Jim­my Pa­ge

I gior­na­li­sti? «Inu­ti­li». L’eroi­na? «Ma che ne sai, tu!?». L’ex so­cio Ro­bert Plant? «Non ri­spon­do..». Intervista (to­stis­si­ma) con JIM­MY PA­GE: il chi­tar­ri­sta dei Led Zep­pe­lin è una ie­na che non fa scon­ti a nes­su­no

GQ (Italy) - - Da Prima Pagina - Te­sto di CHUCK KLOSTERMAN Foto di MAR­CO GROB

Per es­se­re un ma­go di set­tan­tu­no an­ni, Jim­my Pa­ge ha un aspet­to fan­ta­sti­co. Quin­di­ci an­ni fa, chis­sà come, sem­bra­va più vec­chio di og­gi. Il no­stro pri­mo in­con­tro è al Go­re Ho­tel, a tre mi­nu­ti dal­la Royal Al­bert Hall e non lon­ta­no da ca­sa di Pa­ge a Ken­sing­ton, Lon­dra. Ve­sti­to di ne­ro, con i ca­pel­li bian­chi ti­ra­ti all’in­die­tro, Pa­ge è un mo­del­lo di ri­ser­bo e di­gni­tà. È l’ar­chi­tet­to dei Led Zep­pe­lin, il grup­po hard rock più im­por­tan­te del pianeta, e chi vuo­le an­co­ra cre­de­re al­la vec­chia leg­gen­da per cui avreb­be ven­du­to l’ani­ma al diavolo, può tran­quil­la­men­te con­ti­nua­re a far­lo.

Sen­ti­re og­gi i Led Zep­pe­lin al­la radio non è più dif­f­ci­le di quan­to lo fos­se nel 1973. Cam­mi­nan­do per i via­li di un col­le­ge, la pro­ba­bi­li­tà di in­cro­cia­re ra­gaz­zi che in­dos­sa­no ma­gliet­te del­la band è ugua­le a quel­la di in­con­tra­re ra­gaz­zi in cer­ca di er­ba. A quan­to pa­re non ci sa­rà mai un’epo­ca in cui i Led Zep­pe­lin non sa­ran­no fa­mo­si. E il me­ri­to, a 34 an­ni dal­lo scio­gli­men­to del grup­po, va at­tri­bui­to a Jim­my Pa­ge: è il se­con­do mi­glior chi­tar­ri­sta rock di tutti i tempi – o il ter­zo, a se­con­da di quan­to pren­dia­te sul se­rio Eric Clap­ton. Pa­ge è sta­to un generatore di riff me­mo­ra­bi­li, ha rein­ven­ta­to il suo stru­men­to e ri­con­te­stua­liz­za­to il blues. Al­tret­tan­to inar­ri­va­bi­le è la sua abi­li­tà di pro­dut­to­re, per quan­to com­pli­ca­ta da una cu­rio­sa esclu­si­vi­tà: Pa­ge pro­du­ce solo i pro­pri la­vo­ri.

La pas­sio­ne prin­ci­pa­le di Pa­ge ne­gli ul­ti­mi an­ni è sta­ta quel­la del cu­ra­to­re: ha sca­va­to sem­pre più a fon­do nel ca­ta­lo­go dei Led Zep­pe­lin, ri­ma­ste­riz­zan­do­lo, nel­la spe­ran­za di rag­giun­ge­re la qua­li­tà au­dio def­ni­ti­va. È ca­pa­ce di par­la­re per un tem­po lun­ghis­si­mo del po­si­zio­na­men­to dei mi­cro­fo­ni. In­cu­te una stra­na sog­ge­zio­ne, mal­gra­do la sua età e la staz­za non im­po­nen­te. Al­za di ra­do la vo­ce, ep­pu­re ogni tan­to sem­bra sul pun­to di met­ter­si a gri­da­re.

«Non ho mol­la­to il grup­po né ho smes­so di la­vo­ra­re»

Una vol­ta ha di­chia­ra­to: “Non pos­so par­la­re a no­me de­gli al­tri, ma per me le dro­ghe so­no sta­te una par­te in­te­gran­te di tut­ta l’espe­rien­za, sin dall’ini­zio e fno al­la fne”. Ci so­no del­le can­zo­ni che non sa­reb­be­ro mai esi­sti­te sen­za i suoi espe­ri­men­ti con le dro­ghe?

«Non vo­glio com­men­ta­re. Non par­lia­mo di que­sta ro­ba».

Quin­di non vuo­le par­la­re di nul­la che ri­guar­di il rap­por­to fra i Led Zep­pe­lin e le dro­ghe?

« Non sa­prei che di­re del rap­por­to fra il pub­bli­co dei Led Zep­pe­lin e le dro­ghe. Ma ov­via­men­te tu non hai pen­sa­to di chie­der­me­lo. Non mi hai chie­sto qua­le fos­se il cli­ma dell’epo­ca. Il cli­ma de­gli An­ni 60 era mol­to di­ver­so da og­gi. Adesso c’è una cultura del be­re. Ai tempi non era co­sì».

È mai do­vu­to an­da­re a di­sin­tos­si­car­si?

«No».

Si dice ab­bia avu­to se­ri pro­ble­mi con l’eroi­na. Come ha fat­to a smet­te­re?

«Come sai che ho avu­to pro­ble­mi con l’eroi­na? Tu non sai cos’ho avu­to e co­sa non ho avu­to. Di­rò solo que­sto: al­le mie re­spon­sa­bi­li­tà ver­so la mu­si­ca non so­no mai ve­nu­to me­no. Non ho mol­la­to il grup­po né ho smes­so di la­vo­ra­re. So­no sta­to pre­sen­te pro­prio quan­to chiun­que al­tro».

Quin­di le dà fa­sti­dio il luogo co­mu­ne se­con­do il qua­le la sua pre­sun­ta di­pen­den­za dall’eroi­na le ha im­pe­di­to di pro­dur­re In Th­rou­gh the Out Door? Si rac­con­ta che nel 1978 John Paul Jo­nes e Ro­bert Plant han­no do­vu­to ter­mi­na­re il di­sco al suo po­sto per­ché lei era al­le pre­se con la dro­ga.

«Se qual­cu­no so­stie­ne que­sto, la pri­ma co­sa da chie­der­gli è: “Tu eri lì, all’epo­ca?”. La se­con­da co­sa da con­si­de­ra­re è che io so­no il pro­dut­to­re di In Th­rou­gh the Out Door. È quel che ho fat­to e c’è scrit­to, ne­ro su bianco. Se la co­sa fos­se in di­scus­sio­ne, se John Paul Jo­nes o Ro­bert Plant aves­se­ro fat­to quel che di­ci, non avreb­be­ro vo­lu­to fgu­ra­re come pro­dut­to­ri? È me­glio se la­scia­mo per­de­re tut­ta que­sta sto­ria».

D’ac­cor­do, ca­pi­sco co­sa in­ten­de. Ma ci so­no al­cu­ni aspetti del­la sua vi­ta che ri­man­go­no po­co chia­ri, e...

«Sai che c’è? Quan­do sa­rò pronto, scri­ve­rò la mia au­to­bio­gra­fa».

Non ha di­chia­ra­to una vol­ta che avreb­be scrit­to un’au­to­bio­gra­fa solo a pat­to che fos­se pub­bli­ca­ta do­po la sua mor­te?

«Be’, è co­sì che bi­so­gna fa­re, no? Tutti so­no de­sti­na­ti a mo­ri­re, per­ciò bi­so­gna fa­re in mo­do di la­scia­re qual­co­sa».

« QUAN­DO SA RÒ PR ON T O, SCRI­VE­RÒ IO LA MIA BIO­GRA­FIA»

Questi scam­bi un po’ spi­no­si non so­no sta­ti in­fre­quen­ti du­ran­te il no­stro in­con­tro, e ser­vo­no a il­lu­stra­re due fat­ti. Il pri­mo è che i Led Zep­pe­lin so­no sta­ti l’ul­ti­ma band co­los­sa­le a non scor­ge­re al­cun rap­por­to si­gni­f­ca­ti­vo fra le pro­prie crea­zio­ni mu­si­ca­li e il mo­do in cui era­no in­ter­pre­ta­te dai me­dia: il suc­ces­so dei lo­ro di­schi era sle­ga­to dal­le lo­ro di­chia­ra­zio­ni pub­bli­che. Il ri­sul­ta­to è che Pa­ge con­si­de­ra le in­ter­vi­ste pri­ve di qualsiasi sco­po. E que­sta in­dif­fe­ren­za ci por­ta al se­con­do fat­to, cioè che ogni par­ti­co­la­re sca­bro­so sui Led Zep­pe­lin pro­vie­ne da fon­ti ester­ne. E ciò ren­de al­quan­to complicato ri­sa­li­re al­la ve­ri­tà.

«Il top: suo­na­re ai Giochi di Pe­chi­no in mon­do­vi­sio­ne»

Si pren­da a esem­pio il rap­por­to at­tua­le fra Pa­ge e Ro­bert Plant. Que­st’ul­ti­mo ma­ni­fe­sta una sor­ta di te­dio nei con­fron­ti del pro­prio ruo­lo nel­la band e pa­re di­sin­te­res­sa­to al­le reu­nion, de­di­to sol­tan­to a pro­dur­re mu­si­ca nuo­va, che lo al­lon­ta­ni sem­pre più da­gli ulu­la­ti di Im­mi­grant Song. Pa­ge è l’esat­to con­tra­rio: è fis­sa­to con la ce­le­bra­zio­ne dell’ere­di­tà Zep­pe­lin e con la riaf­fer­ma­zio­ne co­stan­te del lo­ro pri­ma­to mu­si­ca­le.

Per­ché se­con­do lei Ro­bert Plant è tan­to de­ci­so a di­sin­te­res­sar­si agli Zep­pe­lin?

«A vol­te le cose che af fer­ma mi la­scia­no un po’ per­ples­so, ma que­sto è tut­to quel che pos­so di­re al ri­guar­do. Non mi met­to a leg­ge­re tut­to quel che di­chia­ra sui Led Zep­pe­lin. Ri­man­go un po’ stu­pi­to da al­cu­ne sue af­fer­ma­zio­ni. Ma non ri­spon­do a no­me suo».

Lo tro­va of­fen­si­vo a li­vel­lo per­so­na­le?

«No. Non ha im­por­tan­za. È inu­ti­le ab­bas­sar­si a quel li­vel­lo. Non ho in­ten­zio­ne di in­viar­gli mes­sag­gi a mez­zo stam­pa».

Se le chie­des­si qual è sta­to il pe­rio­do mi­glio­re del­la sua vi­ta, la ri­spo­sta sa­reb­be la stes­sa che se le chie­des­si qual è sta­to il pe­rio­do mi­glio­re del­la sua car­rie­ra?

«I mo­men­ti più im­por­tan­ti del­la mia vi­ta ri­guar­da­no la nascita dei miei fgli. Dal pun­to di vi­sta pro­fes­sio­na­le, in­ve­ce, so­no due: uno è il pri­mo di­sco d’oro con i Led Zep­pe­lin; l’al­tro è sta­to suo­na­re al­le Olim­pia­di di Pe­chi­no in mon­do­vi­sio­ne. È sta­to mol­to bel­lo la­vo­ra­re con Leo­na Lewis, che tro­vo sba­lor­di­ti­va. E ab­bia­mo suo­na­to Who­le Lot­ta Lo­ve per in­te­ro, non una ver­sio­ne ridotta».

Il re­spon­so del pub­bli­co in­fluen­za la sua per­ce­zio­ne del suo la­vo­ro?

«Non vor­rei sem­bra­re ar­ro­gan­te, ma quan­do met­te­va­mo in­sie­me i di­schi de­gli Zep­pe­lin e sce­glie­va­mo i pez­zi, sa­pe­va­mo tutti che era­no ot­ti­mi. Era­va­mo mol­to si­cu­ri di quel­lo che sta­va­mo pro­po­nen­do. Pren­di When the Le­vee Breaks. Il te­sto è chia­ro, la sto­ria è chia­ra. Ma la gente dà an­co­ra og­gi in­ter­pre­ta­zio­ni di­ver­se a se­con­da del­le emo­zio­ni che ne ri­ca­va, ed è quel­lo il ri­sul­ta­to a cui mi­ri come mu­si­ci­sta. La va­rie­tà di im­pres­sio­ni».

In ge­ne­ra­le, pre­fe­ri­sce che la gente non sap­pia trop­po del­la sua vi­ta?

«Non so pro­prio co­sa ci sia da sa­pe­re. Non ne ho mai visto la ne­ces­si­tà, e non ho in­ten­zio­ne di co­min­cia­re adesso».

Ma quan­do lei era gio­va­ne non le in­te­res­sa­va, per esem­pio, la vi­ta di uno come El­vis Pre­sley? Quel che sa­pe­va di lui come per­so­na non in­flui­va sul­la frui­zio­ne del­la sua mu­si­ca?

«El­vis ha cam­bia­to as­so­lu­ta­men­te tut­to per i gio­va­ni, e lo ha fat­to sen­za at­ti­ra­re l’at­ten­zio­ne. Ma non mi ser­ve sa­pe­re al­tro sul­la sua vi­ta. Cre­do mi in­te­res­si più che al­tro sa­pe­re come fu­ro­no rea­liz­za­ti quei di­schi con Sam Phil­lips, e la vi­sio­ne che ave­va Phil­lips di que­sto ra­gaz­zo bianco che can­ta­va ro­ba da ne­ri. Ma era la mu­si­ca ad ap­pas­sio­nar­mi. Per esem­pio Chuck Ber­ry: le cose che can­ta­va, le sto­rie che rac­con­ta­va. Parlava di ham­bur­ger che sfri­go­la­no gior­no e not­te. Noi in In­ghil­ter­ra non ce li ave­va­mo, gli ham­bur­ger. Mi da­va l’immagine di un mon­do sco­no­sciu­to».

Lei è un ti­po no­stal­gi­co?

«Sì, a vol­te pro­vo nostalgia. Ma non al pun­to da di­ven­ta­re ma­lin­co­ni­co».

Le man­ca­no gli An­ni 70? La sua vi­ta del 1973?

« La mu­si­ca era dav­ve­ro esplo­sa. I Beatles ave­va­no ri­vi­ta­liz­za­to ogni co­sa, e le case di­sco­gra­f­che era­no spiaz­za­te. In ge­ne­ra­le, c’era una libertà po­si­ti­va nel­la so­cie­tà. Era un pe­rio­do bel­lo per tutti. Non è che stia qui a so­spi­ra­re, ma lo ve­do per com’era. E come chi­tar­ri­sta di­ven­ta­vo più bravo».

«I miei ini­zi? Una chi­tar­ra che sem­bra­va una scul­tu­ra»

Con­si­de­ran­do quan­to era fol­le la sua vi­ta nel 1973, mi sor­pren­de che uno dei suoi ricordi prin­ci­pa­li sia il mi­glio­ra­men­to tec­ni­co come chi­tar­ri­sta...

«Quan­do nel 1952 i miei ge­ni­to­ri si tra­sfe­ri­ro­no dal­la zo­na dell’aeroporto di Lon­dra a Ep- som, tro­va­ro­no nel­la ca­sa una chi­tar­ra. Se ne sta­va lì come una scul­tu­ra. Nes­su­no sa­pe­va come ci fos­se ar­ri­va­ta. Era in ca­sa e ba­sta. Quin­di nac­que un col­le­ga­men­to fra la chi­tar­ra e quel­lo che ascol­ta­vo al­la radio all’epo­ca. Divenne qua­si pa­to­lo­gi­co, tan­to ne ero os­ses­sio­na­to. Ma non so come fos­se ar­ri­va­ta lì quel­la chi­tar­ra, né che fne ab­bia fat­to. Non ho idea di do­ve si tro­vi adesso. Non lo sa nep­pu­re mia ma­dre, che è an­co­ra vi­va. Ma quel­la chi­tar­ra fu come un in­ter­ven­to. De­vo con­si­de­rar­la in ma­nie­ra flo­so­f­ca, o ma­ga­ri ro­man­ti­ca. A ogni mo­do, per me è una real­tà».

«Og­gi c’è la cultura del be­re, ne­gli An­ni 60 non era co­sì»

Come ri­spon­de all’ac­cu­sa se­con­do la qua­le ha fat­to il di­sco in­sie­me all’ex Deep Pur­ple Da­vid Co­ver­da­le an­che per da­re fa­sti­dio a Ro­bert Plant?

«È una co­sa pa­te­ti­ca. Non ho in­ten­zio­ne di ri­spon­de­re».

Ci scam­bia­mo una stret­ta di ma­no. Mentre ci al­zia­mo per an­dar­ce­ne, but­to lì che l’este­ti­ca del­la stan­za ri­chia­ma quel­la di 2001: Odis­sea nel­lo spa­zio. Pa­ge si met­te a par­la­re del suo amo­re per Stan­ley Ku­brick. Os­ser­va che la co­lon­na so­no­ra di Aran­cia mec­ca­ni­ca è sta­ta pro­dot­ta pri­ma dell’av­ven­to del sin­te­tiz­za­to­re po­li­fo­ni­co: un’im­pre­sa straor­di­na­ria. Uscen­do, non rie­sco a smet­te­re di pen­sa­re a que­sto: fra tut­te le cose che si po­treb­be­ro ricordare di Aran­cia mec­ca­ni­ca, Pa­ge ha scel­to l’ar­ca­na tec­no­lo­gia con cui è sta­ta com­po­sta la sua sound­track. Si trat­ta di una fra­se tan­to ri­ve­la­tri­ce quan­to il re­sto dell’intervista: esi­ste la mu­si­ca, poi tut­to il re­sto. Se gli al­tri non lo ca­pi­sco­no, non sa­rà lui a spie­gar­glie­lo.

«CER­TE FR ASI

DI PLANT ?

INU­TI­LE

AB­BAS­SAR­SI A

QUEI LI­VEL­LI»

«Quan­do met­te­va­mo in­sie­me i di­schi de­gli Zep­pe­lin sa­pe­va­mo già che era­no fan­ta­sti­ci»

JIM­MY PA­GE È NA­TO A LON­DRA IL 9 GEN­NA­IO 1944: HA FON­DA­TO I LED ZEP­PE­LIN ED È CON­SI­DE­RA­TO IL MI­GLIOR

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IN QUE­STA FOTO,GIAC­CA BUR­BER­RY BRIT, MAGLIONE PAUL SMI­TH,

SCIARPA LO­RO PIA­NA

LON­DRA, 1968: I LEG­GEN­DA­RI LED ZEP­PE­LIN

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