«Ho fat­to con suc­ces­so una co­sa che mi pia­ce, ma in gran par­te po­treb­be ri­ve­lar­si da but­ta­re via»

GQ (Italy) - - Storie -

ma­ni­co­mio gente co­sì? Tutti i passi avan­ti del­la scienza so­no sem­pre sta­ti fat­ti o da ri­bel­li op­pu­re da per­so­ne che non ave­va­no quel ca­rat­te­re lì − Co­per­ni­co per esem­pio, Planck, gran­dis­si­mi ri­vo­lu­zio­na­ri lo­ro mal­gra­do. Era­no chiu­si, con­tor­ti, ma sa­rà ve­ro? Co­per­ni­co ha aspet­ta­to a pub­bli­ca­re il li­bro po­co pri­ma di mo­ri­re: era con­vin­to che la ter­ra gi­ras­se in­tor­no al so­le, ma non ne era si­cu­ro. Ed era un’idea tal­men­te inau­di­ta che lui ave­va pau­ra».

Usa­re “lui” per Co­per­ni­co è pu­ro ro­vel­li­smo. I geni pro­ta­go­ni­sti del­le sue lezioni so­no rac­con­ta­ti come dei ti­zi che han­no un’in­tui­zio­ne, cer­ca­no di ca­pi­re se funziona, sbat­to­no la te­sta, qua­si sem­pre fal­li­sco­no. L’ac­cet­ta­zio­ne dei pro­pri li­mi­ti è il sot­to­te­sto fi­lo­so­fi­co del li­bro, quel­lo per cui su­sci­ta se­re­ni­tà in chi lo leg­ge, for­se an­che il mo­ti­vo per cui lo si re­ga­la vo­len­tie­ri: c’è qual­co­sa di orien­ta­le in Set­te bre­vi lezioni di fi­si­ca, qual­co­sa di zen.

Rovelli e l’ame­ri­ca­no Lee Smo­lin so­no i ca­pi­fi­la di una scuo­la non tra le più co­mu­ni, quel­la del­la gra­vi­tà quan­ti­sti­ca (GQ!), che cer­ca come al­tre di met­te­re in­sie­me le gran­di teo­rie del­la fi­si­ca. Per­ché la co­sa buf­fa è che i due pilastri su cui si ba­sa la fi­si­ca − la teo­ria quan­ti­sti­ca che ri­guar­da il mol­to pic­co­lo come il Bo­so­ne di Higgs e quel­la re­la­ti­vi­sti­ca le­ga­ta al mol­to gran­de come l’at­ter­rag­gio di una son­da su una cometa − fun­zio­na­no sì, ma non in­sie­me («Einstein lo sa­pe­va già, lo dice nel pri­mo ar­ti­co­lo che scris­se»). Chi do­ves­se uni­fi­ca­re i cam­pi sa­reb­be il più gran­de scien­zia­to dei no­stri tempi, ma non è det­to che la teo­ria del­la gra­vi­tà quan­ti­sti­ca si ri­ve­li vin­cen­te. «D’al­tron­de qual­cu­no lo de­ve pur fa­re», dice Rovelli sor­ri­den­do. «E va be­ne co­sì: ab­bia­mo visto che è un buon mo­do. Io mi ri­ten­go for­tu­na­tis­si­mo per­ché ho fat­to una co­sa che mi pia­ce, le idee che ho lan­cia­to han­no avu­to una... Di­cia­mo: fra i co­sti di un me­stie­re co­sì bel­lo ci sta an­che − uno vuo­le es­se­re one­sto e sa che po­treb­be an­che es­se­re − che gran par­te di quel­lo che ho fat­to si ri­ve­li poi da but­tar via».

«Ho scel­to di stu­dia­re la re­la­ti­vi­tà per­ché ero pa­ci­fi­sta. Non vo­le­vo fa­re una fi­si­ca che fos­se usa­ta da­gli eser­ci­ti»

A vol­te si ha la sen­sa­zio­ne che oc­cu­par­si del­la ma­te­ria o dell’ori­gi­ne dell’uni­ver­so sia fan­ta­scien­za ir­ri­le­van­te per l’oriz­zon­te del­le no­stre vi­te, sen­za ap­pli­ca­zio­ni pra­ti­che. «Sì, ma non è fa­ci­le a prio­ri giu­di­ca­re la ri­le­van­za di qual­che co­sa», dice Rovelli. «Tut­ta l’elet­tro­ni­ca, dai com­pu­ter ai tran­si­stor e al­le radio, nasce da­gli stu­di di Jo­se­ph John Thomp­son sull’elet­tro­ne. In un fa­mo­sis­si­mo te­sto Thomp­son af- fer­mò: “Io sto stu­dian­do que­ste cose dell’elet­tro­ne, l’elet­tro­ne è in­te­res­san­tis­si­mo, ma non sa­pre­mo mai ap­pli­car­lo per nien­te per­ché è una co­sa trop­po pic­co­la e ir­ri­le­van­te per la vi­ta quo­ti­dia­na”. Sba­glia­va. Io ho scel­to di stu­dia­re la re­la­ti­vi­tà da ra­gaz­zo per­ché, es­sen­do di quel­la ge­ne­ra­zio­ne lì per cui pa­ci­fi­smo... ec­ce­te­ra, non vo­le­vo fa­re una fi­si­ca che po­tes­se es­se­re un gior­no usa­ta da­gli eser­ci­ti. Adesso, le cose del gps so­no sta­te co­strui­te dall’eser­ci­to ame­ri­ca­no per bom­bar­da­re, la pri­ma vol­ta nel­la pri­ma guer­ra dell’iraq, nel 1990. Bom­bar­da­va­no con dei mis­si­li che si in­fi­la­va­no nel­la fi­ne­strel­la e ve­ni­va­no gui­da­ti da sa­tel­li­ti con un si­ste­ma di pun­ta­men­to che fun­zio­na­va solo gra­zie al­la re­la­ti­vi­tà ge­ne­ra­le. È lo stes­so gps che c’è og­gi nel­le macchine e che ci dice do­ve sia­mo: pe­rò i mi­li­ta­ri ce l’han­no più pre­ci­so. Sui sa­tel­li­ti c’è un oro­lo­gio che emet­te un se­gna­le; bi­so­gna che l’oro­lo­gio las­sù e l’oro­lo­gio quag­giù sia­no in sin­cro­nia. Il pro­ble­ma è che il tem­po las­sù va più ve­lo­ce, qui va più pia­no. Igno­ria­mo que­sta co­sa e cal­co­lia­mo di quan­to si sba­glie­reb­be la mac­chi­net­ta: sba­glie­reb­be di un chi­lo­me­tro, ti­re­re­sti i mis­si­li nel­la sab­bia op­pu­re in ca­sa di un al­tro. Poi sba­glia­no lo stes­so, ma que­sto è un al­tro di­scor­so».

Pri­ma di sa­lu­tar­ci, si chiac­chie­ra di tan­te cose. La de­lu­sio­ne per il fi­na­le di In­ter­stel­lar. L’idea di Ga­li­lei gran­de uma­ni­sta. La ma­te­ria oscu­ra di cui è pie­no l’uni­ver­so (Rovelli fa una cop­pet­ta con le ma­ni e dice: «Qui den­tro e tut­to in­tor­no a noi c’è ma­te­ria oscu­ra. Ma non sap­pia­mo cos’è»). I bu­chi ne­ri che sa­reb­be­ro for­se stelle che rim­bal­za­no come pal­lo­ni, ma che noi ve­dia­mo mooool­to al ral­len­ta­to­re. So­prat­tut­to l’idea scien­ti­fi­ca e fi­lo­so­fi­ca che nell’uni­ver­so le re­la­zio­ni tra le cose con­ta­no più del­le cose in sé. E non bi­so­gna pen­sa­re che la scienza sia de­bo­le per via dei suoi li­mi­ti: al con­tra­rio, la scienza è for­te per­ché ne è con­sa­pe­vo­le. D’al­tron­de, quan­do gli chie­do se è ipo­tiz­za­bi­le che un gior­no l’uma­ni­tà ar­ri­vi a co­no­sce­re tut­to, l’au­to­re del best sel­ler dell’an­no ri­spon­de: «Non lo pos­so esclu­de­re sul pia­no teo­ri­co, ma la tro­vo un’even­tua­li­tà mol­to re­mo­ta». E ride con un cer­to gu­sto.

«CO­NO­SCE­RE T U T TO? È U N A E V E N T UA L I TÀ MO LTO R E MOTA »

A MARSIGLIA, DI­RI­GE IL GRUP­PO DI RI­CER­CA IN GRA­VI­TÀ QUAN­TI­STI­CA

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