le­na­men­ti, sa­lu­ta, si ve­ste, fa le foto, l’intervista, al­tre foto. È gen­ti­le e dolce con tutti. Le do­man­de che ci so­no sta­te

du­ran­te­mi­na­te nel­la­la chiac­chie­ra­ta­scrit­tu­ra. Il so­no sen­so sta­te­di ognu­na­poi elie­ra sem­pre quel­lo di una pre­sa di tem­pe­ra­tu­ra, del­la vi­ta, del tem­po, di quel­lo che sen­te ora. A ve­der­lo come un fus­so di co­scien­za, re­sta­va for­se l’es­sen­zia­le. «Quan­do si può di­re di es­se­re adul­ti?». Ab­bia­mo co­min­cia­to co­sì. Se­con­do me si co­min­cia a es­se­re adul­ti nel mo­men­to in cui ci si fa ca­ri­co del­le re­spon­sa­bi­li­tà. Per me, ora, que­sto vuo­le di­re di- ver­se cose: la fa­mi­glia, la squadra, es­se­re un cit­ta­di­no. È quin­di un te­ma sia in­ti­mo, per­so­na­le, sia pub­bli­co e quel­lo che è dif­f­ci­le è man­te­ner­ne la coe­ren­za. Per me la coe­ren­za è un te­ma fon­dan­te.

Un pas­sag­gio im­por­tan­te nel­la mia ma­tu­ra­zio­ne è sta­ta la de­pres­sio­ne. Do­po è ar­ri­va­ta la con­sa­pe­vo­lez­za, una sor­ta di con­sa­cra­zio­ne e di ri­vo­lu­zio­ne. Fi­no a quel mo­men­to mi sen­ti­vo ra­gaz­zo a tutti gli ef­fet­ti. Ave­vo un en­tu­sia­smo e un’ener­gia in­cre­di­bi­li, una spen­sie­ra­tez­za nel fa­re le cose che do­po non ho più avu­to: era ine­vi­ta­bi­le, cre­do. Il cam­bia­men­to, quin­di, per quan­to mi ri­guar­da ha a che ve­de­re con la pre­sa di co­scien­za. Il mo­ti­vo per cui fai le cose e il sen­so del­la tua pre­sen­za ini­zia­no a sve­lar­si, a es­se­re un te­ma. Il per­ché ar­ri­va pri­ma del­le azio­ni, mentre nel­la vi­ta pre- ce­den­te era tut­to l’op­po­sto. Spo­star­si in quell’al­tro po­sto dell’esi­sten­za ti fot­te an­che una cer­ta bellezza del­la vi­ta e per esem­pio vi­ve­re sen­za re­go­le, sen­za un’idea pre­ci­sa di sé, tut­to que­sto sva­ni­sce. Pe­rò i ruo­li com­por­ta­no ob­bli­ghi e idee, e tut­to quel­lo che sei e quel­lo che avre­sti de­si­de­ra­to non lo puoi più cer­ca­re al­la stes­sa ma­nie­ra.

An­che il pen­sie­ro del­la pau­ra cam­bia. Il pen­sie­ro del­la pau­ra ora è sem­pre e sol­tan­to le­ga­to ai miei fgli: è a lo­ro che pen­so se mi sve­glio di not­te. Quel­lo che mi tur­ba è per esem­pio l’idea di po­ter­li de­lu­de­re o dar lo­ro, an­che in­con­sa­pe­vol­men­te, de­gli in­se­gna­men­ti sba­glia­ti. Ogni tan­to pen­so dav­ve­ro e nel­la mia te­sta lo im­ma­gi­no pre­ci­sa­men­te: ah, se pas­sas­se un treno e, but­tan­do­mi, po­tes­si, sal­va­re i miei fgli. Non ho la mi­ni­ma esi­ta­zio­ne. Da­rei la vi­ta per lo­ro, pro­prio come si usa di­re. Co­sì come di­ven­ta ve­ro il bi­so­gno rea­le di tra­smet­te­re i pro­pri va­lo­ri.

Cre­do mol­to nel ri­spet­to, nel­la gen­ti­lez­za e nell’edu­ca­zio­ne. Nei ge­sti sem­pli­ci e pu­ri si rac­chiu­de l’es­sen­za di chi sei e di chi puoi di­ven­ta­re. Se hai la sen­si­bi­li­tà di ca­pi­re che l’au­to­bus è stra­col­mo e una vec­chi­na ha bi­so­gno, se sai guar­da­re e ascol­ta­re chi ha bi­so­gno, non po­trai fa­re ma­le vo­lon­ta­ria­men­te nel­la vi­ta.

«CAM­BI Q UA N D O PREN­DI COS C I E N Z A D I CHI SEI»

Gio­co mol­to con i miei bam­bi­ni. Pos­so es­se­re li­be­ro e caz­zo­ne, ma cer­co di tra­sfe­ri­re lo­ro l’at­ten­zio­ne, la cu­ra co­sì come la sen­si­bi­li­tà ver­so gli al­tri e ver­so gli amici, gli adul­ti, la scuo­la, la cit­tà. Ma i bam­bi­ni, che so­no ato­mi del mio cor­po, mi in­cu­rio­si­sco­no pa­rec­chio e dun­que li lascio an­che an­da­re a bri­glie sciol­te per ve­de­re chi so­no real­men­te: quan­do non gli im­po­ni nul­la, la lo­ro es­sen­za si ri­ve­la.

È stra­no ma ave­vo un’idea mol­to chia­ra an­che di che pa­dre sa­rei sta­to. Fra le mi­lio­ni di con­fu­sio­ni che pos­so ave­re an­che tut­to­ra, ho in­fat­ti an­che mol­te cer­tez­ze su chi so­no. Es­se­re co­sì in­tro­spet­ti­vo, in qual­che mo­do, mi ha aiu­ta­to. An­che quan­do so­no sta­to pub­bli­ca­men­te ag­gre­di­to, per esem­pio, non come cal­cia­to­re ma come per­so­na, non mi so­no la­scia­to fa­go­ci­ta­re. Sapevo di non me­ri­tar­lo e non ho va­cil­la­to per­ché quan­do mi guar­da­vo allo spec­chio sapevo chi ero.

Non ho in que­sto sen­so pau­ra del giu­di­zio de­gli al­tri per­ché il giu­di­zio che mi do è di uno che ha sem­pre vo­lu­to tan­tis­si­mo da se stes­so e quin­di so­no pas­sa­to da tut­te le debolezze e dal­le pre­oc­cu­pa­zio­ni.

Quan­do mi han­no ag­gre­di­to, non mi so­no fat­to fa­go­ci­ta­re

Non cre­do che, se non mi fos­se ac­ca­du­to di es­se­re il por­tie­re che so­no, sa­rei sta­to mol­to di­ver­so. E que­sto lo ca­pi­sco pro­fon­da­men­te quan­do tor­no a ca­sa e par­lo con mio pa­dre o con mia ma­dre e sem­pre mi ri­tro­vo: so­no mol­to si­mi­le a lo­ro. Sia­mo co­sì aff­ni di ca­rat­te­re, per come ci sen­tia­mo o per il no­stro ap­proc­cio al­la vi­ta.

Da qui in poi, da do­ve so­no ora, la mia am­bi­zio­ne è un mi­rag­gio, un’uto­pia e il mio mi­rag­gio e la mia uto­pia so­no la felicità to­ta­le, ven­ti­quat­tro ore al gior­no. Que­sto è il mio pro­get­to e mi sem­bra nien­te ma­le. La felicità è una ri­cer­ca con­ti­nua, com­por­ta an­che sof­fe­ren­ze e sa­cri­f­ci: es­se­re ac­com­pa­gna­to in que­sta ri­cer­ca dal­la per­so­na che amo è il tra­guar­do. Con­di­vi­der­lo con lei mi ap- pa­ga e tro­va­re chi cre­de a quel­lo che si fa in­sie­me, an­che al­le caz­za­te che si di­co­no, pro­prio come quan­do si dice vo­glio es­se­re fe­li­ce 24 ore al gior­no, è me­ra­vi­glio­so.

È una fra­se di un bam­bi­no, di tre an­ni pe­rò cre­do che bi­so­gna sal­va­guar­da­re la pos­si­bi­li­tà di stu­pir­si e cre­de­re nei so­gni. Sen­za que­sto ti­po di mo­vi­men­to, non esi­ste nul­la. L’idea di felicità è quin­di per me fon­da­ta su una gran­de se­re­ni­tà in­te­rio­re, da­ta dai rap­por­ti che ho come ami­co, come fglio e pa­dre, fra­tel­lo, come com­pa­gno: que­sto è quel­lo che mi fa sta­re be­ne. Non è pe­rò sem­pre co­sì e al­lo­ra quel­la che per me è l’apo­teo­si rea­le è ri­ca­var­mi il tem­po per i li­bri o gli ar­ti­co­li che ten­go da par­te. È una co­sa che ho im­pa­ra­to tar­di. Per esem­pio stu­dia­re la sto­ria, mi fa pro­prio go­de­re.

Il sen­so di pie­nez­za da­to dal­la cultura è as­so­lu­to ed è un ce­rot­to per le fe­ri­te dell’ani­ma. Per que­sto so­no ge­lo­so dei miei spa­zi, pos­so es­se­re di com­pa­gnia ma ho dav­ve­ro bi­so­gno di sta­re iso­la­to pa­rec­chio. Cre­do che la so­li­tu­di­ne sia an­che un mo­do per ri­ve­lar­ci ve­ra­men­te a noi stes­si. Quan­do par­li con te stes­so più o me­no ti po­ni le stes­se do­man­de di quan­do si par­la o si pensa di par­la­re con un’en­ti­tà su­pe­rio­re. Quin­di, visto che mi pia­ce chie­der­mi per­ché esi­stia­mo, mi pia­ce an­che chie­der­mi se quel­lo che ho fat­to era giu­sto.

An­che que­sta in­cli­na­zio­ne mi è sta­ta tra­man­da­ta: guar­da­re, con­tem­pla­re. Una del­le cose che no­to con­ti­nua­men­te, al di là di tutti i pro­ble­mi che creia­mo noi uo­mi­ni, è si­cu­ra­men­te l’in­cre­di­bi­le per­fe­zio­ne del mon­do, di un al­be­ro, una fo­glia o un fu­me. Sia­mo ar­ri­va­ti a que­sto, ab­bia­mo ere­di­ta­to tut­to que­sto e no­tar­lo, per me, è il sen­so.

Da gran­de vo­glio fa­re il ct o il di­ri­gen­te nel cal­cio

Que­sto ti­po di vi­ta ti con­su­ma da un pun­to di vi­sta fsi­co e ner­vo­so, ma ti re­ga­la qual­co­sa che non ti dà nient’al­tro al mon­do. L’emo­zio­ne di es­se­re il pro­ta­go­ni­sta di una com­pe­ti­zio­ne im­por­tan­te è qual­co­sa di in­spie­ga­bi­le. Poi, quan­do in ma­nie­ra an­che bru­ta­le e da un mo­men­to all’al­tro, si chiu­de la sa­ra­ci­ne­sca e il cir­co se ne va, di cer­to il con­trac­col­po psi­co­lo­gi­co ti può ab­bat­te­re.

Non cre­do pe­rò di vo­ler fa­re l’al­le­na­to­re per­ché l’idea di ri­co­min­cia­re di nuo­vo que­sta vi­ta, ogni gior­no, non mi fa im­paz­zi­re. Ma es­se­re il ct di una qual­che na­zio­na­le, fa­re espe­rien­za al­tro­ve, quel­lo sì, mi pia­ce­reb­be. Mi im­ma­gi­no an­che di po­ter de­si­de­ra­re un ruo­lo di­ri­gen­zia­le e, do­po un buon per­cor­so di for­ma­zio­ne, quel­lo che po­trei da­re al mo­vi­men­to cal­ci­sti­co.

«STU­DIA­RE L A S TO R I A M I FA P R O P R I O GO­DE­RE»

«Un lea­der de­ve ave­re fa­me e de­si­de­rio di stu­pi­re, sem­pre. Se si sen­te ap­pa­ga­to, de­ca­de»

Po­treb­be es­se­re un pa­tri­mo­nio an­che per gli al­tri. Do­po ven­ti e pas­sa an­ni di Na­zio­na­le e di Se­rie A e cen­to­set­tan­ta par­ti­te in Na­zio­na­le, qual­co­sa di mio, in ter­mi­ni di espe­rien­za e co­no­scen­ze, po­treb­be tor­na­re uti­le. Nel­la so­cie­tà in cui so­no c’è unità di in­ten­ti e i me­ri­ti so­no di chi sta a ca­po. Gli in­put ar­ri­va­no sem­pre da lì e gli al­tri de­vo­no es­se­re bra­vi a ese­gui­re. Il ca­po de­ve ave­re fa­me e de­si­de­rio di stu­pi­re per­ché quan­do si sen­te ap­pa­ga­to, su que­sta sod­di­sfa­zio­ne ci si cro­gio­la e si de­ca­de.

So­no gli al­tri che pos­so­no ri­co­no­sce­re in una per­so­na la lea­der­ship ma im­por­la non po­trà mai fun­zio­na­re. Io ci ten­go a por­ta­re an­che ai miei com­pa­gni e al­la mia squa- dra i va­lo­ri in cui cre­do. Per esem­pio cre­do che si vin­ca sem­pre col grup­po, con le ven­ti­cin­que per­so­ne che gio­ca­no e an­che quel­le che non gio­ca­no. Il ri­spet­to per ognu­no de­ve es­se­re iden­ti­co.

Es­se­re ca­pi­ta­no del­la Na­zio­na­le per me è bel­lis­si­mo. Come cit­ta­di­no pos­so la­men­tar­mi, ma non c’è mai sta­to un mo­men­to in cui io non sia sta­to or­go­glio­so di es­se­re italiano. Il mio sen­so di ap­par­te­nen­za a que­sta na­zio­ne è spic­ca­to ed è qual­co­sa in cui cre­do mol­to. E se an­che, ov­via­men­te, ve­do gli in­cre­di­bi­li li­mi­ti che tutti noi co­no­scia­mo, que­sto è un Pae­se che non si può non ama­re, fos­se an­che solo per tut­te le ec­cel­len­ze, nell’ar­te, nel­la cultura, nel­lo sport, che riu­scia­mo ad ave­re pur es­sen­do una na­zio­ne pic­co­lis­si­ma. Sia­mo un po­po­lo spe­cia­le, ma non ab­bia­mo più la con­sa­pe­vo­lez­za di es­ser­lo: la no­stra ter­ra e la no­stra sto­ria non lo me­ri­ta­no.

Man­ca in que­sto mo­men­to la cu­rio­si­tà che ci aiu­te­reb­be a ri­tro­va­re le no­stre po­ten­zia­li­tà. Ma se non si è cu­rio­si di sa­pe­re do­ve vi­via­mo, co­sa caz­zo vi­via­mo a fa­re? Per co­no­sce­re e in­na­mo­rar­si, del­le cose come del­le per­so­ne, bi­so­gna an­da­re in pro­fon­di­tà. Do­vrem­mo quin­di co­no­sce­re il Medio Evo, il Ri­sor­gi­men­to, la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, la Se­con­da, Maz­zi­ni, Ga­ri­bal­di: i sa­cri­f­ci e le vit­to­rie, le unità per­ché esi­sto­no e in­som­ma, noi stes­si. Bi­so­gne­reb­be ap­pro­fon­di­re an­che con i bam­bi­ni per­ché è co­sì che si co­min­cia, crean­do un le­ga­me pro­fon­do e con­sa­pe­vo­le con la lo­ro sto­ria. Per me tor­na­re a ca­sa è dun­que sem­pre tor­na­re in Ita­lia. Nien­te su que­sta ter­ra so­mi­glia a que­sto Pae­se e mi ac­cor­go, quan­do va­do fuori, e io va­do spes­so fuori, che ho sem­pre bi­so­gno di tor­na­re al mio vil­lag­gio. So­no le radici. Ma è an­che che quan­do fac­cio il pa­ra­go­ne con le al­tre na­zio­ni, rin­gra­zio sem­pre la vi­ta per aver­mi fat­to na­sce­re pro­prio qui. È la ca­sa di gran lun­ga più bel­la del mon­do. Ma for­se quan­do si ri­ce­vo­no cer­te meraviglie in ma­nie­ra fa­ci­le, sen­za ave­re lot­ta­to, sen­za es­ser­si do­man­da­ti chi sia­mo, non si rie­sce più a sen­ti­re, a ve­de­re.

« È S T R A N O, M A S A P E VO E S AT TA M E N T E

CHE P ADRE S A R E I S TA­TO » «La de­pres­sio­ne è sta­ta im­por­tan­te per far­mi ma­tu­ra­re: do­po, è ar­ri­va­ta la con­sa­pe­vo­lez­za»

GI­GI BUF­FON È NA­TO A CAR­RA­RA IL 28 GEN­NA­IO 1978. HA DE­BUT­TA­TO A 17 AN­NI IN SE­RIE A. IN QUE­STA FOTO E NEL­LE PA­GI­NE PRE­CE­DEN­TI: TO­TAL LOOK GIOR­GIO AR­MA­NI

CON 147 PRESENZE È I L CAL­CIA­TO­RE CHE HA INDOSSATO PIÙ SPES­SO LA MA­GLIA DEL­LA NA­ZIO­NA­LE ( TO­TAL LOOK PU­MA)

HA GIO­CA­TO CON PARMA E JU­VEN­TUS. “SUPERMAN” ( LO CHIA­MA­NO AN­CHE CO­SÌ) DI­FEN­DE LA POR­TA BIAN­CO­NE­RA DAL 2001 ( TO­TAL LOOK GIOR­GIO AR­MA­NI)

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