Sal­via­mo la spe­cie ma­schio

A dar ret­ta al bi­slac­co MO­VI­MEN­TO PER I DI­RIT­TI DE­GLI UO­MI­NI, è in pe­ri­co­lo: il mon­do è trop­po fem­mi­ni­liz­za­to, per non par­la­re del­le vit­ti­me di vio­len­ze e del­le mogli in­fe­de­li. In Ame­ri­ca si pre­pa­ra la (con­tro) ri­vo­lu­zio­ne

GQ (Italy) - - Storie - Te­sto di JEFF SHARLET Foto di BRU­CE GIL­DEN

«Che cos’è la uo­mo­sfe­ra?» chie­do a Paul Elam una not­te, ver­so le tre. Non è una do­man­da no­zio­ni­sti­ca, ma esi­sten­zia­le. So già che il ter­mi­ne uo­mo­sfe­ra si ri­fe­ri­sce a una rete su In­ter­net, ap­pe­na na­ta ma già va­sta e in co­stan­te espan­sio­ne come l’uni­ver­so, in cui ogni stella che bril­la nel fir­ma­men­to è de­di­ca­ta, na­tu­ral­men­te, agli uo­mi­ni. Gli uo­mi­ni e i lo­ro pro­ble­mi. In ge­ne­re con le don­ne. Cer­te ga­las­sie del­la uo­mo­sfe­ra so­no com­po­ste da se­di­cen­ti “ar­ti­sti del ri­mor­chio”, che vo­glio­no aiu­ta­re i me­no do­ta­ti a por­tar­si a let­to le don­ne con qual­che truc- chet­to; al­tri si­ste­mi so­la­ri si oc­cu­pa­no se­ria­men­te di af­fi­da­men­to dei fi­gli e del­la se­da­zio­ne dei ra­gaz­zi trop­po vi­va­ci.

Nel­la uo­mo­sfe­ra si di­scu­te di sui­ci­di e di­rit­ti dei pa­dri

Come si­to di pun­ta per la po­li­ti­ca del mo­vi­men­to (qua­si no­ve mi­lio­ni di vi­si­te), “A Voice for Men” di Elam fun­ge più o me­no da cen­tro, da in­tel­li­gen­za e da su­per-io per quell’es li­bi­di­no­so e fu­ren­te che è la uo­mo­sfe­ra dei blog. La mia ve­ra do­man­da è: che si­gni­fi­ca tut­to que­sto?

Elam ha ap­pe­na con­clu­so una con­fe­ren­za. «Ro­ba da non cre­der­ci», com­men­ta: è la pri­ma vol­ta che “A Voice For Men” si fa car­ne e di­mo­ra tra noi. Elam ri­pe­te spes­so: «Non si può com­bat­te­re l’as­sem­blea del­le tet­te», ma è esat­ta­men­te quel che sta fa­cen­do. Vuo­le ro­vi­nar­le. È il suo slo­gan: “Ro­vi­nia­mo­le”. Lo­ro so­no le femministe. Due me­tri per cen­to­tren­ta chi­li, con la bar­ba di John Brown e la vo­ce to­nan­te di Ja­mes Earl Jo­nes, Elam (il cui co­gno­me, guar­da ca­so, è il con­tra­rio di ma­le, ma­schio) vuo­le es­se­re un pro­vo­ca­to­re.

Una vol­ta, in ri­spo­sta a una fem­mi­ni­sta che lo cri­ti­ca­va, ha scrit­to: «L’idea di ro­vi­nar­vi mi fa ve­ni­re un’ere­zio­ne» Ma quel­la è tut­ta sce­na, spie­ga. Mi ri­cor­da che un tem­po fa­ce­va as­si­sten­za psi­co­lo­gi­ca. Quel­la che pra­ti­ca è in real­tà una terapia. Vuo­le che io ca­pi­sca. Per cui mi di­se­gna una map­pa del­la uo­mo­sfe­ra, sin dal­le ori­gi­ni: le sue radici nel mo­vi­men­to di li­be­ra­zio­ne de­gli uo­mi­ni de­gli an­ni Set­tan­ta e Ot­tan­ta (af­fi­lia­to al più va­sto mo­vi­men­to del­le don­ne) e in quel­lo a tin­te New Age de­gli an­ni No­van­ta; lo svi­lup­po nell’epo­ca di In­ter­net, quan­do Elam ha ini­zia­to a pub­bli­ca­re fir­man­do­si Le­ster Bur­n­ham (il per­so­nag­gio che af­fron­ta la cri­si di mez­za età in Ame­ri­can Beau­ty, in­ter­pre­ta­to da Ke­vin Spa­cey), e la cre­sci­ta esplo­si­va do­po la fon­da­zio­ne di “A Voice for Men” nel 2008.

È una map­pa tal­men­te com­ples­sa che nep­pu­re Elam sa trac­ciar­la con chia­rez­za. Mi mo­stra il ri­sul­ta­to fi­na­le. La so­mi­glian­za è lam­pan­te: «Un pe­ne con i te­sti­co­li», dico. «Già», ri­spon­de lui con una ri­sa­ti­na, «mi sa di sì». I te­mi trat­ta­ti al­la pri­ma con­fe­ren­za in­ter­na­zio­na­le di “A Voice for Men” so­no va­ri quan­to la uo­mo­sfe­ra stes­sa: di­rit­ti dei pa­dri, sui­ci­dio, cir­con­ci­sio­ne ( in­te­sa come mu­ti­la­zio­ne ge­ni­ta­le), non­ché le false ac­cu­se di stu­pro, gli uo­mi­ni vit­ti­ma di stu­pro e le mogli in­fe­de­li, ol­tre ai gior­na­li­sti tra­di­to­ri che di­stor­co­no le lo­ro di­chia­ra­zio­ni.

Sia­mo nel­la cit­ta­di­na di St. Clair Sho­res, pres­so un’as­so­cia­zio­ne di ve­te­ra­ni. Sul pra­to ci so­no pez­zi di ar­ti­glie­ria e un car­tel­lo sco­lo­ri­to con la scrit­ta “Av­vi­so”. A chi e di co­sa, non si sa esat­ta­men­te. Gli uo­mi­ni in fi­la so­no te­si per la “si­cu­rez­za”. Ri­pe­to­no: «È me­glio che le femministe girino al lar­go». È la lo­ro pre­oc­cu­pa­zio­ne più gran­de.

Questi uo­mi­ni so­no im­mu­ni al­le astu­zie fem­mi­ni­li. Han­no pre­so la pil­lo­la ros­sa, come ama­no di­re. Il mo­men­to-pil­lo­la ros­sa “è il gior­no in cui de­ci­di che tut­to è cam­bia­to”. È quel­lo che il mo­vi­men­to chia­ma l’espe­rien­za di rinascita in cui sco­pri il con­trol­lo eser­ci­ta­to dal­le don­ne sul mon­do mo­der­no, come in Matrix. Per al­cu­ni il mo­men­to-pil­lo­la ros­sa è sta­ta un’ac­cu­sa di mo­le­stie ses­sua­li; per al­tri il car­ce­re do­po una bat­ta­glia le­ga­le con l’ex mo­glie.

Cam­bi tut­to e poi ri­na­sci: è il mo­men­to “pil­lo­la ros­sa”

Per Dan Moo­re, no­me da at­ti­vi­sta Factory, la pil­lo­la ros­sa è sta­ta una ri­ve­la­zio­ne gra­dua­le. Pri­ma la mo­glie lo ha tra­di­to. Poi glie­lo ha fat­to sa­pe­re: «Mi ha riso in fac­cia». È fi­ni­to rag­go­mi­to­la­to in po­si­zio­ne fe­ta­le sul pa­vi­men­to, con lei che lo de­ri­de­va. Rac­con­ta che lei ave­va in ma­no un col­tel­lo da cucina (lei ne­ga tut­to).

Elam ha ela­bo­ra­to la ra­gion d’es­se­re del mo­vi­men­to in un sag­gio in­ti­to­la­to Quan­do è giu­sto pren­de­re a pu­gni la pro­pria mo­glie?. Elam è bianco, ma si iden­ti­fi­ca con Mal­colm X; cre­de di do­ver scon­vol­ge­re la so­cie­tà per far­si sen­ti­re. So­stie­ne che par­la­re di “gan­ci de­stri” e di don­ne che “sup­pli­ca­no”

«È ME­GLIO

CHE LE FEMMINISTE

GIRINO AL LAR­GO»

di es­se­re stu­pra­te è la sua ver­sio­ne del “con ogni mez­zo ne­ces­sa­rio” di Mal­colm X. Ha pro­po­sto che ottobre di­ven­ti “il me­se del­le bot­te al­le stron­ze vio­len­te”, in cui gli uo­mi­ni do­vreb­be­ro pren­de­re le don­ne che li mal­trat­ta­no «per i ca­pel­li e sbat­ter­gli la fac­cia con­tro il mu­ro fin­ché non gli san­gui­na il na­so, co­sì gli pas­sa la vo­glia di pic­chia­re qual­cu­no solo per­ché san­no che non rea­gi­rà».

Elam de­fi­ni­sce sa­ti­ri­co que­sto lin­guag­gio. Ma poi, una se­ra, ri­ven­di­ca ogni pa­ro­la che ha scrit­to. «È una sto­ria ti­po Da­vi­de e Go­lia», spie­ga. Lui è Da­vi­de, che af­fron­ta da solo il Go­lia del Fem­mi­ni­no e pro­prio come nel rac­con­to bi­bli­co, non si trat­ta tan­to di uc­ci­de­re Go­lia quan­to di ri­da­re spe­ran­za al suo po­po­lo.

«L’idea di ro­vi­nar­le mi fa qua­si ve­ni­re un’ere­zio­ne»

Elam mi in­di­riz­za all’uo­mo che gli ha da­to la sua pil­lo­la ros­sa, sot­to for­ma di li­bro: Il mi­to del po­te­re ma­schi­le, del 1993. «Da tem­po ab­bia­mo ri­co­no­sciu­to la schia­vi­tù dei ne­ri», scri­ve il dot­tor War­ren Far­rell. «Dob­bia­mo an­co­ra ri­co­no­sce­re la schia­vi­tù dei ma­schi». Han­no le pro­ve. Gli uo­mi­ni, so­prat­tut­to poveri e del­le clas­si la­vo­ra­tri­ci, so­no car­ne da can­no­ne all’este­ro e for­za la­vo­ro sa­cri­fi­ca­bi­le in pa­tria, im­pri­gio­na­ti sot­to un sof­fit­to di ve­tro con la­vo­ri che nes­su­no vuo­le fa­re dav­ve­ro − brac­cian­ti, mu­ra­to­ri, spaz­zi­ni − e si in­for­tu­na­no mol­to più spes­so del­le don­ne. Van­no an­che in pri­gio­ne più spes­so e ven­go­no pic­chia­ti dal­le don­ne tan­to quan­to que­ste ven­go­no pic­chia­te da­gli uo­mi­ni (an­che se con esi­ti me­no cruen­ti). E per lo­ro non esi­ste qua­si ri­fu­gio, se non ne­gli ospi­zi per sen­za­tet­to.

Il pa­ra­dos­so del Mo­vi­men­to per i di­rit­ti de­gli uo­mi­ni è che la sua cri­ti­ca, la sua en­fa­si sui vin­co­li di ge­ne­re, è es­sen­zial­men­te fem­mi­ni­sta. Nien­te­me­no che l’ar­ci­fem­mi­ni­sta An­drea Dwor­kin de­fi­ni­va gli uo­mi­ni “su­per­flui” nel suo li­bro Le don­ne di de­stra del 1983. « Il fem­mi­ni­smo», scri­ve­va, «pro­po­ne uno stan­dard as­so­lu­to di di­gni­tà uma­na, che non si può di­vi­de­re a se­con­da del sesso».

Al se­con­do pia­no c’è una sa­la riu­nio­ni per­lo­più vuo­ta, in fon­do al­la qua­le ci so­no le don­ne del mo­vi­men­to. Non fi­dan­za­te, né mogli. So­no i Tas­si del Mie­le, no­me pre­so da un vi­deo vi­ra­le in cui un tas­so in cer­ca di pre­da sfi­da pri­ma uno scia­me di api e poi un co­bra. « Il tas­so del mie­le se ne sbat­te», pro­cla­ma una vo­ce fuori cam­po. È que­sto lo slo­gan dei Tas­si, che se ne sbat­to­no del­le opi­nio­ni del­le al­tre don­ne e dei lo­ro amici ma­schi smi­dol­la­ti.

La ca­po­bran­co è Ali­son Tie­man, nom de guer­re Ty­phon Blue. Ha tren­ta­set­te an­ni, è mi­nu­ta, sag­gia e pun­gen­te. È spo­sa­ta con un uo­mo che, a sen­ti­re lei, una vol­ta ha su­bi­to un ten­ta­ti­vo di stu­pro da un grup­po di ra­gaz­ze se­di­cen­ni. Lui ave­va ven­ti­due an­ni, era ca­ri­no, e lo­ro vo­le­va­no im­pe­dir­gli di an­dar­se­ne da una festa. «Lui è pro­prio do­vu­to scap­pa­re», rac­con­ta. «E lo­ro lo han­no fe­ri­to a san­gue».

Mi ver­reb­be da di­re che ho let­to que­sta sto­ria su Pen­thou­se Forum quan­do ave­vo tre­di­ci an­ni. Ty­phon Blue vuo­le che io sap­pia che non è di­ver­ten­te. «Se una don­na pun­ta una pi­sto­la al­la te­sta di un uo­mo e gli dice “Non pren­do la pil­lo­la, e ho la go­nor­rea, e adesso ti sco­po”, quel­lo non è stu­pro? Op­pu­re “Vo­glio che mi pa­ghi gli ali­men­ti”, con la pi­sto­la pun­ta­ta: non è stu­pro?». Sì, ri­spon­do. Lo sa­reb­be. Se ac­ca­des­se. Suc­ce­de, mi di­co­no. Suc­ce­de an­che og­gi. E se io non ne so nul­la, è per­ché le femministe non vo­glio­no si sap­pia.

I Tas­si ti­ra­no fuori ci­fre, sto­rie, da­ti. Kri­stal Gar­cia, un’ex pro­fes­sio­ni­sta del sesso e fon­da­tri­ce di un grup­po di so­ste­gno agli uo­mi­ni, mi rac­con­ta che «in Africa ci so­no ban­de di stu­pra­tri­ci» che ra­pi­sco­no gli uo­mi­ni e «usa­no l’at­tri­to» per pro­vo­ca­re ere­zio­ni in­vo­lon­ta­rie; in Ni­ge­ria, ag­giun­ge Ken­ney, un uo­mo è sta­to stu­pra­to a mor­te dal­le sei mogli; «per non par­la­re » , rin­ca­ra Ed­wards, « di quel­la don­na afri­ca­na che ha L’AIDS e fa sesso con tutti gli uo­mi­ni che vuo­le per in­fet­tar­li». Di­co­no che mi man­de­ran­no de­gli stu­di. Scien­ti­fi­ci. Un in­te­ro ba­rat­to­lo di pillole ros­se.

Nel grup­po ci so­no an­che le don­ne: i Tas­si del Mie­le

Scri­vo il mio in­di­riz­zo email con ma­no tre­man­te. Fac­cio una pau­sa e il mio cel­lu­la­re vi­bra: è un sms del­la mia ami­ca Blair, che mi aspet­ta di sot­to. Blair vi­ve nel Wi­scon­sin e ha de­ci­so di ve­ni­re in­sie­me al fi­dan­za­to Quin­ce quan­do ha sa­pu­to che sa­rei an­da­to a una con­fe­ren­za fuori De­troit. Blair e Quin­ce scri­vo­no di que­stio­ni di ge­ne­re; l’idea li ha in­cu­rio­si­ti. Lei ha ven­ti­sei an­ni, gli oc­chi azzurri e le guan­ce ro­see, ed è una del­le po­che don­ne pre­sen­ti. «Il ti­zio con la ma­gliet­ta non ve­de l’ora di par­lar­ti», dice il mes­sag­gio. So di qua­le

«LO STU­PRO

MA­SCHI­LE È IN­VI­SI­BI­LE MA ESI­STE DAV V E R O » «Me­glio una quat­tor­di­cen­ne che fa sesso con

un adul­to che ro­vi­na­re la vi­ta a un uo­mo»

ma­gliet­ta par­la; è bianca con una scrit­ta ros­sa: “Ro­bert May­nard li­be­ro”.

L’aspirante li­be­ra­to­re di que­sto ta­le Ro­bert May­nard si chia­ma Al­bert Ca­la­bre­se. Mi tro­va in mez­zo ai Tas­si del Mie­le, ma si tie­ne a di­stan­za. Sa chi è Ty­phon Blue, ha guar­da­to i vi­deo da lei pub­bli­ca­ti in rete, nei qua­li par­la de­gli abu­si ses­sua­li com­piu­ti dal­le don­ne sui ra­gaz­zi. Ca­la­bre­se non con­di­vi­de esat­ta­men­te i suoi ti­mo­ri. Il suo pro­ble­ma so­no le ra­gaz­ze. Rac­con­ta che il suo ami­co Ro­bert May­nard è in pri­gio­ne a cau­sa di una ra­gaz­za. Lei ave­va quat- tor­di­ci an­ni. «Lui ha ri­ce­vu­to una foto di lei nu­da», sgra­nan­do gli oc­chi per lo sde­gno sul­la pa­ro­la “ri­ce­vu­to”.

Ca­la­bre­se e May­nard era­no iscrit­ti all’uni­ver­si­tà dell’ar­kan­sas. Stu­dia­va­no in­sie­me i bu­chi ne­ri. Par­la­va­no di pro­ble­mi ma­schi­li. Ma Ca­la­bre­se non sa­pe­va che l’ami­co fos­se nei guai, fin­ché un gior­no May­nard non gli ha det­to che la­scia­va gli stu­di. An­da­va in pri­gio­ne. Per die­ci an­ni. E non ave­va nep­pu­re sfio­ra­to la ra­gaz­za, stan­do a Ca­la­bre­se. Non che non vo­les­se far­ci qual­co­sa, dice. Se­con­do Ca­la­bre­se, May­nard so­ster­reb­be che a quat­tor­di­ci an­ni una ra­gaz­za è ses­sual­men­te ma­tu­ra, che per lui l’età del con­sen­so do­vreb­be es­se­re l’età me­dia del me­nar­ca: 12,3. «Gli piac­cio­no le don­ne » , spie­ga Ca­la­bre­se. «Non è che smet­to­no di pia­cer­gli se so­no più gio­va­ni». E nem­me­no a lui di­spiac­cio­no le ra­gaz­zi­ne pre­a­do­le­scen­ti.

C’è un pun­to, pe­rò, su cui Ca­la­bre­se è in di­sac­cor­do con May­nard. Se­con­do lui, 12.3 an­ni so­no un’età del con­sen­so trop­po al­ta. Lui fa­reb­be 12, ci­fra ton­da: «Pre­fe­ri­sco il ri­schio di una do­di­cen­ne che ha rap­por­ti ses­sua­li al ri­schio di ro­vi­na­re la vi­ta a un uo­mo».

Non ne­ga che esi­sta­no ca­si di abu­si rea­li. Ma ha il so­spet­to che, per le ra­gaz­ze, gli uo­mi­ni adul­ti sia­no com­pa­gni di let­to mi­glio­ri dei lo­ro coe­ta­nei. «L’ado­le­scen­te è più in­te­res­sa­to al sesso. Mentre l’adul­to al­la so­stan­za», dice. «O an­che a un rap­por­to fra men­to­re e pu­pil­la». Gli ado­le­scen­ti, so­stie­ne, fan­no gli spac­co­ni. Lui e il suo ami­co no. «È fa­ci­le tro­var­mi su Goo­gle » . In­fat­ti ec­co­lo: Al­bert J. Ca­la­bre­se Jr., già sup­plen­te sco­la­sti­co ad Akron, nell’ohio, ar­re­sta­to per aver avu­to rap­por­ti ses­sua­li con una mi­no­ren­ne. «La mia non era una stu­den­tes­sa», di­chia­ra. «Era sta­ta lei a chie­der­mi di usci­re». Lui pen­sa­va di ca­var­se­la rac­con­tan­do al­la po­li­zia che lei era più esper­ta di lui. Non sa­pe­va di ave­re il di­rit­to a re­sta­re in si­len­zio.

Non ha mai guar­da­to film po­li­zie­schi: «Per me so­no emo­ti­va­men­te fru­stran­ti». Dice che non bi­so­gna go­de­re del­le al­trui sof­fe­ren­ze. Vor­reb­be non pro­va­re quel che pro­va, ma far par­te del mon­do. Og­gi in­ve­ce ne è esclu­so. Col­pe­vo­le di rea­ti ses­sua­li. Non tro­va la­vo­ro. Non vi­ve do­ve gli pa­re. Non può di­re quel che pensa dav­ve­ro. Non può, o co­sì cre­de, es­se­re pie­na­men­te umano.

L’ul­ti­ma se­ra pro­se­gue fra di­scus­sio­ni su stu­pri e as­sal­ti ai ge­ni­ta­li ma­schi­li, sul­lo stra­zio del­le false ac­cu­se e il nar­ci­si­smo del­le ra­gaz­ze. Factory ha due fi­glie e rac­con­ta che, come tut­te le gio­va­ni don­ne, fan­no a ga­ra a di­chia­rar­si vit­ti­me di stu­pro. È una questione di sta­tus, dice. Quan­do, una se­ra, una del­le due, rin­ca­san­do, ha det­to di es­se­re sta­ta stu­pra­ta, lui le ha ri­spo­sto: «Mi stai pren­den­do per il cu­lo?». Imi­ta la sua vo­ce in fal­set­to: «Ah, mi han­no vio­len­ta­ta! » . Ride. C’è un at­ti­mo di si­len­zio. Che sia trop­po? «Le ho det­to che se spor­ge­va de­nun­cia, la di­sco­no­sce­vo». Factory vuo­le be­ne al­le fi­glie. Avreb­be rea­gi­to in mo­do di­ver­so se si fos­se trat­ta­to di un’ac­cu­sa le­git­ti­ma (o quel­la che lui con­si­de­ra ta­le), ma «se non c’è un vi­deo o un re­fer­to me­di­co, o un sac­co di li­vi­di, io me ne sbat­to».

E la gran­de ani­ma fal­li­ca col­let­ti­va fi­ni­sce in ri­sa­ta

Quan­do rien­tria­mo nel­la stan­za, Elam e Factory so­no su di giri, fan­no gli stupidi, pren­do­no in gi­ro Blair. «La chiu­sa del tuo ar­ti­co­lo » , mi dice Elam, « do­vreb­be es­se­re: “A quel pun­to ci vie­ne fa­me, e Paul dice: stron­za, vam­mi a pren­de­re un pa­ni­no”». Scher­za per­ché in que­sto mo­men­to il suo amo­re pre­ve­de an­che le don­ne con il sen­so dell’umo­ri­smo: e poi non chie­de­reb­be mai a una stron­za di far­gli un pa­ni­no. Ma sul se­rio, dice. Ed è al­lo­ra che Elam mi di­se­gna un dia­gram­ma. Il pe­ne con i te­sti­co­li. Non vo­le­va di­se­gna­re quel­lo, ma gli esce co­sì. È un se­gno. Sor­ri­de. Sor­ri­do­no tutti.

Or­mai sia­mo su, nel­la uo­mo­sfe­ra, la gran­de ani­ma fal­li­ca col­let­ti­va, le bat­tu­te su­gli stu­pri non ca­do­no più come bom­be, so­no co­mu­ni come la piog­gia. Ce l’ab­bia­mo fat­ta: è il mon­do so­gna­to da Elam, do­ve gli uo­mi­ni so­no uo­mi­ni, an­che se pie­ni di fe­ri­te.

« L’ E TÀ D E L CO N S E N S O PER UNA R AGA Z Z A? 12 AN­NI» Di­co­no che una don­na non pos­sa vio­len­tar­ti:

se ti pun­ta una pi­sto­la come fai a sot­trar­ti?

PAUL ELAM, EX PSICOLOGO, SI ISPI­RA A MAL­COLM X PER FAR RI­CO­NO­SCE­RE LA SCHIA­VI­TÙ MA­SCHI­LE

KRI­STAL GAR­CIA, EX PRO­STI­TU­TA, È UNA DEI “TAS­SI DEL MIE­LE”, DON­NE SOSTENITRICI DEL MO­VI­MEN­TO

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